Dal Vangelo secondo Giovanni 6,44-51.

Nessuno puo’ venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verita’, in verita’ vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo e’ il pane che discende dal cielo, perche’ chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivra’ in eterno e il pane che io daro’ e’ la mia carne per la vita del mondo». 

Il commento di don Antonello Iapicca

Abbiamo oggi, ieri, nella nostra vita, “udito” la voce del Padre? Nel fondo del nostro intimo abbiamo ascoltato le sue parole, quel moto dello Spirito che ci conduce a Cristo? La voce del Padre e’ il desiderio inappagato che ci stringe il cuore. Chi lo sente e non vi sfugge ode il Padre e va a Cristo. Chi se ne libera come di un ferrovecchio, superstizione o sentimentalismo d’accatto, chi cerca di sfuggire alla nostalgia di pienezza e felicita’ autentiche infilandosi nella iper-occupazione che si fa immancabilmente pre-occupazione, non ode il Padre e non può andare a Cristo. Dal Padre, infatti, si “impara” il cammino che conduce al Figlio, si apprende il destino prorompente che non lascia tranquilli: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito” (Cesare Pavese)Altre speranze indicano mete alienanti, altri desideri insegnano altri destini, di morte, di dolore, d’inferno: “L’inferno dei viventi non qualcosa che sara’; se ce n’e’ uno e’ quello che e’ gia’ qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu’. Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio” (Italo Calvino, Le citta’ invisibili). Si’, l’inferno comincia qui ed e’ l’assenza del desiderio autentico, la sparizione dall’orizzonte dell’esistenza del rischio di se stessidell’attenzione e dell’apprendimento con i quali ci si mette in gioco, la terra buona dove sorge l’amore, il frammento di paradiso deposto in mezzo all’inferno, l’unico che dura e che reclama spazio nel cuore dell’uomo, per quanto corrotto e ferito sia. Chi non lascia che il grido del desiderio di amore eterno graffi cuore e mente, si nutre della “manna” che sfama ma “non sazia”, il cibo che non libera dalla morte. Scriveva Sant’Agostino: “Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno e’ attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verita’, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto cio’, insomma, che e’ Cristo». Solo chi ha imparato dal Padre puo’ comprendere, accogliere e conoscere il Figlio. E la scuola del Padre e’ il suo attirare con un piacere alto, che punta diritto all’eternita’, impossibile all’uomo, e per questo donato dal Cielo. Imparare dal Padre significa essere attirati dal desiderio di Cristo, e Cristo crocifisso. Se, infatti, da un lato la sofferenza che la Croce ci mostra è qualcosa che non riusciamo ad accettare, dall’altro l’amore che essa suppone e rivela ci attira misteriosamente facendo risuonare in noi il desiderio più vero, quello di essere amati così come siamo e senza condizioni, e di poter amare allo stesso modo chi ci e’ prossimo: Dio, infatti, ci attira nella “logica della Croce, che non e’ prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell’amore e del dono di se’ che porta vita” (Papa Francesco, Udienza Generale, 27 marzo 2013). Ogni nostro desiderio, anche quello tradotto in concupiscenza della carne con cui rifiutiamo la “logica della Croce” e del sacrificio, esprime il desiderio latente dell‘unico piacere che puo’ saziare, quello che non uccide ma dona la vita. La sessualita’ ad esempio, e’ incastonata in un piacere carnale che non si esaurisce nella soddisfazione dell’istinto e della passione, ma che invece si dilata nella misura che sorge da una donazione totale di se’, nel compimento della volonta’ divina di un amore che non difende nulla, aperto alla fecondita’ e alla vita. Quando l’atto sessuale e’ sganciato dall’autenticita’ del dono totale di se stessi responsabilmente e liberamente scelto nel vincolo matrimoniale, diviene manna che non sazia, un dono del Cielo pervertito al punto di condurre alla morte. Ci si puo’ unire al proprio coniuge e morire, usando del corpo altrui per soddisfare un desiderio e un bisogno svincolato dalla verita’. E’ una menzogna che uccide, molto piu’ quando lo stesso atto sessuale e’ compiuto al di fuori del matrimonio, tra ragazzini o tra amanti ultra quarantenni, o quando si usano metodi anticoncezionali, ovvero anti-vita, barriere erette per proteggersi  dalla volonta’ di Dio. E il rapporto che fa di due una carne sola diviene l’inferno che inghiotte entrambi, e le conseguenze infettano ogni aspetto della relazione, sino al giudizio, al rancore, alla separazione che getta responsabilita’ e colpe sull’altro. La concupiscenza carnale infatti, come scriveva Sant’Agostino, “non e’ un bene procedente dalla essenza del matrimonio, ma un male, conseguenza del peccato originale”, che, ferendo l’uomo vecchio, ove non e’ assorbito dalla Grazia e dalla misericordia, si estende e genera altri peccati, sentieri tracciati verso l’inferno dei viventi.

Essere costantemente attirati dal Padre e condotti verso Cristo significa, invece, vivere ogni desiderio ed ogni piacere, anche la sessualita’, come un dono celeste, nutrirsi di un cibo che non perisce; in ogni santo desiderio si puo’ sperimentare la vita eterna, perche’ nulla e’ contro l’uomo quando è vissuto in Cristo. E’ Lui il piacere compiuto, e per questo si e’ fatto carne da mangiareIn Cristo la carne e’ redenta; attirati dall’amore del Padre e consegnati a Cristo, possiamo sperimentare la bellezza, la pace e la sazieta’ della nostra carne trasfigurata, fatta essa stessa pane consegnato per la vita di chi ci e’ accanto. La sessualita’ secondo la volonta’ di Dio, come ogni altro aspetto delle relazioni tra coniugi, fidanzati, amici, colleghi, fratelli, e’ il dono del Pane della vita, il mistero di un amore che non esige e non si appropria di nulla, vissuto come in una liturgia celeste celebrata nella carne, e nei desideri, speranze, gioie e dolori, consegnati mutuamente. Non a caso sul talamo nuziale veniva posto lo stesso baldacchino che sormontava gli altari, immagine della Shekina’ divina, la presenza di Dio che dal Cielo discende sulle specie eucaristiche come sugli sposi; il letto coniugale infatti e’ un altare dove si consuma lo stesso mistero di vita che si compie sulla mensa eucaristica: il pane di vita che discende dal cielo e dona la vita. Dio desta in noi il desiderio del suo Figlio, di gustare il suo amore vivo, celeste eppure reale, tanto reale che si puo’ mangiare. Il Pane della Vita, la volonta’ di Dio che scende sul campo della nostra esistenza come rugiada, giorno dopo giorno come la manna che non si corrompe, un alimento capace di saziare e che fa pregustare il destino autentico, la vita eterna. Lasciamoci oggi “ammaestrare da Dio” attraverso la storia, liquido di contrasto donatoci per evidenziare il desiderio autentico e “vergine”, donatoci al principio prima ancora di essere formati nel grembo materno, il “sigillo” dello Spirito Santo impresso sul “cibo che non perisce” e del quale il cuore ha una nostalgia infinita, l’amore nel quale Dio ci ha creati, l’unico che colma e da’ senso e gioia e compiutezza alle nostre vite. Anche le sofferenze, le delusioni, i fallimenti, gli stessi peccati ci ammaestrano e ci fanno umili sino a consegnarci tra le braccia del Padre, quelle stesse crocifisse e accoglienti del suo Figlio. Attraverso gli eventi e le persone della nostra storia quotidiana, siamo “attirati in Cristo” dal Padre, per sperimentare in tutto il sapore del Cielo; siamo attirati in Cristo per gustare un amore che e’ la stessa vita eterna: “L’amore e’ “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di se’, e proprio cosi’ verso il ritrovamento di se’, anzi verso la scoperta di Dio” (Benedetto XVI, Deus caritas est).