di Don Antonello Iapicca

Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: “C’era un uomo ricco, che  vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell?inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino
a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”.

IL COMMENTO

Ascoltare e credere. Entrambi doni celesti: tutto annuncia Lui. Ogni Parola annuncia l’unico evento capace di strappare l’uomo ad una vita distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Avere e possedere in questa vita perchè un’altra non ce n’è. Tutti i giorni uguali, dispersi ad accumulare simulacri di vita, per non accorgersi della morte che incombe, sicura. Come sicuri sono paradiso e inferno, in questo tempo occultati “novissimi” in una società spiaccicata sul parabrezza di un mondo lanciato a tutta velocità nel vuoto del non senso.
E un mendicante sulle soglie dei bagliori vuoti e transitori della vana-storia, quella aggrappata alla vana-gloria: “Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione…. Questo l’abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo, anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso, non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo” ( Testimonianza di don Luigi Giussani durante l’incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità. Piazza San Pietro, Roma, 30 maggio 1998). Mendicare dalle proprie piaghe, che sono le ferite del peccato e della vita, le ferite della debolezza, perchè le piaghe di Cristo ci guariscano. E ci portino al Cielo. Il Vangelo, l’annuncio profetizzato da Mosè e dai Profeti, in esso, e solo in esso, vi sono la Vita e la salvezza. Il Paradiso. Ascoltare e credere: l’amore di Dio, piagato della passione infinita. Anche se apparisse, in questo istante Cristo risorto, probabilmente non cambierebbe nulla. Emozione, sussulti, ma il cuore rimarrebbe incapace di credere, e l’avvenimento della risurrezione resterebbe velato, e non ne saremmo persuasi. L’ascolto della predicazione è la porta che dischiude sulla fede, sulla conversione. E’ il cammino di una vita, nulla si improvvisa. La povertà racchiusa in Lazzaro è l’immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata. La pancia piena di alienazioni impedisce uno sguardo stupito e bisognoso. Bastare a se stessi, l’inganno che che ci impedisce d’essere felici e beati. Gesù infatti riserva la beatitudine ai poveri, ai Lazzaro che non hanno nulla. Di essi è perù il Regno dei Cieli, per essi è preparato il seno di Abramo. La parola povero, nel vangelo di oggi come in quello delle beatitudini
traduce l’autodefinizione dei monaci di Qumram: «anawim ruah». La TOB ha «poveri di cuore». Questi poveri, infatti, sono «quelli dal cuore ferito e dallo spirito affranto» ( Sal 34,19), dei quali Dio si prende cura (cf. Sal 40,18). Essi hanno gli stessi sentimenti interiori ed esteriori dei poveri di Jhwh. Non a caso il termine usato da Mt è πτωχοί, da cui deriva pitocco, miserabile. A questi poveri Gesù è inviato come Messia e salvatore (Mt 11,5; cf. Lc 4,18 che cita Is 61,1-2). Il motivo della beatitudine non sta nella situazione precaria vissuta dal fedele, me nel sicuro intervento di Dio. In questo senso, la povertà è la migliore condizione per accogliere il Regno di Dio. Esso, perciò, è già “al presente” dei poveri. È fatto di loro (cf. Sof 3.12). Per questo le apparizioni mariane, nel solco delle apparizioni di Gesù risuscitato, sono sempre a favore dei piccoli, degli ultimi, dei bambini. Dio ha voluto incarnare se stesso nell’estrema povertà di un Figlio crocifisso. Per raggiungerci dove siamo realmente. Fuggire dal luogo che ci appartiene, l’estrema povertà e l’infinito bisogno della creatura, significa chiudersi alla Grazia. Convertirsi è dunque, in questa quaresima, prendere di peso la nostra vita, non tralasciare nessuna debolezza, nessuna fame, nessuna sete. Guardarci dentro, sino in fondo, e scoprire che è lo stesso bisogno che muove il ricco e il povero Lazzaro. Prendere tutto dalla vita, frugando tra mondo, carne e demonio, significa saziarsi di fumo per precipitare nel vuoto eterno che è l’inferno. Accettare d’essere, in questa terra, un povero mendicante che solo può tendere la mano alla misericordia di Dio è l’unico atteggiamento realistico e ragionevole per camminare nella storia. La verità che ci fa liberi e ci spalanca le porte del Paradiso. Che il signore ci aiuti nel faticoso cammino verso la Verità.