Un itinerario che condivide le fragilità del mondo ma che non non distoglie mai lo sguardo dal cuore di Dio. È così che i formatori, riflettendo sui tema del discernimento vocazionale, dell’identità sacerdotale e del compito educativo legato al ministero presbiterale, descrivono le maggiori sfide poste alla crescita dei futuri preti e religiosi. Parole che rilanciano gli spunti emersi ieri dalla prolusione del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente della Cei.

Davanti a chi si sente chiamato «innanzitutto occorre capire chi si ha di fronte. Per conoscere una persona occorre molto tempo, un lungo cammino di condivisione – spiega da parte sua monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo –. Occorre conoscere il terreno su cui è maturata la sua vocazione e ciò che lo ha portato in Seminario. Capire che cosa cerca, se c’è in lui una domanda positiva oppure se fugge soltanto da altre responsabilità. Introdurre la persona nel silenzio e nella preghiera, poi, come ho cercato di mettere in luce nel mio ultimo libro, Padre, ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?, costituisce il cuore stesso della vita sacerdotale – nota Camisasca –. Dobbiamo, inoltre, introdurre la persona in un’esperienza positiva della propria corporeità, delle amicizie, e verificare se è capace di portare i propri limiti affidandosi alla grazia di Dio».

Al Pontificio Seminario regionale pugliese di Molfetta proprio il tema delle relazioni umane e dell’affettività è al centro di veri e propri laboratori nei quali i seminaristi sono coinvolti nei primi anni. «Così li aiutiamo a fare chiarezza sulla propria identità – racconta il rettore, don Luigi Renna –. Un compito non facile in una società che propone un’adolescenza prolungata. Con l’aiuto dei mezzi spirituali e delle scienze umane il nostro obiettivo è quello di formare persone in grado di vivere a pieno una paternità spirituale». La vera sfida? «Formare preti in grado di essere tra la gente e tra i nostri giovani – dice don Renna –, diventando per loro padri, fratelli e punto di riferimento. Per questo è necessario passare dalla formazione all’autoformazione in un dialogo continuo tra le dimensioni umana, spirituale, culturale e il tirocinio pastorale».

Per tutti l’obiettivo è quello di riscoprire «la bellezza dell’essere creature di Dio», sottolinea dal santuario della Verna il frate minore padre Lorenzo Maria Coli, formatore dei novizi. «Oggi è sempre più difficile parlare di quella definitività legata alla scelta vocazionale – dice il religioso –. In una società che non custodisce più certi valori anche tra coloro che si presentano ai conventi o ai Seminari ci sono molte persone che portano in sé ferite e situazioni drammatiche. Nostro compito è portarle alla serenità e alla libertà guardando al “prototipo” che per tutti è Cristo. La vera sfida, insomma, è di tipo antropologico e non riguarda solo i candidati ai voti o al sacerdozio ma l’intera società». Un cammino che per i religiosi «è arricchito e aiutato dalla vita fraterna», sottolinea Coli.

«La formazione di un presbitero ha sempre la stessa sfida davanti – nota il rettore del Pontificio Seminario regionale umbro di Assisi, don Nazzareno Marconi –: formare un adulto maturo e capace di “essere nel mondo, ma non del mondo”. Ciò richiede la cura di non sradicare dal contesto umano in cui sono cresciuti i giovani che arrivano in seminario, ma dargli anche le categorie evangeliche per valutare, correggere, proporre uno stile di vita alternativo. Oggi questo lavoro è più impegnativo perché in Seminario giungono ormai giovani di almeno 20/25 anni che si sono già confrontati con il mondo nel bene ed anche nel male.

Giungono anche i figli delle famiglie divise, i compagni di scuola di chi è preso dalla droga o da una vita sessualmente squilibrata. Nel cuore di questi giovani c’è il desiderio sincero ed appassionato di rispondere “alle gioie ed alle speranze, alle tristezze ed alle angosce degli uomini d’oggi”, ma spesso le loro risposte istintive sono ancora in linea con il pensiero del mondo». Per questo, aggiunge Marconi, anche in un tempo di scarsità di vocazioni è necessario un «discernimento coraggioso».

«È fondamentale che cresca una cultura di trasparenza e di collaborazione stretta tra famiglie, sacerdoti, diocesi e seminari – nota infine il rettore di Assisi –. Tutti possono convertirsi, ma nello scegliere un prete la Chiesa dovrebbe sempre preferire il rischio di perdere una vocazione a quello di immettere nel ministero una persona solo apparentemente convertita da una vita passata squilibrata psicologicamente o sessualmente. Il bene delle anime deve prevalere sul desiderio personale di seguire una vocazione, se non ci sono le basi umane che possono dare solido affidamento».

Matteo Liut

© Avvenire – 23 marzo 2010