Il tentativo di aggirare il divieto di eutanasia non è passato alla Camera dei Lord.
Con 194 voti contrari e 141 favorevoli, i Pari hanno rigettato l’emendamento con cui si sarebbe reso legale il comportamento di chi agevola il suicidio assistito effettuato all’estero. Un tentativo di legalizzare il turismo eutanasico in Svizzera o in Olanda.

Il discorso più convincente e toccante che è risuonato nella paludata aula di Westminster è stato quello della baronessa Campbell of Surbiton, le cui parole sono state ascoltate da tutti con l’attenzione dovuta alla storia personale di questa donna.
Non solo perché la baronessa è stata Presidente della Commissione parlamentare per i diritti dei disabili, ed è da sempre impegnata in questo delicato settore, ma soprattutto perché vive sulla propria pelle una gravissima disabilità. Fin dalla nascita è affetta da atrofia muscolare spinale giunta oramai in fase degenerativa, al punto che – come ha confessato nel suo discorso alla Camera dei Lord – tre anni fa i dottori l’avevano convinta che la sua vita fosse ormai giunta al capolinea e che per lei fosse «arrivato il momento di congedarsi». Lady Campbell ha evidenziato ai colleghi parlamentari la particolare condizione psicologica in cui versano i pazienti affetti da gravi patologie, di fronte a simili pressioni da parte dei medici, e li ha ammoniti circa le conseguenze, da questo punto di vista, derivanti da un’eventuale approvazione dell’emendamento.
Dall’alto della propria esperienza personale, la coraggiosa baronessa non ha usato mezzi termini per denunciare che la legalizzazione della morte prematura, declassata a semplice «opzione di un trattamento sanitario», significa, in realtà, «instillare il dubbio circa l’esistenza di un asserito diritto a vivere una vita dignitosa» e comporta uno «sminuimento del dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini – indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche – la possibilità di vivere dignitosamente».
Ha inoltre denunciato il rischio di incentivare indebite pressioni su disabili e malati terminali che pensano di essere giunti alla fine della propria esperienza esistenziale, fino al punto di considerare la morte come l’opzione più conveniente, più rapida e più semplice. Basti pensare agli anziani che soffrono nel gravare i propri familiari e nell’essere causa di pensanti disagi per i loro cari.
A questo discorso hanno fatto eco le parole del Vescovo di Exeter, Michael Langrish, padre di una disabile trentenne affetta da sindrome di Dawn, il quale ha puntato il dito contro l’emendamento considerandolo un ulteriore tappa legislativa nel pericoloso piano inclinato culturale sul quale sta scivolando la società britannica, sempre più attratta da una deriva eutanasica.
Non sono mancate voci di dissenso come quella di Lord Falconer of Thoroton, sostenitore dell’emendamento, il quale ha ribadito che non è gusto considerare «un crimine il fatto di accompagnare qualcuno in un Paese in cui il suicidio assistito è legale, se l’unico scopo dell’accompagnamento è quello di assistere chi ha deciso di ricorrere all’eutanasia in un luogo in cui tale pratica è autorizzata per legge».
Sofismi da leguleio che nascondono l’evidente intento di raggiungere a tappe l’obiettivo finale della legalizzazione del suicidio assistito, secondo la logica egemonica gramsciana della progressiva conquista di una casamatta alla volta.
Ha ragione il Vescovo di Exeter. Se l’emendamento fosse passato sarebbe stato un pericoloso legislative milestone nel tentativo di introdurre l’eutanasia nel Regno Unito, tentativo, per ora, fortunatamente sventato. Ma fino a quando?

Gianfranco Amato –  Presidente di Scienza e Vita di Grosseto