di Paolo Rodari
Tratto da Palazzo Apostolico

La particolarità della diocesi di Coira (comprende i cantoni svizzeri di Grigioni, Glarona, Zurigo, Nidvaldo e Uri) risiede nel fatto che dipende direttamente dalla Santa Sede.

In virtù di un concordato del XIX secolo stipulato tra Vaticano e Svizzera, la diocesi gode del privilegio di una procedura di elezione del vescovo concordata fra il capitolo della cattedrale e il Papa. Anche il capo della chiesa di Roma, insomma, dice la sua sull’elezione del vescovo. Una prassi confermata il 6 luglio 2007 quando Benedetto XVI ha nominato vescovo Vitus Huonder, colui che in queste ore è sulla bocca di tutti per una lettera pastorale giudicata dai principali quotidiani svizzeri “esplosiva quanto assurda”, firmata da un presule “ultra conservatore”.

La lettera, inviata a tutte le parrocchie con richiesta di affissione e di lettura pubblica da ogni pulpito, contiene un passaggio che in pochi, parroci compresi, hanno digerito: “Alle persone divorziate che si risposano – scrive Huonder – vanno negati i sacramenti”. Huonder sostiene che, secondo le parole di Gesù, il matrimonio è indissolubile e che, per questo motivo, i divorziati, con la loro “decisione di iniziare un nuovo rapporto di coppia, si porrebbero in una situazione che rende impossibile ricevere i sacramenti”. Solo separati e divorziati che restano soli darebbero, secondo il vescovo, “una preziosa testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio”.

“Ecco l’ultima uscita del conservatore Huonder”, hanno scritto i quotidiani Tages-Anzeiger e Bund, soffiando sul fuoco di una protesta che in poche ore si è allargata dai preti ai fedeli laici facendo divenire Coira un avamposto svizzero di quella ribellione anti romana già presente in diverse diocesi tedesche e austriache. Una protesta che è continuata anche dopo che il portavoce della diocesi, Giuseppe Graci, ha cercato di spiegare le ragioni del vescovo: “Huonder vuole semplicemente rafforzare il valore del matrimonio e le sue parole sono in linea con la dottrina ufficiale della chiesa”, ha detto.

I primi a protestare sono stati i parroci di Coira: “Non leggeremo questa lettera pastorale nelle nostre chiese. Desideriamo prendere le distanze da questa lettera del vescovo sia nel contenuto che nella forma”, ha scritto il decano e parroco di Winterthur Hugo Gehring prendendo posizione a nome di numerosi operatori pastorali della regione di Winterthur e dell’Unterland zurighese. Secondo lui pretendere da tutti i membri della chiesa cattolica che vivono una separazione matrimoniale di rimanere non sposati, sarebbe “inumano, secondo la nostra esperienza, e non deducibile dal messaggio cristiano”.

Nessuna lettera pastorale aveva prima sollevato proteste simili. Secondo Christian Breitschmid, incaricato per l’informazione del vicariato di Zurigo, Huonder ha ripreso un tema scottante e provocato più rifiuto che approvazione. “Per tutta la settimana, la discussione è stata vivace. I media di tutta la regione hanno parlato della lettera pastorale”. Dai parroci, Breitschmid avrebbe sentito prevalentemente “commenti molto critici”. A suo avviso, la maggioranza dei parroci non leggerà la lettera e manterrà la prassi – che Roma vieta – di ammettere ai sacramenti anche coloro che si sono risposati.

Sulla vicenda ha detto la sua anche il Consiglio pastorale di Zurigo. In un lungo testo i membri del Consiglio hanno voluto ringraziare “tutti gli operatori e le operatrici pastorali che aiutano anche le persone separate e risposate, a proseguire il loro cammino con Dio nella comunione eucaristica della chiesa”. Il Consiglio ha spronato direttamente gli operatori pastorali ad ammettere persone in seconde nozze alla comunione e ai sacramenti. Per il Consiglio, infatti, la lettera non tiene conto della “legge della misericordia” annunciata dal Vangelo. “Non siamo forse tutti peccatori?”, si chiede.

Gli operatori pastorali del cantone di Nidwalden hanno deciso all’unanimità “che questa lettera non può essere letta durante la messa. Invece di annunciare una buona notizia, come sarebbe nostro compito, susciteremmo contrarietà, agitazione e protesta, e questo proprio in persone che a maggior ragione avrebbero bisogno di una parola di incoraggiamento”. Gli operatori pastorali di Nidwalden continueranno quindi a concedere i sacramenti (comunione, riconciliazione, unzione degli infermi) ai divorziati risposati: “Per noi è importante essere aperti a tutti e non scostanti”, hanno detto.

Nel decanato di Innerschwyz il parroco Konrad Burri ha spiegato: “Mandar via qualcuno che so essersi risposato, è per me assolutamente impensabile. Possono essere persone con un autentico atteggiamento di fede cristiana”. A suo avviso, ognuno deve risolvere il problema in coscienza, se fare o non fare la comunione. “Non possiamo giudicarlo noi preti”, dice Burri, che chiede: “In queste direttive, dov’è la misericordia verso il peccatore? Non siamo forse tutti peccatori?”.

I quotidiani Matin Dimanche e SonntagsZeitung hanno chiesto ulteriori spiegazioni a Huonder il quale ha ribadito che “attirare l’attenzione dei divorziati risposati sulle regole fondamentali, è proprio mostrare misericordia”. “Non solo è mio diritto, ma soprattutto mio dovere, ricordare le regole fondamentali della chiesa”, ha spiegato. Per ora Roma tace, ma il vento di ribellione, in Europa, continua a soffiare.