Fondatrice delle suore del Santissimo Sacramento

di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 21 aprile 2009 (ZENIT.org).- Suor Gertude Comensoli morì mentre contemplava il Santissimo Sacramento esposto. Nella fase terminale della sua malattia, chiese che aprissero una finestra nella sua stanza che confinava con la cappella della comunità, per poter guardare l’Eucaristia dal suo letto di morte.

Papa Benedetto XVI la canonizzerà domenica 26 aprile in Piazza San Pietro insieme ad altri quattro beati.

Oggi il suo corpo giace incorrotto nella cappella della casa madre della comunità delle suore del Santissimo Sacramento, a Bergamo. La sua testa conserva la posizione in cui è morta, contemplando l’Eucaristia.

Il suo nome di Battesimo era Caterina ed era nata nel 1847. Crebbe in una famiglia semplice e profondamente credente.

“Da bambina, era molto sensibile alla continua presenza di Dio in mezzo agli uomini attraverso l’Eucaristia e ha vissuto il desiderio del Signore di compiere il servizio della lode per la salvezza degli umani”, ha spiegato a ZENIT padre Riccardo Petroni, postulatore della sua causa di canonizzazione.

Nel 1862 entrò nell’istituto delle Figlie della Carità, che dovette abbandonare per problemi di salute. In seguito si consacrò alla Compagnia di Sant’Angela come novizia.

Cercando sempre il servizio ai più bisognosi, divenne poi promotrice della Guardia d’Onore, un’associazione nata per diffondere il culto del Sacro Cuore.

Le sfide di una società industrializzata

Caterina aveva una grande preoccupazione: la società contadina tradizionale dell’Italia di fine Ottocento si stava trasformando in una società industriale. Le famiglie dovevano affrontare nuove esigenze lavorative e c’era un grande degrado morale. Ciò che inquietava maggiormente Caterina era che le eccessive ore di lavoro “non lasciavano spazio all’anima”.

In questo contesto, assistette a Roma a un’udienza privata con Papa Leone XIII, che la esortò a fare qualcosa per la difficile situazione sociale e morale che stava interessando il mondo dei lavoratori.

Caterina non poté mettere a tacere il suo cuore: “Era una voce potente quella che mi chiamava. Mi dava grande pena ciò che non tendeva a Dio e alla pratica delle virtù; provavo come specie di agonia nelle conversazioni notturne”, testimonia la santa nella sua breve autobiografia.

Fondò così l’Istituto di Adorazione ed educazione, il 15 dicembre 1882. Accolse la compagnia e il consiglio di padre Francesco Spinelli e il sostegno del Vescovo di Bergamo, monsignor Gaetano Camillo Guindan.

Il primo obiettivo era quello dell’adorazione perpetua, perché grazie alla preghiera profonda le religiose potessero proiettarsi nell’azione di carità nei confronti dei più bisognosi. Due anni più tardi, Caterina vestì l’abito e prese il nome di suor Maria Gertrude del Santissimo Sacramento.

“Le suore si impegnarono a far sì che il lavoro non rappresentasse un rischio per la salvezza dell’anima e non portasse all’abbandono o al detrimento di quei valori soprannaturali che appartenevano al tessuto cristiano e sociale dell’Italia di quel tempo”, ha osservato padre Riccardo.

Sette anni dopo, tuttavia, una grave crisi scosse la sua comunità, quando il tribunale di Bergamo dichiarò l’Istituto in bancarotta. “Mio Gesù, tra qualche minuto verranno a mettermi tutto sotto sigillo. Gli uomini sigillano le nostre cose. Tu sigilla il mio cuore nel tuo cuore dolcissimo e amabile”, scriveva la religiosa.

Il Vescovo dell’epoca, monsignor Giambattista Rota, le tese la mano ed ella ricevette così una nuova casa madre. In questo modo la Congregazione ebbe le risorse per portare avanti il suo cammino.

Nel 1900 l’Istituto delle suore del Santissimo Sacramento ricevette il primo riconoscimento pontificio da parte di Leone XIII.

Oggi ha 90 comunità presenti in Italia, Brasile, Ecuador, Kenya, Malawi, Bolivia e Croazia. Nutrite dall’amore per l’Eucaristia, le suore svolgono il loro servizio quotidiano nelle opere assistenziali, educative e liturgiche. La futura santa morì nel 1903. Giovanni Paolo II l’ha beatificata nel 1989.

“Gesù Cristo vive tra noi per essere sempre vicino e disposto ad aiutarci. L’amore lo tiene prigioniero in un’ostia, nascosto giorno e notte nel santo tabernacolo. Ha la sua gioia nella luce inaccessibile del Padre e, tuttavia, trova la sua gioia nello stare con gli uomini”, scriveva la suora.