di Andrea Camaiora
Tratto da La Bussola Quotidiana il 24 gennaio 2011

Magistratura indipendente (Mi), il secondo gruppo associativo tra i magistrati italiani, votato da un togato su quattro, ha un nuovo leader. Cattolico. Cosimo Maria Ferri, 39 anni, già componente del Consiglio superiore della Magistratura dal 2006 al 2010 è stato eletto con una maggioranza schiacciante, oltre il 72%, e un programma chiaro.

Il nuovo segretario ha una visione molto chiara del rapporto tra legislatore e magistratura: «Vedo con preoccupazione affiorare – più ancora, forse, che su temi di rilievo politico, su quelli cosiddetti “eticamente sensibili” – la tendenza di certi settori della magistratura a sentirsi investiti di una funzione che trascende l’interpretazione ed applicazione delle norme di legge, per abbandonarsi, spesso sulla base di forzate letture del testo costituzionale o del diritto sovranazionale, ad una funzione “creativa”, questa sì non in linea con il dettato costituzionale. Sono profondamente convinto – ha detto Ferri concludendo l’intervento con il quale ha presentato la propria candidatura alla segreteria nazionale – che la magistratura debba rifuggire da questa tentazione, e con essa da quella – sempre affiorante – di farsi interprete di una (presunta) parte più “evoluta”, “culturalmente avanzata” o persino semplicemente “moralmente più degna”, della società. In un sistema democratico – è il lascito prezioso di uno dei grandi costituzionalisti del ‘900, Edoardo Ruffini, in quel piccolo gioiello che è Il principio maggioritario – è sempre e solo il principio della “màior pars”, e non della “sànior pars”, ciò su cui si fonda la legittimità di quell’atto espressione di volontà generale che è la legge».

Ferri non è nuovo a simili prese di posizione, peraltro tipiche del dna moderato di Magistratura indipendente. In occasione della sentenza sul caso di Eluana Englaro non ebbe timori ad esprimere una posizione decisamente pro life: «In un ordinamento giuridico come il nostro caratterizzato da principi che richiedono espresse e formali dichiarazioni di volontà di ciascun individuo affinché possano prodursi persino effetti di incremento del suo patrimonio, è lecito nutrire giustificate riserve sul riconoscimento, al tutore del soggetto incapace, di poteri destinati ad investire la sfera, non solo patrimoniale, ma anche personalissima del soggetto assistito, alla condizione – individuata dai provvedimenti giurisdizionali intervenuti sul controverso caso della giovane – che egli decida “con l’incapace”, esprimendone una ipotetica volontà. Non resta, dunque, che formulare l’auspicio che un’eventuale disciplina legislativa della materia del “fine-vita” sia fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti».

Inutile dire che quando al Consiglio superiore della magistratura approdò la proposta di deliberare una “pratica a tutela” dei colleghi togati che si erano espressi sulla sorte di Eluana, Ferri non esitò a sottolineare alcune distinzioni per lui innegabili rispetto a posizioni più semplici, volte a rappresentare le critiche a quei magistrati come il semplice frutto dello scontro permanente tra politica e magistratura. In quell’occasione, il leader di Mi spiegò: «Insieme ai colleghi di Magistratura Indipendente ho firmato una proposta alternativa alla delibera a tutela dei magistrati coinvolti nel caso Englaro, così come è stata avanzata dalla Prima Commissione del CSM, perché ritengo che non tutte le critiche alle sentenze intervenute sul “caso Englaro” siano realmente denigratorie. Per questa ragione ho avvertito l’esigenza di riconoscere da un lato la gravità delle accuse rivolte ai magistrati della Cassazione, ma dall’altro dare atto del caso di eccezionalità rappresentata dalla drammatica fine di Eluana Englaro che ha interrogato profondamente il Paese sollevando riflessioni e critiche che hanno investito tutte le massime istituzioni della nostra Repubblica. Mi sia consentita una digressione personale a proposito di questa pratica. Essa fa riferimento, certo, ad espressioni forti, irriguardose dell’operato di colleghi magistrati. Su questo aspetto non ho dubbi, tanto che io stesso ho apposto la firma per l’apertura di questa pratica a tutela. Tuttavia, riflettendo, ho maturato la ferma convinzione che esse vadano considerate alla luce dell’argomento in questione: il diritto alla vita. Non possiamo quindi far finta di ignorare che il caso Englaro ha diviso il Paese e le coscienze degli uomini che, per professione o vocazione, sono stati chiamati a seguirlo, direttamente o indirettamente: penso ai magistrati, ai medici, agli avvocati, ai politici, ai sacerdoti, ai giornalisti. Nello specifico, infatti, vi è più di un dubbio che il caso Englaro si possa configurare come un trionfo dell’autodeterminazione del malato, così come qualcuno l’ha inteso. Conseguentemente è legittimo il dubbio che le pronunce abbiano dato attuazione alla volontà di Eluana di essere lasciata morire».

«Noi sappiamo che la natura di questione privata – anzi di questione in cui si verte in materia di diritti personalissimi – è stata la strada individuata dalla Cassazione nell’ultima sentenza, quella del 13 novembre 2008, per dichiarare inammissibile il ricorso del pm: poiché il pubblico ministero rappresenta l’interesse pubblico al contenuto di determinate decisioni giudiziarie la Cassazione, ricorrendo ad un’interpretazione del codice di procedura civile, ha stabilito che il pm poteva intervenire nel giudizio ma non poteva proporre ricorso per Cassazione. Va osservato tuttavia senza mezzi termini come, nel caso in questione, la giurisdizione, in una materia quale quella del fine vita e del testamento biologico tanto difficile quanto sensibile ed incerta, si sia trovata ad operare in un quadro di incertezza. Tenuto conto dell’iter parlamentare, un pronunciamento del Plenum che censurasse le pur dure reazioni alla sentenza sul destino di Eluana Englaro, potrebbe apparire come un’inopportuna e cronologicamente infelice azione dell’organo costituzionale che rappresentiamo nei confronti della potestà e libertà legislativa del Parlamento».

Da allora Ferri non ha cambiato opinione e questo fa ben sperare chi chiede che all’interno della magistratura, nelle sue diverse articolazioni associative e istituzionali, vi siano voci capaci di rappresentare l’esigenza di coniugare il diritto con l’etica.