Il sociologo: episodi da non minimizzare, ci sono persone che si sentono investite da una specie di missione Un registro per gli imam e politiche di integrazione per evitare effetti devastanti
di Diego Motta
Tratto da Avvenire del 14 ottobre 2009

La catena del terrore si è spez­zata e i potenziali kamikaze adesso si muovono in ordi­ne sparso. «È come se chi agisse secondo la logica del ‘fai da te’, com’è accaduto due giorni fa a Milano, si sentisse investito da u­na specie di missione» osserva Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo musulma­no all’Università di Trieste e par­lamentare della Margherita nella scorsa legislatura. Anni fa scrisse per i tipi di Rizzoli «Lettera a un kamikaze», cercando di spiegare alle società occidentali come e perché una parte crescente del mondo arabo solidarizzasse con i protagonisti del nuovo terrori­smo, disposto a tutto pur di im­molarsi alla causa. Oggi Fouad Al­lam non solo ribadisce che il ve­ro volto dell’Islam è un altro, ma sottolinea che è proprio la tra­smissione dei valori originali del Corano a costituire l’anello debo­le della catena. «Se anche l’ulti­mo arrivato può improvvisarsi in­terprete della tradizione autenti­ca di questa religione, allora temo che gli effetti non potranno che essere devastanti. Anche perché le conseguenze peggiori dopo fatti del genere riguardano proprio le stesse comunità islamiche».

Quali rischi intravede?
Il rischio per i musulmani che vi­vono in Italia è quello di finire stretti in una morsa: da un lato ci sono gli aspiranti kamikaze che, come si è visto, spuntano anche fra persone insospettabili; dal­l’altro l’opinione pubblica nazio­nale, che vede sempre meno di buon occhio la presenza di stra­nieri provenienti da Paesi islami­ci. È una tenaglia che rischia di stritolare tutto e a cui si può ri­spondere solo in due modi.

Quali?
Servono politiche di integrazio­ne, che rimandano alla responsa­bilità delle istituzioni, e una pre­venzione dei possibili estremismi attraverso una miglior organizza­zione del culto islamico. Sul pri­mo versante, ancora mi chiedo perché la Consulta sia rimasta let­tera morta, mentre sul nodo del­le moschee mi pare che il proble­ma non riguardi soltanto l’op­portunità o meno di costruirne delle nuove, quanto piuttosto l’autorevolezza delle persone che in queste strutture predicano il Corano.

Sta parlando degli imam?
È necessario istituire un registro che certifichi realmente chi può predicare in nome dell’Islam op­pure no. Non è possibile che da­vanti alle platee di musulmani praticanti, finiscano per eserci­tarsi delle persone mediocri. Era quanto sosteneva una mia pro­posta di legge bipartisan, che a­veva l’obiettivo di capire chi face­va cosa. Mi spiace che allora non se ne sia fatto nulla.

Più in generale, quale peso va da­to alle vicende come quella di Mi­lano?
Non sono d’accordo con chi  mi­nimizza la portata degli attacchi «artigianali» come quelli portati contro la caserma Santa Barbara. Cosa significa «attacco isolato»? Abbiamo assistito a un’azione che potrebbe ripetersi ovunque, con gruppi di tre o quattro persone di­sposte a tutto. L’Italia è esposta al terrorismo internazionale, com’è noto, per via della presenza del suo contingente militare in Af­ghanistan, ma non dobbiamo sottovalutare anche l’aspetto che io chiamo «mistico» di questi ge­sti.

A cosa si riferisce?
Anche un gruppo ristretto può a­vere finalità eversive se si sente investito da una missione. Per questo, bisogna sforzarsi di defi­nire meglio i principi-guida del­l’Islam rispetto a chi vuole ap­propriarsene in modo subdolo e pericoloso. Per evitare che si diffonda un clima pericoloso, in­nanzitutto per le stesse comunità islamiche.