di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana l’8 marzo 2012

Con l’udienza del 7 marzo Benedetto XVI ha concluso la sua “scuola della preghiera” dedicata alle orazioni del Signore dei Vangeli, affrontando ancora il tema del silenzio di Gesù, «così importante nel rapporto con Dio».

L’udienza è stata così occasione di ritornare sull’importanza cruciale del silenzio in un mondo che sembra averlo perduto, una preoccupazione costante nel Magistero del Pontefice.

Il Papa è partito da una citazione della sua stessa esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, sul silenzio del Golgota: «Qui siamo posti di fronte alla “Parola della croce” (1 Cor 1, 18). Il Verbo ammutolisce, diviene silenzio mortale, poiché si è “detto” fino a tacere, non trattenendo nulla di ciò che ci doveva comunicare» (n. 12). Cita poi san Massimo il Confessore (579 o 580-662), il quale sempre sul Golgota fa dire alla Madonna: «È senza parola la Parola del Padre, che ha fatto ogni creatura che parla; senza vita sono gli occhi spenti di colui alla cui parola e al cui cenno si muove tutto ciò che ha vita».

La croce di Cristo, spiega il Pontefice, «non mostra solo il silenzio di Gesù come sua ultima parola al Padre, ma rivela anche che Dio parla per mezzo del silenzio». Così, ancora, si esprime l’esortazione «Verbum Domini»: «Il silenzio di Dio, l’esperienza della lontananza dell’Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. Appeso al legno della croce, ha lamentato il dolore causatoGli da tale silenzio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15, 34; Mt 27, 46). Procedendo nell’obbedienza fino all’estremo alito di vita, nell’oscurità della morte, Gesù ha invocato il Padre. A Lui si è affidato nel momento del passaggio, attraverso la morte, alla vita eterna: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)»). L’esperienza di Gesù sulla croce è certamente unica, ma ha anche un valore universale: «è profondamente rivelatrice della situazione dell’uomo che prega e del culmine dell’orazione: dopo aver ascoltato e riconosciuto la Parola di Dio, dobbiamo misurarci anche con il silenzio di Dio, espressione importante della stessa Parola divina».

In effetti, «la dinamica di parola e silenzio, che segna la preghiera di Gesù in tutta la sua esistenza terrena, soprattutto sulla croce, tocca anche la nostra vita di preghiera in due direzioni». La prima «riguarda l’accoglienza della Parola di Dio. È necessario il silenzio interiore ed esteriore perché tale parola possa essere udita». Si tratta, evidentemente, di «un punto particolarmente difficile per noi nel nostro tempo. Infatti, la nostra è un’epoca in cui non si favorisce il raccoglimento; anzi a volte si ha l’impressione che ci sia paura a staccarsi, anche per un istante, dal fiume di parole e di immagini che segnano e riempiono le giornate»: un tema, come è noto, che riecheggia nelle varie riflessioni che Benedetto XVI ha proposto in questi anni in tema di Internet e di nuove tecnologie.

Ancora l’esortazione Verbum Domini è chiamata qui a testimone dell’importanza del silenzio: «Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore. La grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio». Il Papa afferma che «questo principio – che senza silenzio non si sente, non si ascolta, non si riceve una parola – vale per la preghiera personale soprattutto, ma anche per le nostre liturgie: per facilitare un ascolto autentico, esse devono essere anche ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale. Vale sempre l’osservazione di sant’Agostino [354-430]: “Verbo crescente, verba deficiunt” – “Quando il Verbo di Dio cresce, le parole dell’uomo vengono meno”». Proprio questo vogliono insegnarci i silenzi di Gesù. «Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio». Sì: dobbiamo proprio «reimparare il silenzio».

C’è però anche una seconda relazione del silenzio con la preghiera. Non c’è soltanto il nostro silenzio: «spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda». Si tratta però di silenzio ma non di «assenza» di Dio. In realtà, «il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine». Qualunque sia la nostra esperienza, sappiamo con certezza che «Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: e sapere questo deve essere sufficiente».

Nella Bibbia il personaggio che fa per eccellenza l’esperienza del silenzio di Dio è Giobbe. «Quest’uomo in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, parla con Dio, grida a Dio; nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e, alla fine, scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio. E così alla fine, rivolgendosi al Creatore, può concludere: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto” (Gb 42, 5)». Anche l’esperienza di Giobbe, per quanto estrema, vale anche per noi: «noi tutti quasi conosciamo Dio solo per sentito dire e quanto più siamo aperti al suo silenzio e al nostro silenzio, tanto più cominciamo a conoscerlo realmente. Questa estrema fiducia che si apre all’incontro profondo con Dio è maturata nel silenzio».

È importante studiare le preghiere di Gesù? Sì, risponde il Papa con le parole del «Catechismo della Chiesa Cattolica»: «L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi. Cercare di comprendere la sua preghiera, attraverso ciò che i suoi testimoni ci dicono di essa nel Vangelo, è avvicinarci al santo Signore Gesù come al roveto ardente: dapprima contemplarlo mentre prega, poi ascoltare come ci insegna a pregare, infine conoscere come egli esaudisce la nostra preghiera» (n. 2598). In Gesù dunque «si rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione, a scoprire i talenti che Dio ci ha dato, a compiere quotidianamente la sua volontà, unica via per realizzare la nostra esistenza».

In conclusione non solo dell’udienza, ma di tutto il ciclo sulla preghiera di Gesù, il Papa è tornato sulla necessità della calma, del «fermarsi», del fare silenzio. «A noi, spesso preoccupati dell’efficacia operativa e dei risultati concreti che conseguiamo, la preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, “staccandoci” dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla “radice” che sostiene e alimenta la vita». Ancora il «Catechismo della Chiesa Cattolica» c’insegna che il momento supremo di questa preghiera di Gesù è il Golgota, dove confluiscono «tutte le angosce dell’umanità di ogni tempo, schiava del peccato e della morte, tutte le implorazioni e le intercessioni della storia della salvezza… Ed ecco che il Padre le accoglie e, al di là di ogni speranza, le esaudisce risuscitando il Figlio suo. Così si compie e si consuma l’evento della preghiera nell’Economia della creazione e della salvezza» (n. 2598).

Infine, il Pontefice ha riassunto il senso di tutta la sua «scuola della preghiera» nelle parole di san Paolo: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39).