di Antonella Diegoli*

ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A seguito del via libera all’uso della pillola Ru486, da parte dell’Agenzia dell’AIFA, la Federazione dei Movimenti per la vita, Centri di aiuto alla vita e Servizi di accoglienza alla Vita dell’Emilia Romagna non possono non pensare ai bimbi concepiti che quotidianamente tentano di salvare, assieme alle loro madri.

Sul diritto di aborto, lo Stato consacra oggi la licenza di uccidere, anche mediante pesticida umano il concepito. Da oggi metteremo anche a serio rischio e pericolo di morte la salute della donna, presente (effetti immediati, di cui esistono studi certamente non esaustivi) e futura (effetti a lungo termine, di cui non esistono studi).

Salute fisica e mentale: i 30 casi documentati di morte per l’uso della Ru486 sono esplicativi delle complicanze a cui può essere soggetta una donna che ricorra all’aborto chimico, mentre secondo uno studio del 1998, pubblicato sul “British Journal of Obstetrics and Gynecology”, il 56% delle donne sottoposte ad aborto chimico ha dichiarato di aver riconosciuto l’embrione, e il 18% ne ha denunciato, come conseguenze, incubi, flash-back e pensieri ricorrenti.

Uno dei teoremi più diffusi e radicati nel mondo medico e nella cultura popolare è quello di pensare che l’aborto volontario sia meno traumatico se effettuato nelle fasi iniziali della gravidanza, consegnando, così la pratica abortiva (e tra queste la Ru486) al criterio della “proporzionalità traumatica”: più piccolo è l’embrione più sicuro e più accettabile è l’aborto, con minori conseguenze per la donna, ma le esperienze del post-aborto sconfessano il teorema.

Ma soprattutto, richiamarsi alla legge 19478 per legalizzare il commercio della pillola Ru486 ancora una volta nasconde il tentativo da parte dello Stato di derubricare l’impegno di tutela sociale della maternità.

Non si può perseguire nel garantismo di un inesistente diritto di aborto, ma piuttosto bisogna pensare e operare per prevenire l’aborto anche post-concezionale, favorendo cioè la nascita dei figli già concepiti con l’invito alle madri ad un’adeguata riflessione sul valore della vita umana e offrendo alternative al dramma (per il concepito e per la donna) dell’interruzione della gravidanza.

La Ru486 riconduce la pratica abortiva volontaria, sotto l’apparente finalità della precocità e della sicurezza (Il 13% richiede un’evacuazione chirurgica, si veda Ojidu JI et all., m J. Obstet. Gynacol. 2001) nel tunnel dell’aborto fai-da-te (Faucher P. et all., Gynecol. Onstet Fertil. 2005), invertendo e contraddicendo le motivazioni storiche e psico-sociali che hanno persino motivato fortemente la legge 194: un aborto privato, per quanto precoce e sicuro sia, aggiunge solitudine a solitudine.Inoltre, mentre nell’aborto chirurgico l’interruzione di gravidanza viene delegata tecnicamente a una terza persona, nell’aborto chimico da Ru486 è la stessa madre che si auto-somministra il veleno che ucciderà il proprio figlio.

Gli effetti fisici sono gli stessi di un aborto chirurgico eseguito in anestesia: contrazioni, espulsione, emorragia, ma con la Ru486, la donna vive tutto questo in diretta, senza neanche l’assistenza medica. E’ il massimo della responsabilizzazione psicologica o il sicuro aumento di suicidi post-aborto delle donne stesse?

Queste profonde contraddizioni di tipo scientifico, etico e umano non si possono tacere nel momento in cui si va a legalizzare un uso estensivo dell’aborto farmacologico, in una società, quella italiana, già pesantemente colpita da un malessere diffuso che ci fa assistere, sempre più frequentemente, a malattie del corpo e della psiche nelle donne che hanno vissuto l’aborto.

Si obbligherà per legge a dichiarare, sul consenso informato per la donna, che l’aborto farmacologico ha una mortalità dieci volte maggiore, rispetto all’aborto chirurgico? Si avrà il coraggio di dire cosa ci si deve aspettare dopo l’assunzione della pillola per tutti i soggetti coinvolti a cominciare dal concepito ucciso?

La nostra Regione, il cui Assessore è anche membro dell’Aifa, avrà il coraggio della verità in materia di consenso informato? E tutti coloro che firmeranno quei certificati avranno coscienza della disinformazione che ricadrà soprattutto sulle donne non italiane, per le quali è di difficile comprensione anche la lettura di un semplice volantino?

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*Antonella Diegoli è presidente regionale di Federvita, la federazione cui fanno capo i Movimenti per la vita e i Centri di Aiuto alla Vita dell’Emilia Romagna