Inchiesta • Sempre più ricerche confermano che chi crede è meno a rischio di diventare dipendente da droghe, alcol e tabacco o di scivolare verso disperazione e suicidio Specie tra gli adolescenti
di Luigi Dell’Aglio
Tratto da Avvenire del 25 giugno 2009

Vent’anni di studi in numerosi centri di ricerca, di Usa e Europa, hanno prodotto quella che ormai prende la consistenza di una certezza: adolescenti e giovani adulti che hanno fede e partecipano regolarmente, con slancio interiore, ai riti religiosi, sono fortemente protetti contro molti rischi, in particolare quello di cadere nei tentacoli della droga, trasformarsi in forti bevitori o diventare schiavi del tabacco. La tendenza è stata accertata dagli autori del rapporto Bufferin effect of religiosity for adolescent substance use, pubblicato dall’Albert Einstein College of Medicine, della Jeshiva University di New York. La fede aiuta infatti a ‘tamponare’ (questo è il ‘ buffering effect’) gli eventi sfavorevoli e dolorosi dell’esistenza, che hanno un duro impatto sui giovani e li inducono a chiedere aiuto ai paradisi artificiali. «Mia madre è morta. Mio padre è disoccupato. A chi rivolgermi? I miei compagni mi avevano già avviato alla marijuana. Poi ho conosciuto un anziano sacerdote, un nero come me, che mi ha riportato in parrocchia la domenica», racconta un ragazzo americano di una scuola superiore, dopo aver compilato il questionario anonimo. La spiegazione del fenomeno è psicologica ma non per questo meno scientifica. E, man mano che avanza il largo fronte delle ricerche, le conclusioni trovano più chiare conferme.

Vengono intanto diffusi i risultati, anche più clamorosi, di studi paralleli. Fra coloro che frequentano le funzioni religiose, si è rilevato un calo del 25% della mortalità per stress provocato da sfavorevoli eventi esistenziali e da crisi dell’adolescenza (lo affermano Powell, Shahabi e Thorensen, con un rapporto del 2003). Per chi va in chiesa almeno una volta alla settimana, l’aspettativa di vita è di sette anni maggiore rispetto al resto della popolazione. Lo hanno appurato Hummer, Rogers, Nam ed Ellison, citati nel libro Cattolici e psiche (San Paolo, 2008) dal professor Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, considerato il maggior esperto italiano in materia di dipendenze comportamentali. La ricerca americana ha studiato 1182 ragazzi (di età compresa fra i dodici e i quattordici anni, cioè appartenenti alla prima e media adolescenza), in distretti scolastici rappresentativi della popolazione di NewYork. 30% afroamericani, 23% ispanici, 3% americani asiatici e 37% bianchi. Componente femminile 46%, maschile 53%.

Poco più della metà vivevano in una famiglia ‘intatta’, osservano i ricercatori, cioè con i due genitori naturali. Il 34% con un solo genitore. Il 13% doveva affrontare le tensioni di una ‘ blended family‘, famiglia mista «con un genitore biologico e l’altro no». Risultato: il protettivo ‘effetto buffering’ della religione è pienamente dimostrato, soprattutto nelle ragazze, negli afro-americani e negli ispanici; i bianchi (più apprensivi rispetto agli altri, anche perché più informati sulle malattie), si sono rivelati i più vulnerabili. Genitori e docenti non avrebbero mai potuto leggere le risposte: l’anonimato era garantito dall’Us Public Health Service, perciò i ragazzi si sono fidati. La marcata flessione nell’uso di sostanze è stata confermata dal Research Scientist Development Award per conto del National Institute of Drug Abuse. E gli adulti religiosi come reagiscono ai pesanti colpi inferti dalla vita?

L’’effetto buffering’ si realizza anche per loro (studi di Williams, Larson, Buckler e Heckman). I questionari sono stati riempiti da 720 ultra-trentacinquenni. Per loro, rispetto ai giovani, tra gli eventi più stressanti che la religiosità deve tamponare figurano quelli di carattere finanziario. La ricerca sull’’effetto buffering’ è troppo coinvolgente, e continuerà. Gli autori (Thomas Ashby Wills, Alison Jaeger e James M. Sandy della Jeshiva University) vogliono capire esattamente in che modo la spiritualità dei giovani riesca a vincere la droga. «La risposta arriva dalle aggiornate ricerche secondo le quali la salute psichica è influenzata in senso positivo dalla fede religiosa – dice il professor Tonino Cantelmi –. In Usa la flessione dell’indice dei suicidi fra gli alunni dei college viene messa in rapporto con la partecipazione settimanale ai riti religiosi. La religiosità ha un effetto salutare su persone colpite da disabilità funzionale, tumori, perdita dell’autostima e del controllo di se stessi, ansia cronica, sintomi di depressione, perfino demenza (studio di Koenig)». Per la stessa ragione, in certe aree, scende il numero dei divorzi. La fede, spiega Cantelmi, favorisce un clima di benessere nel matrimonio (Mahoney e Tateshwar, 2005); permette di superare le crisi della coppia, quando marito e moglie pregano insieme (Peluso e Mariorenzi, 2008: i quali lanciano l’allarme contro l’’ateismo affettivo’, un misto di pessimismo e incapacità di comunicare, che distrugge le unioni). Ma qual è il fattore determinante che cercavano gli studiosi americani?

Secondo Cantelmi, «il grande mediatore centrale per la salute psicofisica è la speranza. Questa è intesa come funzione psichica, caratterizzata da due aspetti: uno è intrapsichico – il soggetto, per effetto della fede, crede di poter risolvere le difficoltà in cui si trova (e questa è la ‘hopefulness‘: pienezza, ricchezza di speranza’) –; l’altro è interpersonale – il soggetto sa che qualcuno potrà soccorrerlo e sostenerlo (e questa è la ‘helpfulness’, condizione di ‘aiutabilità’). La mancanza di speranza e l’impossibilità di essere aiutati sono messe in relazione con il suicidio, con alterazioni del sistema immunitario, con una maggiore tendenza ad ammalarsi e con un aumento della mortalità».

La fede ribalta la disperazione in ‘piena speranza’ e la solitudine e l’abbandono in certezza di essere aiutati. Perché, dice Cantelmi, l’adesione al credo religioso assicura anche una rete di sostegno sociale, un complesso di relazioni significative, fondamentali ai fini della salute mentale: «Aiuta la persona a impostare strategie per fronteggiare le difficoltà».

E Risé «psicanalizza» la mentalità abortista del mondo di oggi

di Marina Corradi

L’ aborto in Occidente è legale da oltre trent’anni. L’aborto è ‘normale’. È normale, ormai, assumere pillole che espellono il prodotto del concepimento. È normale anche, in molti Paesi, selezionare, tra i figli possibili, quello sano, e cancellare gli altri. Ma quale forma mentis, quale visione del mondo sta dietro questa ‘normalità’, al suo tacito favor mortis? L’aborto, è vero, clandestinamente c’è sempre stato. Ma non avrebbero pensato, i nostri genitori, che le nipoti adolescenti avrebbero avuto a disposizione una pillola che elimina un figlio come si elimina un mal di testa. In cosa, profondamente, siamo cambiati? In La crisi del dono. La nascita e il no alla vita (San Paolo, pagine 154, euro 12, 00) lo psicoanalista Claudio Risé compie un viaggio alla ricerca delle radici di questa metamorfosi, di questo ‘no’ alla vita che, oltre le scelte individuali, è diventato costume collettivo. Psicoanalisi, dunque, della mentalità abortista: di quella oscura tendenza ad avversare il nuovo che è rappresentato da un figlio, da una vita in divenire che si presenta, ansiosa di vedere la luce. C’è sempre stata, sostiene Risé, negli uomini questa tendenza a difendere tenacemente l’esistente, a preservare lo status quo del proprio potere e dei propri averi dall’incognita di nuove vite che trasformino il mondo. È una vecchia storia, che comincia con Crono, il dio che divorava i suoi figli. Figli fagocitati, figli salvati con l’inganno, pianti da madre e ancelle come morti in culla, per proteggerli da padri minacciosi: la mitologia è piena di queste immagini terrifiche. Ed è singolare come la figura di Crono, poi divenuto Saturno, simboleggi da millenni la malinconia. Colui che divora i suoi figli, viene divorato da una cupa tristezza. Come nella famosa Malinconia di Albrecht Dürer, che regge una borsa, e un mazzo di chiavi: la borsa, annotò l’artista, è la ricchezza, e le chiavi il potere. Abbondano poi, in quella stessa famosa incisione, gli strumenti di calcolo geometrico e matematico. Crono-Saturno è un calcolatore, è colui che pretende di tracciare la propria vita pianificandola oculatamente solo secondo la propria misura. Il materialismo malinconico di Saturno assume la veste di icona del nostro tempo: di un tempo che calcola, controlla, seleziona, ammette o no alla vita, si chiude in uno sguardo che in fin dei conti reifica l’altro nascente in una valutazione utilitaristica: tu, mi convieni o no? L’archetipo del potente, del ricco che si oppone alla nascita di un nuovo che potrebbe travolgerlo si incarna anche, agli albori del cristianesimo, in Erode: un vecchio pauroso e avido, tendente a un controllo paranoide della realtà, che tenta disperatamente di mantenere il suo potere mediante una strage di infanti fra cui, gli è stato annunciato, c’è un nuovo re. E certo è nel cristianesimo che l’archetipo del Bambino come inizio di un nuovo mondo, di nuova vita, ha la sua espressione più straordinaria e potente. Ma la proposta di Cristo, la rinascita che coinvolge dinamicamente l’uomo, è accolta con curiosità e timore da Nicodemo, che da Cristo si reca, vergognoso, di notte, che esita: «Come può un uomo nascere quando è vecchio?». E anche nella paura di Nicodemo, tracce di quel movimento oscuro che invecchia il mondo: la difesa ossessiva dell’esistente, la definisce Risé.

Ma perché, nell’oggi, questa difesa sembra diventata una muraglia, una roccaforte da cui è abituale gettare le vite dei nascituri inopportunamente affacciatisi al mondo? Risé individua l’anello spezzato del nostro tempo nella secolarizzazione del rapporto fra uomo e donna: «Il rapporto di amore tra uomo e donna è stato separato dal terzo che nella visione religiosa è la sua sorgente originaria: Dio e la sua natura amorosa». Nella eliminazione del Terzo viene meno la disponibilità al reciproco donarsi. Troncata l’originaria dipendenza creaturale, l’Uomo senza Padre è libero, scrive lo psicoanalista, ma solo: e guarda all’altro in un’ottica fortemente utilitaria. Cambiare sguardo, rivoltare alla radice questa cultura mortifera significa, per Risé, accettare di donarci: al figlio che nasce in contrapposizione al nostro potere sulla realtà; alla vita intesa come continua trasformazione che ci trascende e oltrepassa, invece che come sterile, impotente pretesa di possesso. Un libro profondo, che si inoltra dentro le radici della cultura che ci domina.