di Gian Micalessin
Tratto da Il Giornale del 29 novembre 2009

La profezia più importante, quella sulla propria condanna a morte l’ha cannata in pieno, ma non per questo merita d’offrir il collo alla scimitarra del boia.

Gran brutta storia quella del mago Alì Sibat. Fino a poco più di un anno fa il veggente 46enne era la superstar dei negromanti televisivi libanesi. Uno capace, quando lo mandavano in onda su Sheherazade Tv, di far intasare i centralini e far schizzare dati d’ascolto. Era – a detta di tutti – il mago Otelma di Beirut e dintorni, capace di convincere, persuadere e ammaliare centinaia migliaia di telespettatori a puntata. Purtroppo lo scorso 9 novembre non ha convinto gli zelanti giudici sauditi decisi a mandarlo a morte per stregoneria.

La storia del disgraziato e sfortunato fattucchiere libanese fa purtroppo il paio con quelle di molti altri sventurati vittime degli spietati precetti del fondamentalismo wahabita. Precetti che prevedono la morte per chiunque professi il politeismo o il paganesimo. Precetti che impongono la continua mobilitazione delle speciali unità della polizia religiosa saudita perennemente a caccia di sospetti indovini, amanti del sovrannaturale e adepti della magia nera. Da lì a finir inginocchiati davanti a un boia ci vuole poco vista anche la facilità con cui i giudici delle corti religiose somministrano la pena capitale per decapitazione. Questo mese è successo ad Alì Sibat, prima di lui è toccato a decine d’altri sventurati vittime di questa tragica e assurda caccia alle streghe. E non tutti se la cavano.

Il 2 novembre 2007 è ruzzolata nel cesto la testa di Mustaf Ibrahim, un farmacista spedito a morte per aver tentato un esorcismo capace, riferivano le denunce anonime su cui si è basata la sentenza della corte, di spingere al divorzio una coppia. Prima di Alì Sibat rischia di salire al patibolo Fawza Falih, la donna saudita rinchiusa da tre anni in un braccio della morte dopo esser stata ritenuta colpevole nel 2006 di “stregoneria, contatti con esseri soprannaturali e sacrifici animali”. L’elemento più sorprendente della storia di Alì Sibat è però l’ingenuità di un mago televisivo cacciatosi da solo in un impiccio religioso giudiziario dagli esiti potenzialmente fatali.

Il dramma inizia nel marzo del 2008 quando il non troppo preveggente Alì decide di sospendere momentaneamente le sue divinazioni televisive per dedicarsi a un pellegrinaggio religioso alla Mecca e nelle altre città sante in terra saudita. Galeotta è l’idea perché a maggio del 2008 – mentre visita i luoghi santi di Medina – si ritrova circondato dai barbuti poliziotti delle unità per la prevenzione del vizio e sbattuto in galera. Da quel momento la sua vita si trasforma in un incubo. Arrestato, probabilmente su segnalazione di qualcuno che conosce le sue attività, Alì si ritrova spiazzato e senza grandi spazi di difesa. Il suo programma viene visto e seguito, nonostante i divieti dei religiosi, anche in molte case saudite e in quel programma il veggente ha sempre ribadito ed esaltato le proprie capacità soprannaturali. Davanti ai giudici quelle esibizioni diventano  colpevoli ammissioni e finiscono con il costargli la pena capitale.

Per salvarlo Human Right Watch e altre organizzazioni internazionali puntano il dito sulla scandalosa caccia alle streghe in corso nel regno saudita e lanciano appelli in cui chiedono la commutazione della pena. La campagna punta a smuovere re Abdallah, il sovrano impegnato da qualche anno a offrire un’immagine meno integralista del proprio regno. La mossa potrebbe non bastare a salvare la testa del povero Alì Sibat. Il sovrano già impegnato in un braccio di ferro con le autorità wahabite deve muoversi con cautela per non sollevare le reazioni dei settori più radicali del regno. E il boia intanto affila la scimitarra.