di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 10 gennaio 2011
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Il fatto che quasi il 30% dei giovani sia disoccupato fa scalpore. Va però incrociato con altri dati.

Per i maggiori di 25 anni la disoccupazione, pur alta, è in Italia minore che in Europa. Artigianato, industria, e commercio chiedono ogni anno molti più tecnici e diplomati degli Istituti professionali di quanti siano i giovani in grado e disposti ad andarci.

Cos’è che si frappone fra giovani e lavoro, impedendo ai primi di trovarlo?

Il maggiore ostacolo è nella famiglia italiana. I suoi meriti sono enormi, puntualmente segnalati in ogni rapporto Censis. Dobbiamo certamente, e in gran parte, alla famiglia se in Italia le conseguenze della crisi, anche se dure, sono state spesso meno crudeli e hanno creato disagi più tollerabili che negli altri paesi più sviluppati, a cui apparteniamo. La solidarietà tra i suoi membri ha sicuramente aiutato chi ha perso un lavoro, o non l’ha mai trovato, a condurre una vita più o meno normale, evitando le scosse più drammatiche. Ma la solidarietà ha anche altri costi, meno visibili.

Non c’è solo il costo per il nonno di rinunciare a una parte della pensione per mantenere i nipoti. Un altro enorme costo viene compreso solo nel corso del tempo: è quello pagato dai nipoti per essere stati privati della fondamentale esperienza formativa di dover badare a se stessi.

La famiglia italiana è la più inclusiva e disponibile d’Europa verso le esigenze dei suoi figli. Lo si vede anche dalle patologie: l’Italia è il paese d’Europa nel quale è più diffuso, benché sommerso e nascosto, il fenomeno simile a quello dei giapponesi Hikikomori, i ragazzi che passano anni nella loro camera, collegati ad Internet, e persi negli altri strumenti di comunicazione elettronica, senza né studiare né lavorare. Infatti sono notevoli le somiglianze tra Italia e Giappone per il valore attribuito alla famiglia, e per i fortissimi legami presenti al suo interno. Tuttavia robusti legami famigliari e di clan, se non corretti dall’imperativo (soprattutto anglosassone) del «realizzare se stessi per il bene di tutti» («per il Re e per la Patria, King and Country»), portano, nella società postindustriale, all’indebolimento proprio dei più giovani. I quali, invece di venire favoriti, rischiano di essere completamente rovinati da questo atteggiamento maternamente protettivo.

Negli altri paesi europei, dalla Svizzera e Germania in su, il diciottesimo anno d’età è un vero spartiacque, cui i ragazzi vengono preparati da prima, facendo (soprattutto in vacanza, ma non solo) altre esperienze di lavoro, che li abituino a vedere il mondo extrafamiliare e a provvedere, almeno un poco, a se stessi. Nella famiglia italiana questo continua in gran parte ad essere considerato disonorante.

È un grave errore: qualsiasi sia il livello di benessere economico della famiglia, è fondamentale che i ragazzi capiscano che dovranno provvedere a se stessi, altrimenti non impareranno mai farlo. Tanto è vero che nelle grandi famiglie industriali, Agnelli compresi, venivano mandati in reparto (magari con falso nome), per vedere che aria tirava.

La «generosità» della famiglia italiana ha poi un evidente lato di invadenza e di potere sulla vita dei figli. Ormai molti studi, recentissimi, dimostrano che le indicazioni famigliari sono determinanti sia nello spingere i ragazzi a studi universitari, sia alle facoltà umanistiche: scelte-pilastro della difficoltà giovanile ad entrare nel lavoro.

In Italia sono le mamme a iscrivere i figli, a cercare di tenere i contatti con l’Università al posto loro. Non funziona. Se li volete sempre bambini, resteranno disoccupati.