dal Vangelo secondo Lc 11,14-23 

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: “È in nome di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni”. Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni in nome di Beelzebul. Ma se io scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Ammutoliti, inermi, presi tra i tentacoli dell’orgoglio. In silenzio. La porta sbarrata e una vita passata nel proprio mondo, con gli “altri” è troppo complicato, ingiustizie, incomprensioni. Meglio star soli che è già molto sopportare se stessi. Orgoglio allo stato puro, il demonio muto, demonio di questa generazione, come forse mai. Il mutismo che caratterizza le relazioni delegate a chat senza volti e voci, ove nascondersi, acconciarsi, ingannare: rapporti muti, infecondi, ripiegati su stessi, schiavi della paura e delle concupiscenze che ne derivano. Rapporti muti come i rapporti prematrimoniali, passione da soddisfare nell’attenzione a non “combinare il guaio”, pervertendo radicalmente la sessualità che è dono attraverso il quale partecipare all’opera creativa di Dio: rapporti muti come i rapporti tra coniugi chiusi alla vita, tsunami d’egoismo contro la natura disegnata dal dito di Dio, amore che crea, che dà vita, la moltiplica, la colma, la conduce a perfezione. Rapporti muti come i rapporti omosessuali, vagiti infantili alla ricerca di nutrimento affettivo, schiacciati sul proprio io da soddisfare nel latente egoismo ben mascherato di altruismo e camuffato nei sentimenti che cercano, “orgogliosamente”, diritti che, concessi, darebbero cittadinanza al suicidio. Perchè un rapporto muto è sempre un suicidio, lento, subdolo, inesorabile: esso attenta alla natura più profonda dell’uomo, che è creato per parlare lingue nuove, per entrare in una relazione d’amore con chi gli è posto accanto, uscendo da se stesso per apprendere il linguaggio di chi è diverso e altro da me, perdendo così la propria vita per ritrovarla moltiplicata e compiuta. Parlare l’amore rispettando il corpo e la vita di chi ancora non è carne della mia carne nel vincolo del matrimonio, rapporto fecondo che genera generosità e responsabilità che saranno sigillate nel sacramento nuziale; parlare l’amoreunendosi al coniuge nell’apertura alla feconda volontà di Dio, donandosi mutuamente il compimento santo della propria carne nella purezza originale che genera amore, e quindi vita destinata all’eternità.

Invece, come affermava Mons. Giussani, “Questo è l’importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere sé stesso”. Qualche tempo fa il professor Veronesi sentenziò sulla superiorità dell’amore omosessuale (amore?) nel nome di una sua presunta maggiore purezza. L’amore tra due uomini o tra due donne sarebbe più puro perchè non strumentale alla procreazione. Purezza da preservativo, per cui un omosessuale non “usa” l’altro per concepire una nuova vita: lo usa solo per se stesso, nell’assolutezza tragica dell’egoismo. Purezza claustrofobica, rinchiusa nello spazio esile del piacere ripiegato su sé stessi: scriveva Veronesi che “due gay si dicono: amo te perchè mi sei vicino nel pensiero; il tuo pensiero, la tua sensibilità e i sentimenti sono più vicini ai miei”. L’altro è così trasformato in un clone di me stesso: quanto più vicino, tanto più amato; quanto meno differenze, tanto più amore. E’ così descritto il demonio muto, che svela la grave infermità di cui soffre questa società, e anche il nostro cuore: impuro è ciò che procura sofferenza e dolore; la ferita inferta dall’alterità diviene la porta all’infelicità. La ferita aperta sulla costola di Adamo per dare la vita ad Eva. L’altro sesso costituito moglie o marito, con le sue incognite, con il carico di precarietà e inafferrabilità che porta in dote, è lo spazio dischiuso al rispetto e al dono di sè. Ma, spesso, l’altro, è visto e vissuto come un tumore. Ti afferra la carne, si infila tra le cellule, occupa i tuoi spazi. Ti fa debole, inerme, piccolo. L’altro ti spinge all’amore gratuito, a spiccare il volo in un cielo di cui non conosci le proporzioni, a dimenticare te stesso e i tuoi schemi. E questo significa dolore, amore segnato da una ferita.

Il demonio muto è l’artefice dell’inganno di una vita senza dolore, senza ferite, senza il difficile linguaggio che cerchi di comprendere, accogliere, amare davvero. Il demonio muto che schiaccia e frustra una relazione nella ricerca di una somiglianza e di una vicinanza che annullino le differenze e i rischi, le difficoltà, i sacrifici e il dolore, cortocircuita, in questa generazione, con il folle anelito ad una vita sempre più lunga e senza malattie. Il nesso tra la ricerca contro i tumori e la beatificazione dell’amore omosessuale è evidente. Si tratta dello stesso demonio muto perchè questi si ammanta di luce, si traveste e si annida nelle menti e nei cuori, nascosto nel cavallo di Troia dell’ideologia dominante, suadente e gravida di speranze per un domani senza dolore. Lotta ai tumori, eutanasia, selezione embrionale e amore gay sono parenti stretti, gemelli figliati dall’unica menzogna che ha chiuso il Cielo, il destino eterno cui ogni uomo è chiamato. E allora ecco le parodie del paradiso, porzioni di piacere su misura, perchè senza un destino di felicità dinanzi non si può vivere. Il Cielo trasformato in idolatria dell’ego, unica possibilità rimasta a chi ha cancellato il peccato, e con esso la ferita del male inferta dal principe di questo mondo. Il dolore, ogni dolore, cola da questa ferita primigenia, dall’invidia del demonio (cfr. Sap. 2,24). Impegnarsi per cancellarne gli effetti è quanto di più irragionevole vi sia, un vero attacco alla scienza e al buon senso. Accanirsi su un tumore senza ricercarne le origini è pura stoltezza. Per questo, di fronte alla sconfitta di una cura, l’unica via di uscita è l’omicidio, in versione aborto o eutanasia, demoni muti, senza parole di fronte al dolore, alla sofferenza dell’innocente, all’amore che richiede il dono totale.

Eppure è proprio la ferita il luogo del riscatto: “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia” (Rom. 5,20). Quella ferita originale di cui tutti sperimentiamo il dolore, si è aperta un pomeriggio di duemila anni fa nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù, sospingendolo nell’abisso del male e della morte. Ma da quell’antro oscuro è risorto, mostrando finalmente quelle ferite trasfigurate e radianti di luce. In esse vi è ogni nostra ferita. Da quel giorno la Croce è divenuta la porta del Cielo, l’accesso misterioso alla felicità autentica, ad un parlare la lingua dell’amore sconosciuta a chi è stato preda del demonio muto. Cristo crocifisso e risorto è la Parola che scioglie le catene del “grande peccato” e libera la lingua e riconsegna il cuore alla verità e all’autenticità. Il sepolcro d’una vita ripiegata sulla propria solitudine è finalmente spalancato. E’ questa l’opera di Dio, che genera meraviglia. Perchè solo l’amore crocifisso è amore vero e degno, dono fecondo e libero, amore puro che sgorga dalla misericordia sperimentata e ridonata. Accogliere e amare il marito o la moglie esattamente come essi sono, senza sperare nulla, donando all’altro la vita che zampilla dalla sorgente inesauribile dell’amore risorto. Accogliere una malattia, laddove non si abbiano i rimedi per curarla, facendone un luogo di offerta e di amore. Raggiungere l’altro all’estremo opposto dell’orizzonte, senza chiedere e senza esigere, nella consegna totale e gratuita di sé. Restare crocifissi con Cristo nei dolori che umiliano un corpo che vorrebbe correre e vivere in pienezza, come in una liturgia che abbraccia l’universo e che offre ogni lacrima per un destino più grande. Amare e dare la vita, aprirsi alla fecondità che Dio ha pensato per ciascuno, sul talamo nuziale come sul letto della malattia. E figli, di carne e di fede, figli nati per la vita eterna.

Si comprende allora la tanta invidia del demonio, è insopportabile per lui vedere uno schiavo liberato. Il Più Forte è arrivato, lo ha vinto, gli ha strappato l’armatura di menzogne, le stesse che costituivano l’appoggio di tante esistenze bruciate nel mutismo più oscuro. Il bottino, gli schiavi liberati, distribuiti nel mondo ad annunciare la Buona Notizia, una Parola capace di strappare la preda al demonio. Il demonio muto che governa il mondo si ribella, si fa pensiero malvagio, cultura di morte, negli intellettuali come, spesso, in ciascuno di noi. E allora processi, calunnie, menzogne, quelle di duemila anni fa come quelle di oggi, nel tentativo di ricacciare tutti nel mutismo che soffoca la verità. E Lui, il Signore, l’umile, l’amore spezzato, Lui considerato un demonio. E’ la sua sorte, il mondo chiude le gabbie, e sigilla le labbra in un mutismo di morte e solitudine. Quello che sperimentiamo, che vediamo, che soffriamo. Perchè chi non è con Cristo è contro di Lui, non vi è spazio per la mediazione con il demonio! Esso è muto, non vuole parlare, non vuole uscire allo scoperto, si cela nei pensieri, illudendosi che Dio non lo scovi nell’abisso più profondo. Chi non raccoglie il suo amore disseminato nella storia disperde, come si disperde il seme nei rapporti muti, siano essi tra fidanzati, tra omosessuali, o chiusi alla vita tra i coniugi, siano quelli ancor più egoistici che si risolvono nella masturbazione. Rapporti muti nella sessualità come in ogni altro aspetto; disperdere l’amore, renderlo vano, prostituirlo e pervertirlo per saziare il proprio uomo vecchio, in famiglia, tra amici, nella missione e nella stessa Chiesa: è questo il demonio muto che ci afferra tutti. Il demonio che disperde il seme della Parola creatrice, e lo secca tra rovi, sassi, sul ciglio della strada della vita, negli inganni del mondo. Il demonio che ammutolisce la Parola capace di far crescere e dar frutto, la pazienza dell’amore, perchè il Signore non raccolga con noi i frutti pensati nel piano amorevole del Padre. Ma il Signore è più forte, conosce i nostri pensieri, il mutismo dove si nasconde l’inganno: ci conosce e ci conduce fuori, alla luce, ci libera nella verità, perchè il Suo amore crocifisso ha vinto il mondo. Il dito di Dio che ci ha creato giunge anche oggi, anche per noi, per toccarci e sanarci, per schiudere le labbra del nostro cuore, la lingua del nostro corpo, le corde del nostro spirito, perchè possiamo parlare le parole del Cielo, il suo amore che ha vinto l’egoismo e la morte, e raccogliere con Lui senza disperdere i frutti per la Vita Eterna.

Sant’Amedeo di Lausanne (1108-1159), monaco cistercense, poi vescovo
Omelia mariana ; SC 72

Il dito di Dio

« Mi venga in aiuto la tua mano ! » (Sal 118, 173). Il Figlio unico del Padre, per mezzo del quale egli ha creato tutte le cose, è chiamato la mano di Dio. Questa mano ha operato quando si è incarnata, non soltanto nel fatto che non ha causato a sua madre nessuna ferita, ma anche, secondo la testimonianza del profeta, addossandosi le nostre malattie, caricandosi delle nostre sofferenze (Is 53, 4).
Sicuramente, questa mano, piena di rimedi diversi, ha guarito ogni malattia. Ha respinto ogni causa di morte ; ha risuscitato dai morti ; ha frantumato le porte degli inferi ; ha incatenato l’uomo forte e gli ha strappato via le armi ; ha aperto il cielo ; ha elargito lo Spirito di amore nei cuori dei suoi. Questa mano libera i prigionieri e dona la vista ai ciechi ; rialza coloro che sono caduti ; ama i giusti e custodisce i forestieri ; accoglie l’orfano e la vedova. Strappa dalla tentazione coloro che sono in pericolo ; ristora, riconfortandoli, coloro che soffrono ; ridà gioia agli afflitti ; ripara sotto la sua ombra coloro che faticano ; scrive per coloro che vogliono meditare la sua Legge ; tocca e benedice il cuore di coloro che pregano ; li rafforza nell’amore, per mezzo del suo contatto ; li fa progredire e perseverare nella sua azione. Infine, li conduce alla patria ; li riporta al Padre.
Infatti, si è fatta carne per attrarre l’uomo attraverso l’Uomo, unendo la nostra alla sua carne, per riportare, nel suo amore, la pecora smarrita a Dio, Padre onnipotente e invisibile. Poiché questa pecora, avendo lasciato Dio, era caduta « nella carne », era necessario che questa mano, fatta uomo, venisse a sollevarla « dalla sua carne » per riportarla al Padre (Lc 15,4s).