di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Francia, manifestazioni contro le unioni gay.

La gente di Dublino pare che a breve dovrà decidere se il matrimonio in Irlanda potrà rimanere solo un vincolo che unisce un uomo o una donna o potrà essere un istituto che interesserà anche le coppie omosessuali. Infatti domenica 14 aprile l’Assemblea costituente ha chiesto di estendere i diritti del matrimonio anche ai gay: la proposta è passata con il 79% dei voti favorevoli. La raccomandazione dovrà essere vagliata dal Parlamento e poi dal governo ma è quasi certo – come ha sottolineato il ministro della giustizia Alan Shatter – che sul tema sarà indetto un referendum popolare prima delle elezioni del 2016.

Se passerà il “matrimonio” gay è sicuro che bisognerà mettere mano alla Costituzione sin dal Preambolo che così recita: “Nel nome della Santissima Trinità da Cui deriva ogni autorità devono essere riferite tutte le azioni degli uomini e degli Stati. Noi, popolo dell’Eire, riconosciamo i nostri doveri verso il divino Signore, Gesù Cristo, Che sostenne i nostri padri nei secoli di prova”. Ora ci viene da chiedere cosa penserà la Santissima Trinità di questa trovata dell’Assemblea costituente la quale – così si legge nella Carta costituzionale – riceve la propria autorità propria da quel Dio cattolico che nella Bibbia ha reso noto con chiarezza la sua “opinione” sul’omosessualità. E poi, riconoscere le “nozze” gay è un dovere “verso il divino Signore, Gesù Cristo” oppure un attentato a questi stessi doveri? Ad essere perversamente coerenti il Parlamento irlandese dovrà usare lo sbianchetto e cancellare questo preambolo la cui presenza sarà imbarazzante una volta che anche gli omosessuali potranno convolare ad “ingiuste nozze”.

E’ chiaro che anche l’art. 41 della Costituzione che riguarda la famiglia dovrà subire un restyling deciso. Oggi in modo limpido così recita: “Lo Stato riconosce la famiglia come il gruppo naturale primario e fondamentale della società e come istituzione morale dotata di diritti inalienabili e imprescrittibili, anteriori e superiori a ogni diritto positivo. Per questo lo Stato si impegna a proteggere la costituzione e l’autorità della famiglia come fondamento necessario dell’ordine sociale e come elemento indispensabile per il benessere della Nazione e dello Stato”

Difficile sostenere che la “famiglia” gay sia un istituto di diritto naturale. Infine appare chiaro che in questo caso, rimanendo semplicemente aderenti al dettato costituzionale, lo Stato non ha difeso la “costituzione e l’autorità della famiglia” ma sta tentando di destrutturarla dall’interno ed esautorarla.

En passant diamo notizia che anche dall’altra parte del mondo le cose non vanno meglio: il 16 aprile la Nuova Zelanda ha approvato le “nozze” gay, il primo paese a farlo dell’area Asia-Pacifico. La legge è stata varata non un colpo di mano ma con un accordo tra partito conservatore e laburisti.

Ma ritorniamo sul vecchio continente. In un paio di occasioni abbiamo notato che la gaia Europa trova un argine nella diffusione del pensiero filo-omosessualistà nei paesi dell’est. Però qualcosa sembra cedere anche lì. In Ucraina non si parla ancora di “matrimonio” omosessuale ma la comunità gay inizia a ricevere un’attenzione particolare da parte del governo. Il progetto di legge del Governo n. 2342, del 19 febbraio di quest’anno intende assicurare pari accesso ai diritti occupazionali senza distinzione di “orientamento sessuale”. L’Istituto per la libertà religiosa ucraina fa notare con allarme che è la prima volta che in un testo legislativo si usa questa espressione.

In area ortodossa sono particolarmente sensibili ai principi non negoziabili e forse, duole dirlo, più che nei paesi di tradizione cattolica. Infatti la gerarchia della Chiesa ucraina dà una lettura perfetta di quell’inciso del testo normativo volto a prevenire discriminazioni basate sull’ “orientamento sessuale” e dunque si oppone alla “diffusione di un atteggiamento tollerante che si spinge fino all’approvazione dei rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso, promosso con il pretesto della lotta a favore dei diritti umani e della democrazia”. Inoltre fanno notare che basterà un pretesto qualsiasi per trascinare in giudizio un sacerdote che si esprima sull’omosessualità come dottrina comandi e forse anche le stesse chiese locali.

Ma perché lo Stato ucraino è così in ansia di eliminare qualsiasi discriminazione di genere? Ecco la risposta del responsabile del Ministero degli affari esteri ucraino, Leonid Kozhara: “Il fatto è che senza una legge che vieti la discriminazione contro le persone omosessuali, non possiamo neppure aspirare a stabilire un regime senza visti. Pertanto, credo che la volontà di un’ulteriore integrazione nell’Ue supererà le resistenze, e la legge passerà”. L’Europa chiama e l’Ucraina risponde, anzi si allinea, altrimenti sarà nazione “non gradita” al banchetto europeo.

La Chiesa ortodossa infine ha compreso benissimo che questa legge anti-discriminazione è in realtà una testa di ponte per avere il “matrimonio” omosessuale. E così il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina a marzo ha reso noto che “La Chiesa non accetta l’introduzione di leggi che stabiliscano come diritto umano fondamentale qualcosa che è contro la natura umana e definito da Dio come un peccato grave. In particolare, le leggi che promuovono le relazioni omosessuali riconoscendo loro il diritto al matrimonio, dichiarando tali relazioni come del tutto normali, favorendo atteggiamenti positivi della società nei loro confronti e imponendo restrizioni e sanzioni a coloro che criticano gli stili di vita immorali”.

Gli ha fatto eco l’intero Consiglio panucraino delle Chiese e Organizzazioni religiose (Auccro) che nella seduta del 4 aprile ha espresso la sua preoccupazione in merito al fatto che il disegno di legge “fornisca effettivamente maggiori possibilità alla propaganda dell’omosessualità e limiti i diritti dei sostenitori della famiglia tradizionale”.

Questo si chiama parlare chiaro. Purtroppo tale adamantina limpidezza di posizioni pare che sia diventata merce rara tra non pochi vescovi nostrani e non pochi responsabili dei dicasteri della Santa Sede.