“Ispirandosi al commento di sant’Agostino al libro della Genesi, Pietro Lombardo si domanda il motivo per cui la creazione della donna avvenne dalla costola di Adamo e non dalla sua testa o dai suoi piedi. E spiega: “Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna” (Sentenze 3, 18, 3)”. (Benedetto XVI, Udienza del 30 dic. 2009)

Quando i padri riuniti nel quarto concilio Lateranense (1215) definirono il matrimonio come contratto tra pari, segnando una svolta epocale nel rapporto tra i sessi, avevano ben presente quel che aveva scritto pochi anni prima il teologo Pietro Lombardo circa la creazione della donna dalla costola di Adamo, e non magari dalla testa o dai piedi: “Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna”. Il passo è stato ricordato ieri da Benedetto XVI nella sua catechesi dedicata all’autore delle “Sentenze”, manuale di formazione teologica dell’intero medioevo. “Sono riflessioni profonde e valide ancora oggi”, ha detto il Papa, e si potrebbe aggiungere sconcertanti per chi si ostina a vedere il medioevo come la fortezza inespugnabile del potere maschile e clericale. D’altronde, è una lettura popolare – la donna estratta dall’uomo e quindi inferiore e dipendente – che pregiudica lo stesso testo biblico. In realtà, i racconti di creazione sono due: uno più sobrio e lineare (“Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”, Genesi 1,27) che in genere nessuno ricorda; l’altro, quello commentato da Pietro Lombardo e ripreso da Benedetto XVI, più colorato, che chiunque ricorda bene (Genesi 2,18-25). Sintomo di incertezza o confusione? “Tutt’altro, la Scrittura non sacrifica dei pezzi di se stessa in nome dell’univocità. Per fare una teologia della creazione non c’è un solo spartito”, osserva Marinella Perroni, esegeta del Pontificio Istituto Sant’Anselmo di Roma. “Certo, Genesi 2 ha dominato l’ermeneutica patriarcale per non dire sessista del giudaismo, da cui Paolo e la tradizione cristiana non si discostano. Ma bisogna distinguere tra la storia dell’interpretazione del testo e quello che il testo vuole effettivamente dire. Che è questo: c’è un passaggio dall’umano, ancora indifferenziato, una specie tra le tante, agli umani differenziati, sessuati. Questo intende il passo di Genesi che racconta la creazione della donna: la sopravvivenza della specie è garantita solo dalla differenziazione sessuale. Quando si legge che l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile si vuol dire proprio questo: la donna è la sola con cui l’uomo può unirsi per generare una nuova carne”. Una lettura molto terrena, quasi brutale. “E’ vero – risponde Perroni – ma la procreazione della specie non va intesa tanto in senso biologico, quanto teologico. Non si deve dimenticare che il Pentateuco (o Torah, i primi cinque libri della Bibbia composti dopo l’esilio degli ebrei a Babilonia) va letto alla luce dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele. Il fatto che in Genesi ci siano due racconti di creazione, al di là della questione documentaria molto complessa e non ancora risolta, dimostra che la stessa verità di fede si può dire in molti modi”. Insomma, conclude Perroni, “la sessualità è finalizzata alla sussistenza della specie e la specie umana è diversa da tutte le altre, l’unica con cui Dio si intrattiene nel giardino”. A suo rischio e pericolo, come si scopre continuando a leggere la Genesi.

Marco Burini da Il Foglio 31 dic. 2009