Tra gli storici tedeschi contemporanei Götz Aly è tra i più ispirati e originali. I suoi lavori (dedicati principalmente all’epoca nazionalsocialista) sono costruiti su domande precise, spesso nuove, la sua è una lingua persuasiva, le sue posizioni chiare, e di tanto in tanto non mancano polemica e provocazione, in particolare nei confronti degli storici dell’accademia.

Anche il suo ultimo libro (Gli oppressi. “Eutanasia” 1933-1945, una storia della società, edito da S. Fischer), dedicato all’eutanasia cui furono costrette circa 200.000 persone dalla vita ritenuta “indegna” durante il dodicennio nazista, nonostante qualche limite, non delude le attese. Il volume raccoglie saggi brevi pubblicati nel tempo in varie circostanze e qui riformulati e integrati.

Aly iniziò infatti a dedicarsi al tema più di trent’anni fa e a condurvelo fu la figlia Karline, colpita poco dopo la nascita da streptococco. Ne seguirono danni permanenti ed è a lei che lo storico tedesco ha voluto dedicare questo libro. Ma a Karline sono legati anche alcuni episodi bizzarri che Aly ha voluto raccontare nel libro, tanto per far capire quale fosse l’atmosfera nella Germania occidentale degli anni Ottanta.

A diagnosticare sua figlia, nata nel 1979, fu infatti il pediatra Gottfried Bonell, che ora Aly cita nella ricerca, in quanto primario della clinica universitaria pediatrica di Heidelberg negli anni dell’“eutanasia dei bambini”: «La visitò dimostrando una grande cordialità», ammette lo storico pensando a Karline, «e si dimostrò deciso propugnatore di un elevato contributo economico per garantire l’assistenza a chi non sia autosufficiente». Del resto Aly ricorda un paio di casi di eutanasia che riguardarono la sua famiglia e che solo di recente gli sono stati svelati.

Il primo, importante pregio di questo lavoro è evidente nel primo capitolo (“Eutanasia, l’idea di un mondo secolarizzato”), dove lo storico ricorda come il tema della morte provocata sia stato oggetto di dibattito nel contesto medico tedesco molto prima che i nazisti arrivassero al potere. «Il medico può uccidere?», si chiedevano i neurologi della Sassonia nel 1922.

Poco prima era apparso infatti un manifesto opera di Alfred Hoche, psichiatra, e Karl Binding, penalista, eruditi molto stimati, dal titolo: Il permesso di annientare una vita indegna: in che misura e in che forma. E dall’analisi del dibattito degli anni Venti Aly arriva ad una conclusione che rimanda anche ai nostri tempi: «A promuovere l’eutanasia, la morte “più umana”o la soluzione “dolce” furono in quegli anni personalità politicamente attive anche contro la pena di morte, a favore dell’aborto, per la difesa dei diritti delle donne, per il divorzio, insomma si trattava di persone che si battevano per una società con forme di vita più libere». «Quegli stessi – aggiunge Aly – si trovarono spesso a proporre la sterilizzazione degli uomini con handicap». Insomma, ciò che in seguito avrebbero realizzato con sistematicità i nazisti era in nuce negli ambienti intellettuali più libertari della società weimeriana.

Al centro del libro sono le vittime, e infatti non mancano loro testimonianze e testi commoventi scritti da loro familiari. A questo proposito Aly suggerisce la creazione di un registro con tutti i nomi di coloro che persero la vita a causa del piano eugenetico nazista. Le storie sono quelle di famiglie messe sotto pressione dalla propaganda del regime, impaurite; famiglie che si vergognavano dei loro membri ammalati, fino a sperare di potersene liberare. Ma anche famiglie fatte di persone coraggiose che non si lasciarono condurre sui quei piani criminali e che non abbandonarono i loro cari, tanto da lottare energicamente, e nella maggior parte dei casi con successo, per la loro sopravvivenza.

Quando i parenti si mantenevano in contatto con i ricoverati, argomenta Aly, le possibilità che quelli restassero in vita aumentavano. Le proteste contro l’internamento avevano spesso conseguenze positive. Troppo spesso, lamenta lo storico, la famiglia si rassegnava all’interruzione del rapporto con il proprio caro, e questo significava praticamente la sua condanna a morte.

Vito Punzi da  www.avvenire.it