Mondo e Missione n.4 Aprile 2010

I dispacci dei religiosi pubblicati su «Le Missioni cattoliche»

di Chiara Zappa

«DA TRE GIORNI cristiani massacrati, saccheggiati, incendiati. Enormi perdite. I superstiti affamati. Miseria estrema. Soccorsi urgenti. Nostro podere annientato». Era il 19 aprile del 1909 quando monsignor Boghos Bedros XIII Terzian, vescovo armeno cattolico di Tarso e Adana, così scriveva in un telegramma spedito dalla Turchia e pubblicato da Le Missioni cattoliche, «antenata» della nostra rivista.

Sfogliando quelle pagine stampate un secolo fa, ci siamo imbattuti in testimonianze straordinarie, che raccontano in prima persona i prodromi di quello che si sarebbe trasformato nel primo genocidio del XX secolo, il «Grande male» che si abbattè sulla popolazione armena che in Anatolia viveva da quasi tremila anni. Tra un milione e un milione e mezzo vittime – così dicono le ricostruzioni -, migliaia di donne e bambini «infedeli» inglobati come servi in focolari musulmani, famiglie intere (le più fortunate…) fuggite all’estero e mai più ritornate nella loro terra.

Della genesi del genocidio armeno, su cui ancora la politica non ha permesso di scrivere una storia condivisa, i missionari furono testimoni eccezionali. A cominciare dagli eccidi divenuti noti come «i massacri di Adana», quando – era l’aprile 1909 – orribili violenze si scatenarono ai danni degli armeni nel capolouogo della Cilicia e in tutta la provincia, fino alla regione di Tarso.

«Il mio ultimo dispaccio vi ha informato in poche parole del disastro di cui fu vittima la popolazione cristiana di Adana nelle giornate del 14,15 e 16 aprile, come la nostra masseria fu distrutta e tutto il personale massacrato», scrive monsignor Terzian in una lettera datata 3 maggio 1909 (pubblicata sul numero 1819 di Le Missioni cattoliche). «Stavo per informarvi dettagliatamente dell’accaduto, quando, il 25 aprile, una nuova esplosione di fanatismo musulmano finì per annientare completamente tutti i nostri stabilimenti di Adana. La nostra chiesa, il nostro collegio, la nostra scuola femminile, il convento delle religiose, il presbiterio, il vescovado, tutto insomma fu preda delle fiamme, senza che potessimo porre in salvo la minima cosa».
LA TESTIMONIANZA del vescovo da voce dall’interno a un momento di forte tensione per la società turca. Sul trono di Istanbul siede il sultano Abdul Hamid II, ma il governo è in mano ai Giovani Turchi, movimento iper-nazionalista che propugna la laicizzazione dello Stato ma anche, soprattutto in certe frange, la pulizia etnica e religiosa dell’Anatolia.

In molti ambienti turchi e curdi non viene vista di buon occhio la possibilità che alle minoranze non islamiche siano riconosciuti gli stessi diritti dei musulmani. Da qui a trasformare gli armeni, comunità che parla una propria lingua e pratica una fede «sospetta» affine a quella della Chiesa ortodossa di Mosca, in un capro espiatorio accusato di tentazioni indipendentiste e di simpatie filorusse, il passo è purtroppo breve.

Già a fine ‘800, gli armeni di Turchia erano stati oggetto di persecuzioni. Ma i primi anni del nuovo secolo – mentre in Europa soffiano venti di guerra e l’impero ottomano, prossimo al tramonto, subisce duri colpi nel conflitto con la Russia -segnano tra i turchi un intensificarsi del fanatismo religioso e della xenofobia, particolarmente proprio in Cilicia. Un crescendo di provocazioni contro la popolazione armena a partire dagli ultimi mesi del 1908, con la diffusione di notizie false circa una loro presunta insurrezione, sfocerà, nella primavera seguente, nello scoppio delle violenze vissute in prima persona da monsignor Terzian.

«Si valuta a 30 o 40 mila il numero delle vittime in tutto il vilayet continua il testo pubblicato sulla rivista -, è impossibile però ancora dare una cifra esatta approssimativamente. Ad Adana quasi tutto il quartiere armeno non presenta più che un mucchio di ceneri; tutta la popolazione cristiana, terrorizzata, si trova riunita in due o tre luoghi, dove spera protezione ma dove pure si trova esposta alla fame e presto forse all’epidemia. Per giunta a tutte queste miserie e per più aggravarle, non è permesso ad alcuno di allontanarsi da una città, che non è più che un mucchio di rovine».

LA CRONACA, fin qui asciutta, risparmia al lettore i particolari della mattanza. Quella che, nella sola residenza dello stesso vescovo Terzian, vide centosessanta persone barbaramente massacrate, «e i cadaveri gettati nei pozzi». Ma, nei successivi numeri di Le Missioni cattoliche, le voci dei missionari, religiosi e suore, dall’interno della tragedia fanno rivivere tutto il terrore di un genocidio per troppo tempo rimasto sepolto nel silenzio. A cominciare dall’episodio che, ad Adana, scatenò le violenze, il cui racconto conferma – e arricchisce di macabri particolari – le altre, rarissime, testimonianze coeve.
«Il martedì di Pasqua – scrive il gesuita francese padre Lucien Benoit nel dispaccio pubblicato sul numero 1822 (2 luglio 1909) – essendo i nostri quattro fratelli maristi usciti, notarono un’insolita animazione nei quartieri turchi. Essi erano invasi da una folla di musulmani venuti dalle circostanti campagne, avevan tutti il capo coperto del turbante, mentre ordinariamente s’accontentano, come i cristiani, del fez o tarbuck degli arabi. Questi forastieri portavan fucili e scimitarre. Da qualche tempo le relazioni tra armeni e musulmani erano molto tese. Il venerdì santo, 9 aprile, avendo tre musulmani brutalmente assalito un armeno di quindici anni, il giovane aveva estratto il suo revolver, steso morti due de’ suoi aggressori e ferito il terzo. Ecco un pretesto… Il sangue musulmano era corso, ci volevano flotti di sangue cristiano per placare la collera dell’Islam».
LE PAROLE del gesuita padre Goudard suonano come il presagio della catastrofe: «Nei susseguenti giorni vi fu gran rumore nella città. Il martedì di Pasqua i cristiani non osarono uscir di casa. Rassicurati però dalle autorità, finirono per aprire le loro botteghe come al solito: era quello che si aspettava». Un accenno soltanto, che riporta però al centro la grave questione della connivenza di notabili e funzionari statali non solo nel non impedire ma nello spianare la strada ai massacri.

«Quando all’orologio della città, che segna le ore turche, suonarono le 4 (le 11 e 1/2 circa), improvvisamente incominciò sul mercato poi in tutta la città una scarica di fucilata. Uno degli armeni più in vista, sig. David Urfelan, vien ucciso in pubblica via da un turco, che gli dice: “In nome del Dio sommo, incominciamo da te”. In tutta fretta, intanto che i padri Rigal e Tabet organizzano la difesa del collegio (il collegio S. Paolo dei gesuiti, ndr), due altri missionari, i padri Benoit e Sabatier, corrono dalle suore per rassicurarle.

Al loro arrivo trovano la casa già invasa dai cristiani affollati». Si tratta della scuola e della cappella delle Sorelle di Saint-Joseph di Lyon, poi data alle fiamme il 2 maggio 1909. Ecco il racconto di una delle religiose presenti: «Al segnale dei massacri, molti di noi si buttano in ginocchio, le braccia in croce, e si raccomandano a Dio. Cinque minuti dopo giungono i nostri vicini atterriti e si precipitano per le nostre tre porte. Le fucilate aumentano; nelle vie gli uomini cadono come mosche. Dalle finestre del dormitorio se ne vedono stesi morti. Il saccheggio si fa in regola. I banditi sforzano la porta a colpi di ascia e invadono la casa, donde si odono subito uscire urla di disperazione. Sono le vittime che si sventrano, che si affettano e si torturano. Quando tutte son morte, si gettano mobili, abiti, oggetti diversi nel fondo d’un carro che staziona nella via; si da il petrolio alla casa per mezzo d’una pompa, vi si appicca il fuoco e si passa alla casa che segue».

A PERPETRARE le violenze – raccontano le corrispondenze dall’inferno – sono soprattutto i «basti buzuck», i cavalieri dell’esercito turco, arruolati in tempo di guerra. Dopo quattro giorni di orrore, ad Adana sembra tornare un minimo di calma. «Ma – scrive padre Benoit – se le uccisioni cessarono nella città, proseguirono però nei dintorni. Tutte le masserie cristiane furono saccheggiate, e ve n’erano 360. (…) Lo stesso avvenne, non solo nelle altre masserie, ma anche nelle tre grosse villeggiature o vigneti, che i cristiani possedevano nei dintorni di Adana. Dopo aver ammazzato e saccheggiato, i turchi incendiavano le abitazioni… Certi particolari fanno fremere. Alcuni armeni venivano inchiodati in croce sui pavimenti, sulle porte o su tavole: delle giovanette venivano denudate e sventrate a colpi di coltelli: indicibili delitti eran perpetrati sopra ragazzette da 7 ad 8 anni. I carnefici giocavano colle teste di fresco recise e perfin sotto gli occhi dei genitori lanciavano per aria i bambini, che ricevevano poi sulla punta dei coltellacci. Quanti altri orrori la penna si rifiuta di descrivere! “Vieni – diceva un musulmano a suo figlio di 12 o 13 anni – vieni, prendi questo coltello, e faccia Allah ch’esso sia ben tagliente per sgozzare i cristiani!”…».

DOPO QUALCHE giorno di calma apparente, le stragi proseguono in tutta la zona, come raccontano molti altri dispacci, che nelle settimane e nei mesi seguenti continueranno a giungere alla redazione di Le Missioni Cattoliche. Il bilancio approssimativo dei morti e delle distruzioni – da Tarso ad Antiochia, da Missis a Hamidie e in decine di altre città e villaggi – è puntuale quanto spaventoso: in totale, le vittime risultano almeno trenta, forse quarantamila, molti di più quelli rimasti «senza tetto e senza rifugio».

Migliala le case, le masserie, le vigne, i possedimenti distrutti e razziati. E la rovina avrà effetti anche fuori dalla Cilicia. Sulla rivista pubblicata il 16 luglio 1909, una lettera del padre Gransault, missionario a Cesarea, in Cappadocia, racconta: «I massacri scoppiarono proprio nell’epoca dell’anno in cui la mietitura della ricca pianura di Adana attira da 15 ai 20 mila lavoratori, che vengono da tutti i punti dell’Anatolia e fanno dieci, venti e anche trenta giorni di viaggio. Orbene, la maggior parte di questi disgraziati furono scannati come gli altri di Adana. Perciò i massacri hanno avuto una dolorosa ripercussione dappertutto. Tutti i villaggi cristiani posti tra Sivas e Cesarea sono stati assai provati».

In un articolo sul numero del 16 dicembre 1910, che tenta di fare il punto sui funesti avvenimenti di un anno e mezzo prima, si nota che «è un fatto molto singolare che degli alti ufficiali turchi responsabili di tante crudeltà e massacri, nemmeno uno fu processato». Nello stesso articolo, si scrive che «le condizioni degli armeni sono tuttavia migliori e forse col nuovo governo i massacri diventeranno una storia del passato». Quattro anni e mezzo dopo, sarebbe divampata la «soluzione finale» della questione armena, il primo genocidio del Novecento.

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Armenia-Turchia oggi

Passi storici tra mille ostacoli

«Per diversi anni, in questo Paese sono avvenuti vari fatti a danno delle minoranze etniche che vivevano qui. Vi è stata pulizia etnica nei loro confronti. È arrivato il momento di interrogarci sul perché è avvenuto tutto questo e che cosa ci ha insegnato. Sinora non abbiamo mai fatto una seria analisi». Le parole del primo ministro turco RecepTayyp Erdoan, pronunciate lo scorso maggio durante un congresso del suo partito, hanno spinto la stampa turca a parlare di «storica autocritica» verso la tragedia che coinvolse gli armeni (ma anche i greci) di Turchia all’inizio del Novecento.

Dopo quasi un secolo di negazione, gli ultimi anni hanno visto per la prima volta politici, intellettuali e parte dell’opinione pubblica turca confrontarsi apertamente con quello che è un vero e proprio tabù, che da sempre espone chi osa violarlo al rischio di essere perseguito ai sensi dell’articolo 301 del codice penale sull’«oltraggio all’identità turca» (tra le vittime eccellenti della norma, lo scrittore Nobel Orhan Pamuk e il giornalista armeno Hrant Dink, assassinato nel 2007 – vedi M.M., novembre 2008, pp. 62-63).

Ma se proprio il rifiuto di Ankara di parlare di «genocidio» ha sempre rappresentato uno dei principali ostacoli al riavvicinamento tra Turchia e Armenia, il 2009 si è rivelato in questo senso un importante anno di svolta. A settembre, Erevan e Ankara si sono accordate per stabilire relazioni diplomatiche e riaprire i loro confini. I protocolli, che devono essere ratificati dai rispettivi parlamenti, prevedono anche la nascita di una commissione comune incaricata di esaminare «la dimensione storica» dei disaccordi tra i due Paesi.

Se riaprire i confini con l’Armenia guadagnerà ad Ankara punti preziosi per l’ingresso nella Ue, ciò rischia di provocare ritorsioni da parte dell’Azerbaijian, che rivendica la soluzione del nodo del Nagorno Karabakh, regione separatista sostenuta dall’Armenia. Ancora una volta, il governo turco si trova tra i due fuochi della comunità internazionale – Usa in testa, con cui a marzo è scoppiata una crisi diplomatica dopo che una Commissione parlamentare americana ha definito «genocidio» il massacro armeno – e delle frange nazionaliste del Paese. Frange da cui, tuttavia, l’opinione pubblica turca si sente sempre più lontana. Ch.Zap.