tratto da Avvenire

All’indomani della divulgazione della sentenza del Tar del Lazio, «clamorosamente e totalmente fraintesa» da gran parte della stampa, non cambia niente per l’iter del fine vita alla Camera. «È stata una vittoria della linea seguita dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi – spiega il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella –, non una sconfitta come erroneamente sostenuto da gran parte dei media. Infatti il pronunciamento del Tribunale amministrativo ha respinto il ricorso del Movimento Difesa del Cittadino contro le disposizioni date dal ministro alle strutture pubbliche e private per salvare la vita di Eluana Englaro, assicurando a tutti i malati idratazione ed alimentazione. Sicché non ci sarà nessun ricorso da parte del ministero: il Tar ci ha dato ragione».

E allora l’iter del fine vita alla Camera?
C’è una ragione in più a favore di un proseguimento senza intoppi del dibattito, sul solco delineato dal ddl Calabrò approvato al Senato. Del resto mi sembra che su questo ci sia una volontà ampiamente condivisa dei deputati. Altrimenti…

Altrimenti?
Se il dibattito dovesse dilungarsi, o peggio incagliarsi, penso che si debba mettere in atto l’ipotesi avanzata da Sacconi: approvare subito un legge che ricalchi il ddl “salva Eluana”, garantendo appunto a tutti i malati idratazione e alimentazione.

Ma dalla sentenza del Tar non emerge anche qualcosa di preoccupante?
Già. Torna a manifestarsi il protagonismo politico di alcuni magistrati. È anomalo che in una sentenza che dichiara che quel Tribunale non ha competenza sulla questione, l’estensore aggiunga le proprie opinioni in merito ad alimentazione ed idratazione, a profili di costituzionalità e quant’altro. Opinioni rispettabilissime, ma del tutto ininfluenti sul piano giuridico. Questo finisce per mascherare la sostanza del pronunciamento: il ricorso del Mdc contro l’atto di indirizzo di Sacconi è stato respinto. L’atto risulta del tutto legittimo ed efficace.

Eppure secondo qualche politico ne sarebbe stata dichiarata l’incostituzionalità…
Vogliamo scherzare. Non spetta al Tar pronunciarsi in merito. Quello che poteva decidere, l’ha deciso: sul piano amministrativo non si può ricorrere contro gli indirizzi di Sacconi. È un malato o un suo familiare che ritiene leso il suo diritto soggettivo, che semmai può ricorrere presso un giudice ordinario. Ma attenzione: la sentenza sarebbe tutta da scrivere…

In che senso?
Le affermazioni del Tar sono del tutto ininfluenti. Invece nel loro protagonismo politico, alcuni giudici: pur dichiarandosi non competenti, vogliono comunque dire la loro. È paradossale che poi giornalisti e politici diano un peso diverso a tali considerazioni rispetto a quelle di un qualsiasi altro cittadino.

Perché si ricorre a questo?
Pur rimandando la questione ad altri giudici, si vuole “dare la linea” interpretativa. È un passa parola da un giudice ad un altro. Continua la tendenza per cui sui temi etici tutte le decisioni devono passare attraverso la magistratura, come se il Parlamento non esistesse. Si ignora dunque la volontà popolare, e si opta per la via giurisprundenziale…

A chi spetta invece pronunciarsi?
Alla volontà popolare espressa dai suoi rappresentanti eletti. È molto difficile trattare questi argomenti sulla base di maggioranze parlamentari, ma perlomeno così ci può essere una verifica da parte degli elettori. Mentre invece un percorso solo giurisprudenziale comporta il rischio grave di autoritarismo. Infatti non può mai avere una verifica da parte della volontà dalla popolare.

C’è da chiedersi anche perché gran parte dei media hanno frainteso la sentenza.
Molti di essi su questi temi hanno un atteggiamento parziale: si legge nella sentenza quello che si vuole leggere. Con il rischio di sbagliarsi di grosso, dando credito solo ai comunicati di una parte. Le sentenze si possono discutere, ma prima di tutto vanno lette. È indicativo che quasi l’unanimità dei media ha raccolto di questo pronunciamento del Tar del Lazio solo considerazioni giuridicamente irrilevanti e favorevoli ad una linea ben precisa.

Un altro aspetto è che l’estensore della sentenza è tornato a parlare di “stato vegetativo permanente”.
Un’espressione che la scienza ha abbandonato da vent’anni. Il ministero da tempo sta lavorando anche sullo stesso concetto di “stato vegetativo”: gli studi più recenti dimostrano quanto sia difficile una definizione. Le tesi di un’assenza di coscienza in certi stati sono via via contraddette da indagini scientificamente più sofisticate.