di Francesca Pannuti

ROMA, martedì, 21 settembre 2010 (ZENIT.org).- “Ho un papà famoso”. Questo pensiero si è fatto strada a poco a poco nella mia coscienza, nel corso della vita.

Quando passeggiavamo per strada, quante persone lo salutavano, quante telefonate cominciavano a disturbare i rari momenti in cui rimanevamo soli; i viaggi all’estero sempre più frequenti, i contatti con persone “importanti”, i bagni di folla cui si sottoponeva volentieri mio padre, sempre così carico di umanità verso tutti; i discorsi pubblici, i riconoscimenti ufficiali della sua attività! Ma che significato dare a tutto ciò, che valore attribuirgli?

La risposta era evidentemente da ricercarsi nell’attività svolta dal professore a favore dei sofferenti di tumore, affinché questi potessero vivere i momenti più difficili della malattia e gli istanti più significativi della vita adeguatamente assistiti e circondati dall’affetto dei propri cari in un ambiente familiare.

Franco Pannuti (1932) e l’ANT costituiscono un binomio inseparabile: primario della Divisione di Oncologia dell’ospedale Malpighi di Bologna, nel 1978 egli fonda con altri dodici amici l’Associazione Nazionale per la Cura e lo Studio dei Tumori solidi, diventata poi, più brevemente, “Associazione Nazionale Tumori” (ANT). Trasformata nel 2002 in Fondazione ANT Italia Onlus, l’associazione si configura più chiaramente dandosi il Progetto Eubiosia (Progetto Vita buona). Finora l’ANT è riuscita ad assistere fino all’ultimo giorno più di 75.000 sofferenti di tumore e per circa 100 giorni ognuno.

E’ per raccontare questa bella storia che le Edizioni Dehoniane Bologna (EDB) hanno pubblicato il libro “Intervista a mio padre. Franco Pannuti, una vita spesa per i morenti”.

Quella che segue è l’intervista a ZENIT concessa dal prof. Franco Pannuti.

Che cosa le ha ispirato l’idea di fondare l’ANT?

Prof. Pannuti: Tre elementi hanno concorso a questo. Essendo primario della Divisione di Oncologia a Bologna, tutte le volte che dimettevo un paziente o una paziente che aveva effettuato chemioterapia ricevevo la fatidica domanda: “E dopo, a casa, chi lo segue?”. Il secondo elemento è stato il fatto che nel ’78 avemmo una disgrazia in famiglia. Il nonno ebbe un tumore dello stomaco e dopo due anni dall’intervento morì. Morì a casa, assistito da me e da una mia “vecchia” infermiera assunta allo scopo. E allora, non vidi il motivo per cui non avrei potuto realizzare la stessa cosa anche per tutti gli altri nelle stesse condizioni.

Questo tipo di sofferenti, dopo la dimissione da un ospedale, “deve”, in collaborazione con i medici di famiglia, essere seguito in modo specialistico (chemioterapia o solo terapia palliativa e, quando necessario, gli esami quali quelli del sangue, le radiografie, gli ECG, le ecografie, ecc.) anche a domicilio, con la garanzia di una continuità assistenziale assicurata da persone esperte del settore e, fatto non secondario, a titolo completamente gratuito per tutti, indistintamente.

Ho sempre sostenuto, con grande convincimento, che negli ultimi cento giorni di vita ognuno di noi ha il “diritto” di ricevere dalla comunità della quale ha fatto parte, la massima assistenza possibile, sul piano tecnico, su quello sociale e spirituale e nel luogo desiderato, a casa o in una struttura ospedaliera, pubblica o privata che sia.

Il terzo elemento è stato il riavvicinamento a Dio. L’avere a che fare con la morte, giorno dopo giorno, e dovendo comunicare ai familiari le cattive notizie relative alla sofferenza, alla prognosi e all’imminente morte, mi spinse a riconsiderare il problema, a ritornare alle mie origini e a pensare che oltre questo limite ci deve essere qualche cosa.

L’anima non muore, Dio c’è e “credo” che ci sia anche una vita “infinita” tra le sue braccia. Insomma, si è realizzato un convinto riavvicinamento a Dio.

Dopo trent’anni dalla fondazione dell’ANT, che cosa le sembra di aver realizzato?

Prof. Pannuti: Secondo i dati aggiornati al 30 giugno 2010 gli assistiti sono 77.872 in 10 Regioni italiane, dove operano complessivamente 20 Ospedali Domiciliari Oncologici. Ogni sofferente assistito riceve nella propria casa, a titolo del tutto gratuito, un’assistenza specialistica che comprende anche la fornitura del materasso antipiaghe, degli esami necessari, dell’aiuto infermieristico, del sostegno di psicologi appositamente formati, e, nel caso di situazioni di indigenza, anche di un sostegno economico che ammonta, per le famiglie con un ISEE inferiore a euro 10.000, a euro 250 al mese per 6 mesi, nonché l’erogazione di un assegno fino a euro 300 per eventuali onoranze funebri. Il tutto secondo un progetto che deve seguire un decalogo di valori, stabilito in modo definitivo fin dalla nascita dell’ANT:

1) considera in ogni occasione la vita un valore sacro ed inviolabile;

2) considera l’EUBIOSIA (la buona-vita, la vita-in-dignità) un obiettivo primario da conquistare quotidianamente;

3) accogli la morte naturale come naturale conclusione dell’EUBIOSIA;

4) considera ogni evento della malattia reversibile;

5) combatti la sofferenza (fisica, morale e sociale) tua e degli altri con lo stesso impegno;

6) considera tutti i tuoi simili fratelli;

7) il Sofferente richiede la tua comprensione e la tua solidarietà, non la tua pietà;

8) evita sempre gli eccessi;

9) porta il tuo aiuto anche ai Parenti del Sofferente e non dimenticarti di loro anche “dopo”;

10) il nostro molto sarebbe niente senza il poco di tanti.

Tale decalogo può essere sottoscritto, per dare sempre più forza al nostro Progetto Eubiosia, nel sito dell’ANT: www.antitalia.org.

Come pensa di essere riuscito a realizzare tanto?

Prof. Pannuti: Innanzitutto, io credo che la Provvidenza esista e una prova l’ho avuta in tutto quello che ho fatto. Io avevo un’idea molto semplice: volevo aiutare i sofferenti di tumore e le loro famiglie. Quando sono entrato in campo, di volta in volta, mi sono adattato alle circostanze, cercando di fare tutto quello che potevo per individuare le necessità primarie di questi pazienti. Per realizzare questo, ricordo di aver bussato alla porta di molti “potenti” (si è trattato di una vera e propria questua) e di aver ricevuto in cambio molti no, ma detti sempre con tanta gentilezza ed apparente comprensione.

Tutti i no che ho ricevuto, soprattutto dalle pubbliche amministrazioni (Comune, Provincia e Regione e la mia amministrazione ospedaliera di cui facevo parte) non hanno fatto altro che rafforzarmi nei miei propositi. E soprattutto mi hanno fatto capire una cosa elementare: se vuoi lavorare per la gente, devi lavorare con la gente, devi chiedere alla gente di aiutarti per aiutare la gente. E questo io l’ho messo in atto, andando per le strade con i miei familiari e con gli amici per offrire stelle di Natale, uova di Pasqua allo scopo di raccogliere fondi.

Allora formulai una frase che poi divenne una sorta di bandiera per tutti i nostri volontari: “Il nostro molto sarebbe niente senza il poco di tanti”, che significa privilegiare la partecipazione, significa non aver padroni, significa aver ricevuto molti soldi da chi ne aveva pochi e pochi soldi da chi ne aveva molti. Questo bellissimo gioco di affetti e di solidarietà è stato faticoso, ma non difficile, per due motivi. Primo, perché la gente mi ha creduto, e questo è stato un miracolo della Provvidenza. Secondo, perché hanno capito bene che il mio messaggio era semplice e sincero.

Che cosa l’ha spinto ad accettare di fare un’intervista con sua figlia?

Prof. Pannuti: Due sono stati i motivi: il primo motivo è che in un’intervista si deve essere assolutamente sinceri, senza equivoci. Questo rapporto di sincerità difficilmente è realizzabile nel corso di un’intervista “professionale”, mentre sincerità ed assenza di equivoci sono la base “naturale” di un corretto rapporto con i propri figli, che non sono mai disposti ad accettare e tanto meno a perdonare né le piccole o né le grandi falsità dei genitori.

Il secondo motivo è che ci si confessa pubblicamente con una figlia solo per un motivo, che è quello di volere coltivare e rafforzare una confidenza ed un affetto incondizionati, senza la pretesa di voler accreditare di se stessi un’immagine diversa da quella reale. Insomma, a pensarci bene, non si è trattato di una vera e propria intervista, ma di uno dei tanti episodi di dialogo, talora silenzioso, che ha preso l’avvio “naturale”, senza la necessità di alcuna registrazione, fin dal primo giorno di vita in comune.