di Riccardo Cascioli

Basterebbe l’Africa per sfamare il mondo. Una battuta? Neanche per sogno, è quanto invece dimostrano due recenti studi entrambi condotti dalla FAO (l’organizzazione dell’ONU per l’agricoltura) in collaborazione il primo con l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il secondo con la Banca Mondiale.

E’ una smentita di tutte le previsioni catastrofiche che pure si erano moltiplicate nei mesi scorsi, ma guarda caso i risultati di questi rapporti sono stati ignorati malgrado l’autorevolezza delle fonti.
Il primo studio è l’Agricultural Outlook 2009-2018 secondo cui “ci sono 1,6 miliardi di ettari di terreno coltivabile che potrebbero essere aggiunti agli 1,4 miliardi attualmente coltivati, e oltre la metà di questo terreno disponibile si trova in Africa e America Latina”.

Si tratta,  specifica il rapporto, di terreni che vanno “dalla moderata alla alta idoneità a colture che necessitano di acqua”. Non solo, questa cifra si riferisce alla disponibilità netta, cioè esclude quei terreni che pure sarebbero coltivabili ma che sono attualmente destinati ad altri usi (soprattutto forestali, ma anche urbani e per aree protette) che renderebbero troppo costosa – economicamente e socialmente – la loro conversione in terreni agricoli. Perché se dovessimo considerare anche questi terreni la disponibilità globale di terreno agricolo sale a 4,3 miliardi di ettari. Anche se può sorprendere, Africa e America Latina – rispettivamente con 243 e 208 milioni di ettari – sono i continenti dove c’è maggiore disponibilità di terreni “altamente idonei” a colture bisognose di pioggia.

Se servisse un’ulteriore prova sulle prospettive niente affatto catastrofiche per l’alimentazione umana mondiale, ecco il secondo studio, che la FAO ha condotto insieme alla Banca Mondiale: Awakening Africa’s Sleeping Giant (Svegliare il gigante dormiente dell’Africa), dedicato alle prospettive agricole della Savana della Guinea, un territorio vastissimo (600 milioni di ettari di cui 400 perfettamente idonei all’uso agricolo) che attraversa 25 paesi africani dal Senegal al Sud Africa.

Secondo lo studio questa area potrebbe diventare una delle principali fonti mondiali di produzione agricola se solo seguisse il modello individuato nel Nord Est della Thailandia e nella regione brasiliana del Cerrado.

Attualmente, dice il rapporto, soltanto il 10% della Savana viene coltivato, ma se si decidesse una trasformazione che punti sulla piccola proprietà terriera lo sviluppo sarebbe molto rapido. Perché la Savana africana, che ha caratteristiche fisiche e di qualità dei terreni analoghe alla Thailandia e al Cerrado, si trova in condizioni vantaggiose rispetto a queste due regioni quando hanno iniziato la trasformazione all’inizio degli anni ’80.

La Thailandia in particolare, pur avendo problemi di irrigazione di fertilità dei terreni, si è trasformata in un “paradiso” per i piccoli proprietari terrieri. Il segreto per questi due paesi, dice il rapporto, è nell’azione dei governi che hanno creato le condizioni per lo sviluppo agricolo: “politiche macroeconomiche favorevoli, infrastrutture adeguate, investimento nel capitale umano, amministrazione competente, stabilità politica”.

L’Africa – dice ancora il rapporto – è in situazione promettente perché l’economia si sta muovendo rapidamente; c’è una forte crescita urbana e demografica che provvede ampi e diversificati mercati interni; in molti paesi si è instaurato un clima favorevole al commercio; ci sono crescenti investimenti in agricoltura sia interni che da parte dell’assistenza internazionale; l’uso di nuove tecnologie.

E anche i costi ambientali di questo sviluppo – sottolinea il rapporto – sarebbero più che compensati dai benefici ambientali che anche l’agricoltura comporta.

da www.svipop.org