La crisi politica in Costa d’Avorio
di Di Pieluigi Natalia
Tratto da L’Osservatore Romano del 10 maggio 2011

La fine dei combattimenti ad Abidjan, la principale città della Costa d’Avorio, dopo più di venti giorni dalla cattura dell’ex presidente Laurent Gbagbo, segna di certo un punto fermo nella crisi in cui era riprecipitato il Paese dopo le elezioni presidenziali dello scorso 28 novembre, con la vittoria di Alassane Ouattara non riconosciuta dallo stesso Gbagbo. Cherif Ousmane, il comandante delle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci), le truppe del Governo di Ouattara guidato dal primo ministro Guillaume Soro, ha detto la settimana scorsa che è venuta meno l’ultima resistenza dei miliziani fedeli a Gbagbo asserragliati nel popoloso quartiere settentrionale di Yopougon. I soldati delle Frci hanno disarmato decine dei cosiddetti Giovani patrioti, sostenitori di Gbagbo, nonché dei mercenari liberiani assoldati a suo tempo dall’ex presidente e che controllavano il quartiere dall’inizio della crisi.

La svolta è stata confermata dal giuramento prestato venerdì dallo stesso Ouattara, dopo che lo aveva formalmente proclamato presidente anche il Consiglio costituzionale, cioè proprio l’organismo che cinque mesi fa, quando era controllato da Gbagbo, aveva dichiarati non validi i voti di quattro regioni favorevoli a Ouattara, proclamando vincitore Gbagbo con il 51, 45 per cento di quelli rimanenti e invalidando così i risultati diffusi della Commissione elettorale e certificati dalle Nazioni Unite, che assegnavano invece la vittoria a Ouattara con il 54, 1 per cento. La cerimonia ufficiale di insediamento di Ouattara dovrebbe invece tenersi il 21 maggio a Yamoussoukro, la capitale politica della Costa d’Avorio, davanti a capi di Stato e di Governo stranieri.

La fine dei combattimenti lascia però strascichi pesanti e la Costa d’Avorio guarda le sue ferite senza che siano ancora ben chiari gli strumenti per sanarle. Tra l’altro, con la conclusione delle operazioni militari, da Yopougon sono giunte anche notizie del ritrovamento di decine di corpi senza vita, per lo più miliziani ma anche civili. A darne conferma è stata la locale Croce Rossa, che ha anche riferito della presenza di una fossa comune contenente una trentina di morti. “Sono ancora sotto choc per tutti questi morti, tutti questi cadaveri” ha detto Soro, al termine di un sopralluogo effettuato già nella serata del 4 maggio a Yopougon, denunciando anche “esecuzioni sommarie di civili perpetrate dai miliziani” e la presenza di “criminali e banditi armati e in uniforme che pretendano appartenere alle Frci, responsabili di maltrattamenti”. Soro ha promesso misure “severe e celeri per neutralizzare questi elementi” che imperversano a Yopougon e ristabilire la sicurezza.

A destare la preoccupazione degli operatori umanitari è anche la situazione sanitaria del quartiere, dove per settimane settimane la spazzatura non è stata prelevata, e dove scarseggiano cibo, acqua e medicinali. Tra l’altro, l’inizio della stagione delle piogge fa temere il possibile diffondersi di epidemie. Contemporaneamente, è in atto un’emergenza profughi di dimensioni ragguardevoli, con circa duecentomila rifugiati all’estero, soprattutto in Liberia, e almeno ottocentomila sfollati interni, secondo le stime dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Allarmi analoghi a quelli lanciati da Yopougon arrivano anche dalle regioni occidentali della Costa d’Avorio dove gli sfollati interni hanno trovato riparo negli ultimi mesi, in particolare nella zona di Duékoué. Nei campi dove i profughi vivono ammassati, spesso senza acqua potabile e in condizioni di totale insalubrità, sono stati registrati casi di diarrea e malaria, soprattutto tra i bambini.

Ad Abidjan, intanto, sono arrivati tre esperti internazionali indipendenti dell’Onu per indagare su presunti crimini contro l’umanità perpetrati dalle forze dei due contendenti. Già in febbraio, in un rapporto pubblicato dopo una missione nel Paese, la Federazione internazionale dei diritti dell’uomo, che raccoglie in tutto il mondo le principali organizzazioni attive nel settore, aveva sottolineato le responsabilità di Gbagbo in crimini contro l’umanità, stimando che da novembre appunto a febbraio sarebbero stati almeno quattrocento i civili trucidati dalle sue truppe.

Ma anche sulle forze di Ouattara pesano analoghe accuse. La giustizia ivoriana, dal canto suo, ha cominciato a interrogare Gbagbo, che si trova in stato di arresto nella località settentrionale di Korhogo, sua moglie Simone, detenuta a Odienné, nel nord est, e una quarantina di esponenti del suo deposto regime.