Benedetta Frigerio da Tempi.it

Cinquant’anni fa moriva la donna che sacrificò la propria vita per preservare quella della figlia che portava in grembo. Una storia esemplare testimoniata dai tanti appunti e scritti lasciati sui taccuini e che qui ripubblichiamo.

Cinquant’anni fa, il 28 aprile 1962, moriva Gianna Beretta Molla, medico e madre di quattro figli, proclamata santa da papa Giovanni Paolo II nel 2004. Lo stesso papa che volle beatificarla nel 1994, facendo comprendere a molti che la santità è alla portata di ogni cristiano. E che non è fatta di atti eroici, ma di sì quotidiani alla volontà di Dio. Sarebbe riduttivo, infatti, venerare Gianna solo per l’ultimo sacrificio, quello estremo della vita, accettato per la salvezza del quarto figlio in grembo.

Gianna cresce in una famiglia di tredici figli. Fin da piccola affronta le numerose prove che la vita le riserva alla luce della fede trasmessale dai suoi genitori. Una fede intelligente che riconosce la presenza benevola di Dio in ogni frangente, piccolo o grande.

Scrive Gianna sui suoi appunti all’età di 22 anni, dopo la morte dei genitori avvenuta solo due anni prima: «La vera preghiera è quella di adorazione: riconoscimento della bontà, dell’amore di Dio». E continua: «Il mondo cerca la gioia ma non la trova perché lontano da Dio (…) il segreto della felicità è di vivere momento per momento, e di ringraziare il Signore di tutto ciò che Egli nella sua bontà ci manda giorno per giorno». Gianna ama tutto della vita, scala le montagne, adora le gite, la pittura, la musica. Scriverà al fidanzato: «È meraviglioso quando si è in alto, con un cielo sereno, la neve bianchissima, come si gode e si loda Iddio».

Gianna intanto si è iscritta alla facoltà di medicina. In questi anni prega molto e fa pregare per conoscere la propria vocazione. Lei vorrebbe fortemente partire per il Brasile dove suo fratello Alberto vive la missione sacerdotale. Alberto, infatti, le racconta delle necessità cui deve far fronte ogni giorno. Così in Gianna matura una vocazione missionaria, che non verrà tradita dal fatto che non potrà partite a causa della salute cagionevole in cui il suo direttore spirituale coglie un segno chiaro: «Gianna, perché non pensi a fare famiglia qui?». Anche la ragazza percepisce queste parole come un richiamo. Scrive a proposito della vocazione: «Che cos’è la vocazione? È un dono di Dio. Se è un dono di Dio, la nostra preoccupazione deve essere quella di conoscere la volontà di Dio. 1) Se Dio vuole 2) Quando Dio Vuole 3) Come Dio vuole. Conoscere la vocazione. In che modo? 1) Interrogare il Cielo con la preghiera 2) Interrogare il nostro direttore spirituale 3) Interrogare noi stessi sapendo le nostre inclinazioni».

Gianna coglie nel consiglio del sacerdote una chiamata drammatica, dato che per anni aveva cercato di andare in missione come medico negli ospedali.

Sposa così Pietro Molla e vive il matrimonio come una preferenza di Dio nei suoi confronti. Donando tutta se stessa al marito come voleva donarsi ai poveri. Per Gianna è Dio che sceglie che forma prendere. Non la possiamo immaginare noi. Ma Dio non toglie nulla: il Suo disegno è il migliore per noi. Scrive infatti al fidanzato: «Potessi dirti tutto ciò che sento per te! Ma non sono capace – supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene, tu sei l’uomo che desideravo incontrare». E ancora: «Vorrei proprio farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà (…) Ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana».

Intanto Gianna continua a lavorare come medico anche se non è d’uso per la sposa di un imprenditore importante. E pure nel lavoro la donna da tutta se stessa a Dio. Scrive nel suo ricettario: «Noi abbiamo delle occasioni che il sacerdote non ha. La nostra missione non è finita quando le medicine più non servono. C’è l’anima da portare a Dio e la nostra parola (dei medici) avrebbe autorità. Ogni medico deve consegnarlo (l’ammalato) al Sacerdote. Questi medici cattolici, quanto sono necessari! (…) Che Gesù si faccia vedere in mezzo a noi, trovi tanti medici che offrano se stessi per Lui. “Quando avrete finito la vostra professione – se l’avrete fatto – venite a godere la vita di Dio perché ero ammalato e mi avete guarito”».

Mentre lavora si occupa dei tre figli e dell’educazione delle giovani dell’Azione Cattolica. Che ammonisce contro il rischio dell’attivismo: «L’apostolato si fa prima di tutto in ginocchio (…) per poter dare dobbiamo avere, cioè dobbiamo possedere Dio (…) Pretendere di essere apostoli, di far parte dell’Azione Cattolica e non partecipare poi al sacrificio del Salvatore del mondo è pura immaginazione e illusione!».

All’età di 39 anni rimane incinta del quarto figlio. Le viene diagnosticato un fibroma all’utero che deciderà di non curare per non mettere a rischio la vita del piccolo. Fa di tutto per salvarsi insieme a lui. Lo chiede nella preghiera, ma dirà al marito: «Se dovete scegliere tra me e il bimbo nessuna esitazione: scegliete, e lo esigo, il bimbo. Salvate lui».

Il 20 aprile del 1962, Venerdì Santo, partorisce con taglio cesareo Gianna Emanuela. Dopo una settimana di sofferenze, in cui non vuole calmanti per rimanere in contatto con il Signore, la donna muore pregando: «Gesù ti amo, Gesù ti adoro. Oh se non ci fosse Gesù che ci consola in certi momenti!». Il 28 aprile la donna muore. Compiendo quanto aveva scitto, quasi presagio, 17 anni prima: «Amore e sacrifizio sono così intimamente legati, quanto il sole e la luce. Non si può amare senza soffrire e soffrire senza amare. Guardate alle mamme che veramente amano i loro figlioli: quanti sacrifici fanno, a tutto sono pronte, anche a dare il proprio sangue purché i loro bimbi crescano buoni, sani, robusti! E Gesù non è forse morto in croce per noi, per amore nostro! È col sangue del sacrificio che si afferma e conferma l’amore». La sua vocazione missionaria, invece, si compirà 28 anni dopo, proprio in Brasile. Gianna intercederà dal cielo, salvando una donna brasiliana incinta, che rischiando la vita insieme al suo quarto figlio si rivolge a lei per ottenere la grazia della vita di entrambi.