di Don Antonello Iapicca

Rileggendo le parole del Papa in Portogallo

Dal Portogallo, come una sentinella, il Papa  ha scrutato il mondo e i cuori degli uomini giungendo ben oltre l’orizzonte dello sguardo comune. E da qui, dal cuore del mondo, le sue parole forti ci hanno trafitto il petto: “Quanto tempo perduto, quanto lavoro rimandato, per inavvertenza su questo punto!”. Quale punto? L’annuncio del Vangelo. Tempo perduto nell’oblio e nella dimenticanza, e, come Esaù, molti, troppi, nella Chiesa hanno venduto la primogenitura. Così nelle maglie sfilacciate del tempo gettato rimandando il “lavoro”, si sono annidate le omissioni, e quindi le perversioni. Bucato come al solito dai media e dai commentatori è stato questo il grido più severo e drammaticamente profetico del viaggio in Terra lusitana.

Di fronte alle parole altrettanto severe di Gesù sulla necessità di essere vigilanti in attesa del suo ritorno, Pietro domandò se queste fossero dirette a lui e agli altri discepoli oppure a tutti. Gesù rispose:Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi”. Fedeltà e saggezza, giusto le parole ripetute dal Papa alla sua Chiesa, ai suoi ministri come all’intero Popolo di Dio, indicando la beatitudine del “lavoro” affidato, l’annuncio del Vangelo. Lasciare che si spenga lo zelo difendendo stoltamente presunte rendite di posizione “sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo, la quale può soltanto essere missionaria nel movimento diffusivo dello Spirito”.

Gli scandali e le sofferenze che, come ha ricordato il Pontefice, hanno ferito e ancora attendono la Chiesa, sono un segno da cogliere per ricordare. “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”. La Chiesa è un mistero, come un segreto che solo occhi puri son capaci di penetrare e svelare. Gli occhi del Papa, occhi di sentinella, che hanno guardato dentro il mistero, scoprendo nella fede le parole luminose di Dio inscritte anche nel buio più fitto. E le ha trasmesse fedelmente ai suoi figli smemorati: Sia Maria che noi stessi non godiamo di luce propria: la riceviamo da Gesù. La presenza di Lui in noi rinnova il mistero e il richiamo del roveto ardente, quello che un tempo sul monte Sinai ha attirato Mosè e non smette di affascinare quanti si rendono conto di una luce speciale in noi che arde però senza consumarci. Da noi stessi non siamo che un misero roveto, sul quale però è scesa la gloria di Dio”. Ma quante volte questa gloria è stata offuscata, cacciata e tradita. “Oggi lo vediamo in modo realmente terrificante, che la più grande persecuzione alla chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella chiesa”. Peccati terrificanti che svelano come sia così poco realista dare “per scontato che la fede ci sia”. Peccati insinuatisi nel “tempo perduto” a riporre “una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni”. Peccati terrificanti da cui sorge la domanda di Gesù ricordata dal Papa: ”ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?”. Ecco il peccato in agguato, una Chiesa che non sali più il mondo.

“Affinché ciò non accada, bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano. La risurrezione di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Quindi la nostra fede ha fondamento, ma c’é bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi. C’è dunque un vasto sforzo capillare da compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima”. Nel cuore della tempesta dunque la speranza afferrata a Cristo, e l’antidoto perchè la Chiesa realizzi quel che è per la sua setssa natura: annunciare il Vangelo, far risuonare il kerygma attraverso testimoni credibili. Uno sforzo capillare è richiesto per ridestare la fede e trasformare in testimoni i cristiani che popolano le nostre chiese.

Importante è certo l’azione profetica della Chiesa nell’agone sociale, culturale e politico, ma non basta. “Il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui”. Non si tratta solo di affermare la Verità, è necessario ed urgente renderla visibile come qualcosa di vivo, reale, incarnato. La famiglia, la sessualità secondo la volontà di Dio, la sacralità della vita dal suo concepimento al suo termine naturale, sono “principi non negoziabili” solo nella misura in cui siano per tutti “vivibili”, calati in esistenze concrete che li sperimentino gioiosamente custodendoli sino al martirio. Uomini e donne come tutti che hanno scoperto la Verità del Vangelo e del Magistero della Chiesa come l’autentica libertà che salva e colma di senso la vita.

Ma “qualcuno potrebbe dire: “la Chiesa ha bisogno di testimonianze di santità… ma non ci sono! A questo proposito, vi confesso la piacevole sorpresa che ho avuto nel prendere contatto con i movimenti e le nuove comunità ecclesiali. Osservandoli, ho avuto la gioia e la grazia di vedere come, in un momento di fatica della Chiesa, in un momento in cui si parlava di “inverno della Chiesa”, lo Spirito Santo creava una nuova primavera, facendo svegliare nei giovani e negli adulti la gioia di essere cristiani, di vivere nella Chiesa, che è il Corpo vivo di Cristo. Grazie ai carismi, la radicalità del Vangelo, il contenuto oggettivo della fede, il flusso vivo della sua tradizione vengono comunicati in modo persuasivo e sono accolti come esperienza personale, come adesione della libertà all’evento presente di Cristo”. In questo inverno spesso terrificante che ha investito la Chiesa il Papa, per l’ennesima volta, guarda oltre la notte ed il gelo e scopre e ci svela l’azione dello Spirito.

Nonostante le molte interpretazioni e attualizzazioni perniciose e fuorvianti di una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” che tanto male hanno fatto alla Chiesa, “con lo scopo di «mettere il mondo moderno in contatto con le energie vivificanti e perenni del Vangelo», si è realizzato il Concilio Vaticano II che ha messo i presupposti per un autentico rinnovamento cattolico e per una nuova civiltà – la «civiltà dell’amore» – come servizio evangelico all’uomo e alla società”. Dal Concilio sono sorti i Movimenti e le nuove comunità come una risposta dello Spirito Santo alle sfide della società contemporanea e alla stessa debolezza della Chiesa, oggi così evidente. A Fatima la Vergine Maria l’aveva profetizzata, assieme alle sofferenze patite dalla Chiesa, nel suo Capo e nelle sue membra. Sono i carismi, assieme a moltissimi altri, che non hanno rinunciato al lavoro e non hanno perduto tempo a consacrare, ogni giorno, il mondo al Cuore Immacolato di Maria attraverso l’annuncio e l’incarnazione della radicale novità del Vangelo.

Decisivo al riguardo è però il ministero dei Pastori, chiamati, in comunione con il Papa, ad essere sentinelle vigilanti sul buio dei peccati e sulla luce dello Spirito. Infatti “condizione necessaria è che queste nuove realtà vogliano vivere nella Chiesa comune, pur con spazi in qualche modo riservati per la loro vita, così che questa diventi poi feconda per tutti gli altri. I portatori di un carisma particolare devono sentirsi fondamentalmente responsabili della comunione, della fede comune della Chiesa e devono sottomettersi alla guida dei Pastori. Sono questi che devono garantire l’ecclesialità dei movimenti. I Pastori non sono soltanto persone che occupano una carica, ma essi stessi sono portatori di carismi, sono responsabili per l’apertura della Chiesa all’azione dello Spirito Santo. Noi, Vescovi, nel sacramento, siamo unti dallo Spirito Santo e quindi il sacramento ci garantisce anche l’apertura ai suoi doni. Così, da una parte, dobbiamo sentire la responsabilità di accogliere questi impulsi che sono doni per la Chiesa e le conferiscono nuova vitalità, ma, dall’altra, dobbiamo anche aiutare i movimenti a trovare la strada giusta, facendo delle correzioni con comprensione – quella comprensione spirituale e umana che sa unire guida, riconoscenza e una certa apertura e disponibilità ad accettare di imparare”. Un cuore aperto, sottomesso e umile, nei Pastori e nei portatori dei carismi. I Vescovi sono chiamati ad aprirsi con una riconoscenza capace anche di imparare per poter aiutare e correggere, i carismi a sottomettersi con obbedienza alla loro guida. E’ questa la dinamica dell’umiltà che, sola, può rinnovare la Chiesa e suscitare, rianimare e far crescere la fede perchè sia annunziata a questa generazione. “Gli uomini sono chiamati ad aderire alla conoscenza e all’amore di Dio, e la Chiesa ha la missione di aiutarli in questa vocazione. Sappiamo bene che Dio è padrone dei suoi doni; e la conversione degli uomini è grazia. Ma siamo responsabili dell’annuncio della fede, della totalità della fede e delle sue esigenze”.

Abbiamo sotto gli occhi la distanza siderale cui sta precipitando la società. Ed è globalizzazione del deserto e della notte, dell’anima e dello spirito. “Nel nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata, la priorità al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo ed aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore portato fino alla fine (cfr Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Non abbiate paura di parlare di Dio e di manifestare senza vergogna i segni della fede, facendo risplendere agli occhi dei vostri contemporanei la luce di Cristo, come canta la Chiesa nella notte della Veglia Pasquale”. Ripartire da dove tutto è cominciato, dalla notte di Pasqua, la fonte inesauribile di vita e cuore dell’annuncio della Chiesa.

I “segni della fede” sono la luce che chiama ogni uomo mostrando la possibilità reale di una vita nuova. La Chiesa non può abdicare su questo punto. Il tempo perso ci spinge ad un rinnovato slancio missionario lanciato ad ogni latitudine, geografica e spirituale. Il successore di Pietro “ripete a ciascuno di voi:  Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente, chi lo sarà al vostro posto? Il cristiano è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato nel mondo. Questa è la missione improrogabile di ogni comunità ecclesiale:  ricevere da Dio e offrire al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione di indebolimento e di morte sia trasformata, mediante lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di vita”. Il Mistero Pasquale nel quale il mistero della vita di ogni uomo trova senso e compimento cerca nei cristiani il guscio esistenziale dove realizzarsi e manifestarsi.

“Per esperienza personale e comune, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti attendono. Infatti le più profonde attese del mondo e le grandi certezze del Vangelo si incrociano nell’irrecusabile missione che ci compete, poiché senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia”. L’annuncio del Vangelo è l’irrecusabile missione che si dilata oltre l’orizzonte visibile al nostro sguardo. Gli occhi del Papa, come quelli degli ardenti missionari di qualche secolo fa che dal Portogallo hanno sfidato mari e tempeste per raggiungere terre sconosciute dove deporre il seme del Vangelo, dall’estremo lembo d’Europa han saputo varcare le soglie del visibile e planare nei più recessi bisogni dell’uomo, chiunque e ovunque sia. E’ quest’uomo contemporaneo e prossimo l’isola più lontana, l’estremo confine della terra al quale il Signore ci invia attraverso il suo Vicario: “Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche; in effetti ci attendono non soltanto i popoli non cristiani e le terre lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e soprattutto i cuori che sono i veri destinatari dell’azione missionaria del popolo di Dio”.

Annuncio, conversione e fede, il segreto di Fatima è il segreto della Chiesa! Da duemila anni! “La chiesa ha profondo bisogno di rimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Dobbiamo imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza, le virtù teologali e qui siamo realistici, il male attacca anche dall’interno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, finalmente, il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia”. Questo amore che scuote e sconvolge come il respiro di Dio tra di noi, risponde anche oggi alla storia che sembra soffocare la Chiesa ed il mondo. “E’ avvenuto che, alla fine, dallo stesso amore che ha creato il mondo, la novità del Regno è spuntata come piccolo seme che germina dalla terra, come scintilla di luce che irrompe nelle tenebre, come alba di un giorno senza tramonto:  È Cristo risorto. Ed è apparso ai suoi amici, mostrando loro la necessità della croce per giungere alla risurrezione”. Il Mistero Pasquale è il Mistero nascosto agli angeli, il segreto di Fatima, il segreto celato nelle nostre stesse esistenze, svelato in Cristo e riannunciato dal Papa. La morte come scrigno di vita, il peccato vinto dal perdono. La Chiesa è nata per annunciare questo, senza posa, con la stoltezza della predicazione e con l’esperienza, a volte drammatica, delle stigmate sanguinanti ma gloriose che mostrano al mondo il segno luminoso del Signore risorto.

Senza Pietro e senza i santi e i testimoni con i loro carismi donati alla Chiesa dallo Spirito Santo, la Chiesa sovente dimentica e smarrisce il segreto che la costituisce e cede inesorabilmente al mondo. Ma anche oggi “il Cielo si è aperto come una finestra di speranza che Dio apre quando l’uomo Gli chiude la porta… si tratta di un amorevole disegno da Dio; non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: “Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima ma fu Fatima che si impose alla Chiesa”. Non è la Chiesa, e nemmeno il Papa che impone oggi il vento impetuoso dello Spirito, è esso stesso, attraverso i segni e i prodigi compiuti, ad imporsi alla Chiesa. Il Papa, con gli stessi occhi semplici e puri dei pastorelli di Fatima, ha visto e ce lo ha raccontato. Sta a noi lasciarci afferrare e stupire da coloro che ci ricordano e svelano il segreto. Cardinali, vescovi, preti e fedeli laici, tutti sono interpellati. Occorre restare o ridiventare – per pura grazia s’intende – anche noi come i veggenti di Fatima, capaci di stupore perchè semplici e curiosi dinnanzi al Mistero, come solo i bambini sanno essere davvero.

Alziamo dunque gli occhi, i campi già biondeggiano per la mietitura. Il Signore ha faticato per noi, possiamo gettarci, con lo zelo indomito degli innamorati, subentrando nel “suo lavoro”, ad incendiare il mondo con l’annuncio del Vangelo. Senza perdere altro tempo, perchè ancora quattro mesi e sarà la mietitura, e allora potremo rallegrarci, noi semplici mietitori, con Chi ha seminato, donando tutto se stesso per ogni uomo.