di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 28 dicembre 2009
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Il periodo di festa dal Natale all’Epifania è un caposaldo (con qualche crepa) della famiglia italiana.

È in famiglia che si svolge gran parte di questi incontri, trasmettendo un evidente calore affettivo a tutte le persone coinvolte. D’altra parte (conferma l’esperienza terapeutica), sono giorni amari per chi la famiglia non ce l’ha più, o ha con essa un rapporto conflittuale: soprattutto i separati, a cominciare dai padri, nella maggior parte dei casi allontanati dai loro figli.

Naturalmente non tutto fila liscio. Come sempre quando l’affettività è in gioco, non mancano (ad esempio) le liti, e neppure la noia, o l’insofferenza per l’invasività degli altri. Tanto meno è semplice, in un modello culturale dove ognuno bada sempre più ai propri interessi, prestare attenzione ai bisogni degli altri, soprattutto i più deboli: i piccoli, i vecchi, i malati. Tuttavia, più o meno bene e sempre con qualche fatica, si riesce a farlo, e questo «dono di sé agli altri», cambia il tono dell’umore.

Siamo tutti un po’ meno tesi, più aperti, anche più allegri. Non tanto per il minor lavoro: le feste hanno anche un lato massacrante, per le donne in modo particolare, ma anche per i padri (sia per il costo, che per il dover assumere attenzioni e responsabilità su cui altrimenti spesso sorvolano). Ciò che fa bene, anche psicologicamente nelle feste, che sono poi riti di dedizione e attenzione familiare, è proprio l’uscire dalla prigione ormai soffocante del proprio ego, e incontrare, scambiare, dare e ricevere dagli altri, dalle persone cui vogliamo bene, e che fanno parte della nostra vita.

Scambio, dono e affetto: si tratta di esperienze elementari, per certi versi ordinarie, poco illuminate dai riflettori mediatici, sempre puntati sulle passioni, sul sesso, sulle ricchezze, sul potere. Eppure la nostra vita, anche il nostro equilibrio psicologico, ed il nostro benessere fisico, dipendono soprattutto da queste esperienze, non dalle altre di cui sempre si parla.

Le passioni esaltano un momento, ma gli affetti legati a tutta la nostra storia, ci nutrono quotidianamente, in modo caldo, discreto, costante.

Come in tutte le istituzioni «naturali», ispirate dagli istinti primari (quello di maternità, paternità, sopravvivenza), questi momenti rituali non si limitano agli aspetti affettivi, ma toccano anche quelli più materiali e concreti. La crisi economica non ancora terminata ha, per esempio, dimostrato la fragilità, anche finanziaria, di uno degli ultimi eroi della pubblicistica dei nostri tempi: il leggendario single. Che ha sperimentato sulla propria pelle come al di fuori del supporto di una struttura famigliare, perdere il lavoro, o averne uno molto meno remunerativo possa diventare l’anticamera della povertà. Oltre che di una solitudine che si rivela ormai misera, una volta privata da quei consumi legati allo status e all’immagine che ne costituivano l’attrattiva.

I nonni noiosi e non elegantissimi, insomma, hanno però una pensione e, soprattutto, continuano a volerti bene anche se hai dovuto vendere la Bmw.

Avere mantenuto, e non completamente distrutto, la ricca rete delle famiglie, affettiva prima che economica, si è dimostrato uno degli elementi centrali della saggezza italiana, e ci ha saputo proteggere da difficoltà che hanno colpito spietatamente in paesi a noi vicini, come la Grecia o la Spagna.

Le feste di queste settimane, che non a caso cominciano raccogliendosi davanti a una nascita, sono la celebrazione proprio di questo nucleo forte della nostra cultura, tradizione, e psicologia: cerchiamo di non distruggerlo; anzi di ripararlos