In questo momento di grande festa dove tutti o quasi ricordano la grande figura di Giovanni Paolo II, a costo di apparire dei “guastafeste”, Marco Invernizzi e Massimo Introvigne, collaboratori del giornale online Labussolaquotidiana.it, mettono in luce alcuni aspetti del grande Magistero di Papa Wojtila e alcuni suoi atti troppo importanti che non si possono non ricordare.

Cominciamo con Introvigne col suo,“Il Papa buono? E’ sempre quello morto”, pubblicato oggi, ricorda come nel 2004, Giovanni Paolo II venne denunciato al Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, da una serie di personalità e organizzazioni omosessuali per le sue parole sull’AIDS e perché il Pontefice, mettendo in dubbio l’efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani. “La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l’AIDS era scientificamente fondata”, scrive Introvigne. C’è stata un’autentica offensiva d’insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d’ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican».

In questi anni si sono visti teologi veri o presunti, cattolici progressisti e molti esponenti dei media laicisti che “c’intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell’ombra per una restaurazione anticonciliare”. Così a questo punto molti rimpiangevano Paolo VI “con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell’Ostpolitik con l’Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI – scrive Introvigne – significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell’opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970”. Anche se per la verità Papa Montini era il Papa dell’Humanae vitae della condanna della contraccezione artificiale. “Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto”. Introvigne evoca le memorie del vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) – che ha raccontato come la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Infatti, quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l’ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono». Volutamente dimenticandosi che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant’Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano”. La stessa strategia oggi viene attuata con Benedetto XVI, che diventa il “Papa cattivo” contrapponendolo al “Papa buono”, Giovanni Paolo II. La logica è sempre la stessa.

Purtroppo ancora oggi ci sono cattolici che cadono in questa trappola, come i cosiddetti “tradizionalisti” che si fanno influenzare dalle lodi interessate e pelose a Giovanni Paolo II , così vedono Papa Wojtila, un cattivo “progressista” perché ha promosso il primo incontro ecumenico di Assisi o la politica distensiva nei confronti di Cuba, dimenticando completamente le encicliche e i discorsi fermissimi sul piano dottrinale del Papa polacco e il suo contributo decisivo – riconosciuto ormai anche da storici insospettabili – alla caduta dell’impero sovietico e quindi contestano la beatificazione. Benedetto XVI è stato chiaro nella Caritas in veritate, con chi contrappone un Pontefice all’altro, creando confusione: «Non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».

Per quanto riguarda l’aspetto dottrinale, da subito Giovanni Paolo II non ha inteso discostarsi dal Magistero del suo predecessore Paolo VI, scrive Invernizzi, in particolare in tema di catechesi, con esplicito riferimento all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sempre del 1975. Era importante trasmettere la fede  in una società che era cambiata profondamente da quando il Catechismo di san Pio X, imparato a memoria da tante generazioni, veniva insegnato e accolto in una società ancora cristiana. Ora non è più così, bisognava trovare il modo di avvicinare avvicinare la gente che non frequentano alcun tipo di catechesi e adattare il catechismo rivolto ai bambini in modo che la loro fede non fosse legata soltanto a un certo numero di formule imparate a memoria, ma cercasse di andare più in profondità e coinvolgesse tutta la loro esistenza. Inoltre bisogna fare i conti anche con chi nega che ci sia una dottrina da insegnare, al di là del metodo con cui trasmetterla. Del resto, vale sempre il detto di Tertulliano, “cristiani non si nasce, si diventa”, così viene promulgata l’esortazione apostolica Catechesi tradendae.

Certamente il dono più grande di Papa Giovanni Paolo II è lui stesso, la sua santità– scrive Invernizzi, tuttavia ciò che a mio avviso va soprattutto valorizzato, dopo la santità, è il suo Magistero e fra questo indubbiamente il Catechismo della Chiesa Cattolica ha un ruolo di assoluta importanza. Di santi ve ne sono molti anche nell’epoca moderna, grazie a Dio, ma il suo Magistero rimarrà unico e irripetibile.

Il Catechismo deve ancora dare i suoi frutti, “ma affinché possa dare dei frutti è necessario che prima sia studiato. Oggi, che la Chiesa ha messo a disposizione dei fedeli anche il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, cioè una sintesi del catechismo che era stato ritenuto da molti troppo impegnativo, i frutti che potrebbe far maturare dipendono veramente soprattutto da noi”. (Marco Invernizzi, Giovanni Paolo II, il catechista missionario, 16.4.2011, labussolaquotidiana.it)

Giovanni Paolo II ha un altro grande merito ha rilanciato la Dottrina Sociale della Chiesa, doveva farlo proprio il 13 maggio 1981, giorno del suo attentato in Piazza S. Pietro. Per anni, nel periodo successivo al Concilio Vaticano II (1962-1965) e dopo il Sessantotto, la dottrina sociale era stata oscurata all’interno del mondo cattolico.  Per Invernizzi c’era una logica in questo, era quella dei progressisti che consideravano il Vaticano II come una svolta rivoluzionaria che ponesse fine alla “Chiesa costantiniana”, auspicando una Chiesa disincarnata, “pura” e lontana dagli affari e dalla politica, preferendo la “scelta religiosa”.

Il discorso sulla dottrina sociale continua con l’enciclica Laborem exercens, ricordando innanzitutto che cosa è la dottrina sociale rispetto all’insegnamento della Chiesa. Intanto viene lanciata dal Papa la nuova evangelizzazione, che annovera tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa. Sono cose essenziali che purtroppo l’esperienza dimostra che ancora sono completamente assenti nella vita pastorale delle parrocchie e nella maggioranza delle strutture organizzate del mondo cattolico. Invernizzi sostiene che contro la dottrina sociale c’è stata “una grande battaglia culturale e soprattutto contro la prospettiva che la fede debba generare una cultura che poi, se riceve il consenso dei popoli, diventa una civiltà. Per decenni, nel post Concilio, l’«ideologia di cristianità», come veniva chiamata soprattutto, in Italia, dalla scuola dossettiana di Bologna, la “pretesa” che dalla fede nasce una cultura che genera una civiltà, è stata considerata il vizio peggiore che un cattolico potesse avere.

Se i cristiani non dovevano giudicare la storia e attorno a questi giudizi costruire la loro convivenza (con tutti gli adattamenti dovuti a una società pluralista), la dottrina sociale non aveva ragione di esistere. E così venne abbandonata. Chi si avventurava a pronunciare soltanto questa parola negli anni Settanta del secolo XX veniva additato e guardato con una sorta di commiserazione, quasi fosse un sopravvissuto di un’altra epoca della storia.
Per questo il rilancio della dottrina sociale produsse l’effetto di un’autentica liberazione, come se la verità per anni sepolta o vituperata riuscisse finalmente a ritrovare il suo giusto posto.
Naturalmente, questo non significa che non siano sorti altri problemi. Oggi, dopo quasi tre decenni dalla “liberazione”, la dottrina sociale è rientrata certamente nel numero delle parole pronunciabili, ma non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile. Un grande passo avanti è comunque stato compiuto”.

(Marco Invernizzi, E Giovanni Paolo II fece rifiorire la dottrina sociale, 23.4.2011, labussolaquotidiana.it)

 

DOMENICO BONVEGNA

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