di Vincenzo Andraous

Sfogliando un quotidiano ho letto di Frà Beppe Prioli, meglio conosciuto come Fratello Lupo, e della sua opera di bene instancabile, di fatica e sacrificio in dono ai più poveri, agli ultimi,  gli invisibili.

La sua è storia che va avanti da quattro decenni, e non credo avrà mai fine, perché sono molti gli uomini che ha contaminato con la sua fede e passione per una nuova cultura della legalità, della giustizia, del perdono che possono e devono andare incontro a tutti, innocenti e colpevoli.

Fratello Lupo  nel suo girovagare per le carceri italiane,  luoghi di castigo e di rinascita spesso nascosti all’umanità, a ben pensarci ho sicuramente sbagliato a usare il verbo girovagare, lui è un pellegrino senza sosta, ma con un obiettivo assai chiaro nella testa, con impresso nel cuore il progetto del segno della croce, convintamene aggrappato alla speranza di migliorare l’intorno, e gli uomini caduti rovinosamente sul ciglio della vita.

Conosco Fra Beppe da quando portavo i calzoncini corti, e il mio tempo cominciava a diventare un’eruzione  che nulla avrebbe risparmiato, fino a quando l’orizzonte ha ripreso sembianze umane, attraverso orme digitali lasciate qua e là, impossibili da non vedere e cercare e seguire.

Quando penso al suo entusiasmo per la vita, alla sua tenacia e fortezza, a quella sua capacità di arrabbiarsi e commuoversi, di farsi avanti e vicino a chi il reato lo subisce, come a chi il danno lo causa, non mi è difficile comprendere il  motivo per cui, incontrandolo non è consentito voltarsi dall’altra parte, non fare i conti con il bene che c’è e non può sottrarsi dal farsi presente.

Con Frà Beppe c’è l’esigenza di condividere fino in fondo dolori e gioie vissute in due, per chi scrive è importante rammentare le sue parole: scrivere e leggere è il solo modo che conosco per creare un’immagine su cui posare lo sguardo, e trovare la forza per raccattare i cocci del passato, senza timore dei suoi fantasmi, per tramutare la paura di avere paura in un’avventura da vivere pienamente.

Frà Beppe e la sua fede caparbia verso tutto ciò che affanna a uscire dall’invivibile, verso chi è costretto a esistere non esistendo più, il suo amore verso l’insegnamento e la pedagogia del fare più che del dire, per imparare ad avere cura di sé, degli altri, e del mondo, per costruire direzioni di senso alla propria esistenza.

Ricordo quando lo trovarono per terra nella sua stanzetta di monastero, più morto che vivo, con un filo di voce sussurrò al suo amico e fratello Padre Ireneo: se davvero devo partire, ti prego di farmi un favore, non voglio fiori né corone, ma una damigiana vuota e aperta posta al centro della mia bara, sì, proprio sopra al mio cuore, con appiccicato un bel cartello: “infilate qui dentro ciò che potete offrire, perché anche da questo passaggio continua la mia opera di aiuto dentro e fuori del carcere”.

Frà Beppe e la prigione, i detenuti e l’Istituzione, le vittime e i colpevoli, seppure tra incudine e martello, non arretra, ama e non bara mai, ma proprio da una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte di chi è offeso e umiliato, ricerca nuove opportunità di riscatto e di riconciliazione,  di perdono mantenuto e custodito con cura e rispetto, perché trasformare e migliorare il presente carcerario, significa poter ritornare a essere persone migliori.