Intervista a Eugenia Roccella di Lucia Bigozzi
Tratto da L’Occidentale il 22 febbraio 2010

C’è un rischio sul piano politico che Bersani non coglie. E c’è un rischio, ben più grave, sul piano antropologico che i cattolici democrat non considerano. In entrambi i casi la variabile costante si chiama Emma Bonino. La candidatura alla presidenza del Lazio racchiude in sé i due elementi (e le relative conseguenze) sui quali il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella argomenta un’analisi senza sconti.

Sottosegretario Roccella, lei parla di rischi. Perché?
Sul piano politico la scelta di Bersani significa premere l’acceleratore nella costruzione di una cultura politica dove l’impronta radicale può diventare predominante. Sul piano antropologico, il rischio è quello di rendere prevalenti le tematiche radicali, assolutamente incompatibili con la cultura cattolica.

Con quali effetti sulle competenze più strettamente attinenti il governo della regione?
Sappiamo benissimo che nei Comuni dove è stato istituito il registro per i testamenti biologici o ad esempio sulla questione della Ru 486 la leadership è sempre stata radicale e il Pd è sempre andato a ruota. In una regione strategica per importanza come il Lazio avere un personaggio come la Bonino sarebbe trainante per questi temi e, soprattutto, avrebbe un ruolo fortissimo anche di orientamento nei confronti del Pd. Non capisco perché i cattolici che stanno in quel partito non se ne rendano conto.

Perché dovrebbero farlo?
Bersani ha detto che Emma interpreta un programma unitario e Marini sostiene che essendo una candidatura per le amministrative la sfera di azione è quella locale e non nazionale. Ma il punto non è questo.

E qual è?
E’ la leadership che i radicali si giocheranno in una regione-chiave come il Lazio. Emma non è solo un esponente di primo piano. Insieme a Marco Pannella rappresenta un pezzo di storia radicale e dunque ha su di sé una fortissima caratterizzazione. Ora, dare questa occasione politica ai radicali all’interno del Pd vuol dire far crescere quell’opzione che finora nel partito di Bersani è stata interpretata in parte da Ignazio Marino. Da questo punto di vista, trovo che l’analisi del filosofo Del Noce oggi sia quanto di più reale ci possa essere. Del Noce, infatti, segnalava che la cultura comunista avrebbe prodotto un radicalismo di massa.

Quindi, secondo lei sono in gioco anche le questioni identitarie?
Il Pd non ha ma raggiunto un profilo riformista che gli fornisse un appiglio identitario e di fronte ad un vuoto culturale certi temi hanno un appeal maggiore sull’opinione pubblica. Offrire un’occasione di questo genere alla Bonino vuol dire premere l’acceleratore, oltretutto sapendo che ad esempio sull’articolo 18 (statuto dei lavoratori) Emma ha una vocazione profondamente diversa da quella che ha caratterizzato gran parte del Pd e in particolare la componente cattolica che, invece, è vocata al sociale nel solco dei principi della dottrina sociale della Chiesa. In sostanza, si imprimerebbe un’accelerazione soprattutto alla costruzione di una cultura politica che passa non solo dal progetto politico e dalla volontà del leader, ma anche da altri mille canali.

Cosa succederebbe, ad esempio, sulla sanità?
La sanità è quasi totalmente nelle mani delle regioni, il ministero ha sempre meno poteri. Anche qui ai cattolici vorrei sottolineare che non si tratta solo di temi eticamente sensibili che pure sono fondamentali perché una candidatura come quella della Bonino tocca da vicino anche la sfera dell’antropologia cristiana, peraltro profondamente condivisa da gran parte del mondo laico in quanto patrimonio culturale che appartiene alla storia dell’umanità: pensiamo alle relazioni familiari, alla difesa della vita, al sociale. E’ su questo che il cardinal Ruini ha calibrato il suo impegno, ovvero sulla questione antropologica di un’alleanza con i laici non credenti in nome della ragione, in nome di un giudizio critico e laico, non di un’adesione fideistica. Ciò di cui i cattolici democratici non sembrano prendere coscienza è il fatto che, come scrive il Papa nell’enciclica “Caritas in Veritate”, la questione sociale è profondamente antropologica. Ciò significa avere uno sguardo all’orizzonte, cosa che spesso la politica non ha, e capire che i problemi che stiamo affrontando sono quelli che mettono in discussione non solo l’antropologia ma anche la solidarietà sociale, il concetto di fratellanza, di equità.

Faccia un esempio.
Penso alla questione delle biobanche private. Certo, esiste una norma nazionale ma è vero anche che le regioni possono giocare un ruolo importante di orientamento. In questo ambito, ad esempio, il rischio è che si determini una certa tendenza a considerare parti del corpo umano come bene commerciabile. Penso poi alle frontiere che riguardano i nuovi farmaci i quali porranno problemi nell’uguaglianza dell’accesso alle cure per il diritto alla salute. Per non parlare poi della famiglia. Quale tipo di famiglia si decide di sostenere? E cosa si intende per famiglia? E a quale concetto di famiglia ci si rapporta quando c’è da applicare un’agevolazione fiscale? Ecco che torna la questione antropologica. Così come quando si tratta di scegliere se favorire o no e quanto favorire le cure domiciliari, quanto e come aiutare le famiglie nel farsi carico dei malati. Tutte queste non sono scelte economiche ma antropologiche.

E sulla famiglia?
Penso ai registri comunali sulle coppie di fatto, la Regione può favorirli oppure no. Ma  il punto fondamentale è quale idea si ha della famiglia, se è quella indicata nella Costituzione di una “società naturale fondata sul matrimonio” oppure no. Penso a quali politiche per le giovani coppie si intenda adottare o come si ritiene di considerare il ruolo dei consultori o ancora come ci si pone nei confronti dell’aborto. Sono tutte questioni che rientrano nelle competenze dei governi regionali e hanno un impatto diretto nella vita quotidiana delle persone. E una leadership radicale avrebbe certamente effetti importanti.

Come giudica il duro monito dell’Avvenire. Il quotidiano della Cei sottolinea che esiste un’incompatibilità totale tra la Bonino e i cattolici.
E’ la verità e per dimostrare il contrario Emma dovrebbe smentire la propria storia. Il direttore dell’Avvenire Tarquinio ha detto una cosa molto giusta quando ha sottolineato che Emma non può essere interprete di un programma perché Emma stessa è un programma; nel senso che porta con sé una storia molto caratterizzata. Un conto è un’alleanza, ma andarle dietro come ha fatto il Pd nel Lazio e lasciarle un ruolo così decisivo è una scelta precisa della quale i cattolici non possono non tenere conto. Soprattutto quelli che hanno scelto di stare col partito di Bersani.