In un clima generale che lo critica perché la Costitutizione, appena varata, metterebbe limiti all’aborto e all’omosessualità, il governo ungherese ha approvato una legge a difesa della famiglia tradizionale.

Questa nuova provvisione afferma che la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna il cui fine è la procreazione, è una «comunità autonoma […] che precede qualsiasi legge e che esiste prima dello Stato», aggiungendo che lo Stato deve dunque rispettarla per ragioni di sopravvivenza nazionale. La nuova legge dice pure che «la vita embrionale e fetale ha diritto alla protezione e al rispetto sin dal momento del concepimento», e che quindi lo Stata dovrà incoraggiare la nascita di «ambienti accoglienti» per la cura della prole. La legge obbliga peraltro i media a rispettare il matrimonio e la genitorialità, affidando ai genitori, piuttosto che allo Stato, la responsabilità primaria della protezione dei diritti dei bambini. A questo scopo, indica così le responsabilità che attengono anche ai minori, fra le quali vi è il rispetto e la cura dovuti ai genitori anziani.

Il proposito delle legge è infatti quello di «creare un ambiente normativo certo e sicuro per la protezione della famiglia e per la promozione del suo benessere, dando corso a quanto stabilise la legge fondamentale del Paese», vale a dire la nuova Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 2012 dopo essere stata approvata dal parlamento [nella foto] nell’aprile del 2011 con una maggioranza di 262 voti contro 44.

La nuova legge fondamentale del Paese ha del resto annullato la Costituzione dell’era comunista, fondando la propria democraticità su due momenti chiave della vita del Paese: la rivolta contro i sovietici del 1956 e la fine dell’Unione Sovieitca nel 1990. Come tale, l’Ungheria è stato l’ultimo Paese dell’Europa Centrale ad avere varato una costituzione postcomunista.

Tale nuova Costituzione prevede la protezione della vita umana sin dal concepimento e bandisce la tortura, il traffico nonché la clonazione di essere umani, riconoscendo invece il matrimonio come l’«unione coniugale di un uomo e di una donna».

Di fronte a ciò, l’organizzazione Amnesty International ha affermato che l’articolo in difesa della vita umana sin dal concepimento potrebbe «minare i diritti delle donne e delle ragazze» che sono invece «garantiti in diversi trattati firmati e ratificati dalla repubblica di Ungheria, quali per esempio la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICESCER) e la Convenzione sui diritti del fanciullo (CRC)». Amnesty International ha inoltre sostenuto che l’articolo che del matrimonio dà quella definizione «può preparare la strada all’introduzione di un divieto esplicito dei matrimonio tra persone delle stesso sesso, contravvenendo quanto stabilito dagli standard antidiscriminatori internazionali ed europei […] sanciti dall’art. 23 dell’ICCPR», il Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Analaogamente, l’organizzazione Human Rights Watch (HRW) ha invocato i trattati sui diritti umani delle Nazioni Unite indirizzando al presidente ungherese una lettera di pressione affinché «la Costituzione venga emendata onde garantire il rispetto dei diritti riproduttivi delle donne». Questo Golia dei diritti umani ha espresso infatti preoccupazione per il fatto che – dice – la clausola che non discimina le persone in ragione di «razza, colore della pelle, sesso, disabilità, lingua, religione, opinioni politiche o di altra natura, origini nazionali o sociali, censo, nascita e qualsai altra condizione immaginabile» esclude riferimenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere, i quali – ribadisce HRW – sono invece garantiti dall’ICCPR.

Diversi esperti, però, di diritto internazionale hanno rimandato al mittente le pretetese avanzate dalle organizzazioni per i diritti umani spiegando che l’Ungheria ha invece tutto il diritto di varare una nuova Costituzione senza che alcuno interferisca. Quegli esperti sottolineano infatti che nessun trattato delle Nazioni Unite neppure menziona l’aborto, l’orientamento sessuale o l’identità di genere, e aggiungono che mai l’Assemblea generale dell’ONU ha accettato tali ridefinizioni.

L’esperto di diritti europeo Roger Kiska inquadra per esempio le nuove leggi ungheresi giudicandole parte di un orientamento che tra gli Stati europei è oggi in costante crescita e che s’indirizza a respingere le suddette interpretazoni dei trattati dell’ONU, e quindi a proteggere la vita umana e la famiglia. Dal canto proprio, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria, Mark Palmer, ha avuto occasione di osservare che l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione Europea è cosa «oggi non più impensabile», ma l’analista politico ungherese Julia Lakatos ha ridimensionato i termini dello scontro dicendo al quotidiano statunitense The Christian Science Monitor: «Gran parte delle critiche che ci vengono dall’estero sono semplicemente esagerate».

Traduzione di Marco Respinti dell’articolo Hungary Defies Critics With New Family Law, pubblicato in Friday Fax, la newsletter di C-Fam, il Catholic Family & Human Rights Institute fondato e diretto a Washington da Austin Ruse, di cui Susan Yoshihara è vicepresidente ricercatore.

di Susan Yoshihara
da La Bussola Quotidiana