Paola Binetti: necessaria una norma dopo le provocazioni della magistratura e la marea ideologica montante contro il senso comune
di Gianni Santamaria
Tratto da Avvenire del 9 giugno 2009

La legge sul fine vita ci sarà. Ma oltre alla nor­ma serve un dibattito culturale a tutto campo, che investa la formazione delle nuove generazioni di medici, chiamate a dare nuova so- stanza al rapporto con il pa­ziente nel senso dell’umaniz­zazione. Per rispondere a chi promuove il ‘diritto a mori­re’. È quanto emerso ieri, presso il Campus Biomedico di Tri­goria, alla presentazione del libro di Paola Binetti, La vita è uguale per tutti (Mondado­ri).

L’incontro era inserito pro­prio nel progetto formativo dell’ateneo, nel quale la par­lamentare del Pd è di casa, a­vendovi a lungo insegnato. «Sono sicura che voteremo la legge e che sarà di poco mi­gliorata rispetto a quella usci­ta dal Senato – ha ribadito –. Dirà ‘no’ a eutanasia e acca­nimento e sarà a favore della vita». La parlamentare non crede che l’approvazione ar­rivi entro l’estate, ma auspica che per quella data il provve­dimento esca dalla Commis­sione Affari sociali. Di una leg­ge non ci sarebbe stato biso­gno, ha proseguito, se non ci fossero state «da un lato le provocazioni della magistra­tura, dall’altro una marea i­deologica montante che cer­ca di sradicare ciò che a livel­lo antropologico è nel senso comune». La «posta in gioco», ha concluso, è «la radicalizza­zione del diritto sulla vita, fi­no a sancire quello sulla mor­te. Ci saranno altre mille pro­vocazioni». Sul significato di proporre un tale dibattito in ambito acca­demico ha insistito il presi­dente del comitato scientifico dell’Università, Joaquin Na­varro Valls. Per l’ex direttore della Sala Stampa della Santa Sede, infatti, esso va sottratto «alla discussione più comu­ne, che è confusa, a volte de­liberatamente ambigua e spesso partigiana». Allo psi­chiatra spagnolo non piac­ciono le definizioni di ‘vita ar­tificiale’ e ‘alimentazione ar­tificiale’. Il problema è stabi­lire se c’è vita o no. E la scien­za qui mostra il suo limite. Es­sa spiega i fatti, ma non può dare il senso dell’agire etico. Citando Papa Wojtyla, l’uomo che gli è stato a fianco per ol­tre due decenni è partito per sostenere che scienza ed eti­ca devono intrecciarsi, altri­menti la prima – pur con la buona intenzione dettata dal­la compassione – rischia di «arrivare a soluzioni di tre­menda ingiustizia». Mentre la seconda rischia l’astrattezza. Un contributo alla discussio­ne stato portato, infine, da due docenti del campus im­pegnati nella ricerca e nella clinica. Il neurologo Paolo Maria Rossini e il coordinato­re dell’Unità operativa di cu­re palliative «Antea», Giusep­pe Casale. Il primo ha ricor­dato il disagio con cui ha vis­suto il caso Englaro. A chi ha proclamato «certezze palu­date», ha opposto lo stato del­la ricerca – in riviste «non so­spette di essere finanziate dal Vaticano» – che sugli stati ve­getativi continua a sollevare dubbi più che a risolverne. Ad esempio sul dolore che tali pazienti possono sentire. In­somma, la scienza deve esse­re «più umile» Infine, Rossini ha messo in discussione l’i­dea che una vita sia degna di essere vissuta solo in deter­minate circostanze – si pensi alle centinai di migliaia di ce­rebrolesi e di persone con de­menza cronica – e il criterio secondo il quale chi è in sta­to vegetativo, non avendo le comuni modalità di interagi­re con la realtà «non ha co­scienza di sé». Casale ha smontato i numeri forniti dal­l’Eurisko. Primo: sulla do­manda di eutanasia, che non sarebbe il 65% (dato rilevato sulla popolazione sana), ma – in base all’esperienza tra i ma­lati– appena lo 0, 1 per mille. Poi addirittura «inventati» sa­rebbe i mille suicidi su 250mi­la pazienti terminali che ci so­no ogni anno. «Chi è pro eu­tanasia non si capisce dove voglia arrivare. Anche se ci fossero 250mila richieste di eutanasia, chi le farebbe?». In realtà, ha ricordato Casale le cure palliative, aiutano a vi­vere con dignità, non a ‘mo­rire bene’. Su tali cure ha in­sistito anche la Binetti, chie­dendo che il ddl sulle cure an­tidolore, bloccato in attesa di definire le compatibiltà fi­nanziarie, «non sia solo una legge manifesto».