di Riccardo Ascioli da Svipop

Non è il cibo a mancare, ha detto il Papa lunedì 16 novembre al Vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, ma quell’insieme di istituzioni economiche che ne rendono possibile l’accesso. “Il riferimento è principalmente alle istituzioni economiche interne ai singoli Paesi, perché le strutture di relazione sociale ed economica sono il primo ostacolo all’accesso al cibo”, afferma Simona Beretta, docente di Politiche Economiche Internazionali all’Università Cattolica di Milano e direttore del Master in Cooperazione Internazionale e Sviluppo all’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri).

Professoressa Beretta, può fare qualche esempio di strutture che bloccano l’accesso al cibo?
Basti pensare al sistema delle caste in India, che presuppone che non ci siano contatti tra i membri di caste diverse. Se la povertà si concentra in una casta diventa impossibile un rapporto tra chi ha e chi non ha, con il perpetuarsi di una situazione di povertà anche in presenza di disponibilità di cibo. La stessa cosa accade laddove la divisione è in base al sesso, con le bambine che muoiono di fame in percentuale molto più alta rispetto ai maschi. Poi ci sono tanti altri fattori, come ad esempio la capacità di conservare il cibo: se in un villaggio non c’è lo spazio per un magazzino o mancano mezzi di trasporto, per poter accedere al cibo non basta neanche avere un reddito potenzialmente adeguato. Non dobbiamo dimenticare che la sicurezza alimentare non è solo la disponibilità di alimenti, ma l’insieme di molteplici fattori che rendono possibile un accesso al cibo, in modo regolare, adeguato e continuativo.

Allora le istituzioni internazionali sono “assolte”?
Niente affatto, ci sono responsabilità importanti dei Paesi ricchi e delle organizzazioni internazionali, e lo spiega il Papa quando parla di cooperazione basata sulla sussidiarietà.

Cosa vuol dire concretamente?
Che la cooperazione deve essere un rapporto alla pari, che punti alla valorizzazione e allo sviluppo integrale dei popoli poveri, a cominciare proprio dalla sicurezza alimentare. Tanto per capirci: un conto è un tecnico europeo che arriva in un villaggio africano, studia la situazione e poi se ne va dopo aver formulato un progetto che non si sa bene chi dovrà realizzarlo; e un altro conto sono tecnici europei che arrivano nello stesso villaggio realizzando una presenza in cui portano le loro competenze ma entrando in dialogo con gli agricoltori locali, imparando anche da loro quali terreni sono migliori, quali i periodi delle piogge, e così via: insomma un rapporto in cui si fonde il meglio delle conoscenze di entrambi i soggetti.

Quindi lo sviluppo dell’agricoltura ha un ruolo centrale.
Sì, ma purtroppo l’agricoltura è sempre più dimenticata dalla cooperazione internazionale. Già in passato, gli aiuti elementari di emergenza assorbivano maggiori risorse rispetto ai progetti agricoli. Negli ultimi venti anni poi, mentre sono diminuiti gli aiuti alimentari, la parola agricoltura è addirittura sparita dagli aiuti allo sviluppo. Le risorse vengono dirottate in modo sempre più massiccio su progetti sociali, a partire da istruzione e sanità. Ma oggi le parole magiche per ottenere finanziamenti allo sviluppo sono identità di genere e ambiente.

A proposito di cooperazione internazionale, il Papa parla della necessità di nuovi parametri, prima etici, poi giuridici ed economici. Quali sono?
Il parametro etico fondamentale è riconoscere l’unità della famiglia umana. Si ha pari dignità perché ognuno ha immensa dignità. È la riproposizione della «legge naturale» che infatti il Papa cita espressamente. Come conseguenze, dal punto di vista giuridico c’è senz’altro l’acquisizione del diritto allo sviluppo, del diritto al cibo e all’acqua come parte dei diritti fondamentali della persona. Dal punto di vista economico c’è senz’altro la condanna dell’assistenzialismo, nemico numero uno dello sviluppo, e invece la promozione di una politica in cui i fondi per lo sviluppo siano destinati a progetti in cui a cooperare siano i soggetti reali. Con la sottolineatura che ogni Paese deve avere il suo spazio di decisione politica ed economica.