Dal Vangelo secondo Matteo 7,7-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Chiedere, cercare, bussare, nella certezza che c’è Uno che pensa a me, che si preoccupa di me, Uno che mi ama facendo di me un altro se stesso. Uno che desidera esattamente ciò che desidero io e, per amore, si è spogliato di tutto per essere come me, per fare di me ciò che è Lui, al punto che nulla di me gli è indifferente. Per amore, e non per filantropia, per legge o per vana passione. Uno che ha posto il centro della sua vita in questa povera cosa che sono io oggi, e domani, e ogni giorno. Uno che in cambio della gioia che gli era posta innanzi ha scelto l’obbrobrio che ha ghermito la mia vita, sino a farlo diventare il suo obbrobrio per trasformarlo in vittoria. “Quale fu la ragione che tu ponessi l’uomo in tanta dignità? Certo l’amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l’hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno”. (Santa Caterina da Siena, Il dialogo della Divina provvidenza). Quest’Uno, quest’Unico è Dio! E’ Dio perché si è fatto come la creatura affinché questa potesse ritornare ad essere se stessa, capace di amare il suo creatore: “La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore”(Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 19). E’ Dio perché “tutto quello che vuole che le sue creature facciano a Lui lo ha fatto a loro”, infinite volte: si è fatto uomo, è sceso sino al nulla d’amore provocato dal peccato, e lì, uomo tra gli uomini, ha colmato la natura umana con il compimento “della Legge e dei Profeti”, l’essenza della sua Parola, l’amore vittorioso su ogni barriera, capace di donasi, di amare esattamente come il cuore di ogni uomo desidera essere amatoE’ infatti impossibile fare agli altri quel che si desidera fosse fatto a noi. E’ impossibile perché nessun “altro” può amarci come speriamo: desideriamo l’amore nel quale e per il quale siamo stati creati, l’amore di Dio, senza limiti, senza giudizi, senza esigenze, misericordioso, puro, gratuito, libero. Desideriamo l’amore di Cristo, perfetto, sino alla fine. Per questo Dio si è fatto uomo, prossimo a ciascuno, l’unico “altro” capace di fare a noi esattamente quello che desideriamo. Incontrare e accogliere oggi il Signore come l’Uomo che ci consegna l’amore che bramiamo con ogni fibra del nostro essere, accoglierlo per lasciarci trasformare in Lui, è il compimento della parola del Vangelo di oggi, la pienezza della Legge e dei Profeti. Sperimentare quell’unico amore che vogliamo che gli uomini “facciano” a noi ci trasforma in questo stesso amore: “Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Così non si tratta più di un «comandamento» dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti»” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 18). Vivere in Cristo significa vedere compiuto ogni desiderio d’amore, nell’unico “Uomo” dal quale recarsi a bussare certi che ci sarà sempre aperto, in cui cercare sicuri di trovare, a cui chiedere nella fiducia che ci sarà dato.

Per questo è inutile chiedere, bussare e cercare laddove nessuno potrà mai darci quello che il nostro cuore desidera: è inutile e fonte di grandi sofferenze sperarlo dagli “uomini”, dalla moglie, dal marito, dai figli, dai genitori, dagli amici, dal fidanzato, dalla fidanzata, dai superiori, da chi è a contatto con noi. Faremmo la fine di quell’uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Nessuno degli “uomini” da cui ci si sarebbe aspettato amore, attenzione e aiuto si è fermato a soccorrerlo, a dargli “quello che avrebbe voluto che facessero per lui”. Nessuno tranne uno Straniero, Uno che veniva dal Cielo, e quindi un “eretico” per chi fa della carne il suo sostegno, l’unico prossimo capace di “fargli quello di cui aveva bisogno”, caricarsi della sua vita per deporla nel seno della misericordia. Gesù racconta questa parabola al fariseo che lo aveva interrogato su chi fosse il prossimo da amare, per strapparlo all’inganno della giustificazione che sorge sempre dalla carne, incapace di riconoscere in chi ci è accanto, le sembianze di Cristo e, in ultima analisi, di se stesso; per questo il Signore conclude la parabola con  parole che fanno eco a quelle del vangelo di oggi: “và e fa anche tu lo stesso”. Chi ha conosciuto il Samaritano buono e misericordioso e ne ha sperimentato l’amore, farà lo stesso, amerà come ha imparato, sperimentato e conosciuto: “Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell’amore: il diventare l’uno simile all’altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia”. (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17). Per questo occorre bussare, cercare e chiedere con un cuore di bambino, senza timore, con audacia; ancor più forte quando ci troviamo mezzi morti sul ciglio della vita, come neonati affamati nell’ora della poppata. Un bambino infatti, senza alcun pregiudizio, per pura esperienza, si getta nell’amore del padre e della madre e chiede, cerca e bussa, senza stancarsi; lui sa come farsi aprire, usa astutamente ogni stratagemma perché conosce, intimamente ancor prima che intellettualmente, la “fragilità” amorevole del cuore dei genitori. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo “cattivo”, cioè “schiavo” secondo l’etimologia del termine, “prigioniero” del limite angusto della propria carne, dà prontamente cose buone al figlio. E non scambia pani per pietre o pesci per serpenti, pur essendo, in Israele, simili ad una prima occhiata. Un padre non sbaglia dono, ed è solo un uomo, ma basta a far crescere nel figlio la certezza granitica e pura d’un bambino: l’incrollabile fiducia di chi vede il suo papà grande, e forte, e buono, e con un cuore come un oceano, il migliore di tutti i papà. Pregare è vivere ogni istante così. Il cristiano è tutto in questa certezza fondata sulla roccia d’un amore infinito, infallibile, che conosce il nostro cuore, e sa di cosa abbiamo bisogno, e non sbaglia un colpo. Nostro Padre è “nel Cielo”, e da lì vede ogni istante della nostra vita come una nota sullo spartito della storia; la abbraccia tutta con uno sguardo, non è schiacciato sul contingente appesantito dal passato: per questo ci dà le “cose buone” per compiere la sua volontà d’amore per tutta la nostra vita; non è un distributore merendine, non ci dà quello che serve per soddisfare un appetito del momento, per santo e giusto che possa apparire. Lui soddisfa il desiderio autentico del nostro cuore, la realizzazione del nostro essere, giorno per giorno, per giungere vittoriosi al nostro destino celeste. Spine nella carne, difficoltà, solitudine, incomprensioni, tradimenti, precarietà, morte, vita, situazioni apparentemente irrazionali,tutto nella nostra storia chiede, bussa e cerca il suo amore, la cosa buona per eccellenza. Siamo chiamati a vivere come Gesù nell’Orto degli Ulivi, nell’estremo dell’angoscia, accasciati con Lui su una certezza: la volontà del Padre è la verità, l’unica salvezza, l’unico cammino che conduce alla felicità e alla Vita. Chiedere, cercare, bussare, sempre e ovunque la sua volontà in noi, e lasciare che lo Spirito Santo gridi nel nostro spirito l’invocazione che, senza paura, apre il Cielo sulla nostra terra: Papà.
APPROFONDIMENTI
 
 

S. Luigi Maria Grignion de Montfort. L‘amore dell’eterna sapienza. 

Catechismo della Chiesa Cattolica. Il combattimento della preghiera