… Avete mai sentito parlare della “Chiesa dell’eutanasia”, e del “Movimento per l’estinzione volontaria dell’umanità”? Oppure dell’associazione radicale “Rientro dolce”, che predica la riduzione dell’umanità da sei a due miliardi, evidentemente con “dolci” aborti, e dolci morti (eu-tanasie) in serie?

Non sono anche oggi i moderni eutanasisti di Micromega, con cui Beppino Englaro si è alleato, sostenitori del “riconoscimento dell’autodeterminazione di ciascuno nella forma più radicale, fino al suicidio assistito” (Micromega, n.1, 2007)?

Per costoro al centro di tutto vi è il principio dell’autodeterminazione: per Mori, Veronesi, Pannella, D’Arcais e compagnia, l’idea fondamentale, di origine gnostica, è che il corpo è mio, e me lo gestico io, come proprietario, come colui che ha diritto di porre fine alla “vita non buona”, “indegna di essere vissuta”.

Osserviamo bene i fatti storici: i sostenitori dell’autodeterminazione catara, nel medioevo, arrivavano a decidere anche la morte dei propri figli, tramite aborto ed infanticidio, dimostrando così con ciò stesso che arrogarsi la proprietà della propria vita è un gesto di violenza che innegabilmente ricade sugli altri.

Chi dice che la sua vita è solo sua, da una parte offende “l”amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi” (Catechismo della Chiesa cattolica), dall’altra inevitabilmente finisce per violare anche le vite di cui è procreatore. Come i catari medievali, così quelli odierni. P

rendiamo uno dei “catari” contemporanei più famosi ed autorevoli: Peter Singer, animalista, consulente di Zapatero, considerato da molti anche in Italia il miglior bioeticista laico al mondo. Singer giustifica il suicidio eutanasico, ma poi si allarga a considerare l’eutanasia per motivi economici, o per necessità trapiantistiche (casi in cui l’autodeterminazione non centra nulla); difende l’autodeterminazione del soggetto, ma poi è favorevole all’aborto, sino a qualsiasi data, e all’infanticidio dei bambini malati (anche qui il principio dell’autodeterminazione svela la sua inconsistenza). I suoi epigoni italiani fanno lo stesso. Gli eutanasisti, dicevo, sono i nuovi catari, e come loro e come allora, guardano all’oriente.

Leggendo il bellissimo libro del sociologo americano Rodney Stark, “La scoperta di Dio” (Lindau), notavo che nel mondo induista e buddista la negazione del concetto di creazione come “cosa buona” ha portato all’inazione, al fatalismo, al disprezzo per la vita, ad esempio dei feti e degli infanti, specie femmine, e al ricorso massiccio al suicidio, inteso come liberazione dal corpo, dal ciclo di nascita, morte e rinascita. Non mancano infatti le storie di santoni induisti che “digiunavano intenzionalmente sino a morire”, che “ponevano termine alla loro vita per inedia”. “Per quanto riguarda il digiuno- scrive ancora Stark parlando dei monaci giainisti- l’ideale sarebbe che, divenuti anziani, digiunassero fino alla morte, pratica che viene definita la morte del saggio“. C’è dunque, in molta mentalità orientale, conclude Stark, una equiparazione tra salvezza, libertà, e suicidio. Con evidenti effetti nefasti sul piano sociale.

Dove sta allora la grande differenza, di umanità, tra le eresie medievali, il nichilismo orientale, e il cristianesimo che ci ha dato il concetto di libertà, di diritti umani, la scienza, l’instituzione ospedaliera ecc.ecc.? Facciamo un esempio concreto. Nell’Olanda secolarizzata, patria dell’autodeterminazione come legge sacralizzata, sono legali il partito pedofilo, le droghe leggere, l’aborto, il divorzio flash, almeno sino a poco tempo fa, i matrimoni omosessuali e l’eutanasia o suicidio assistito.

Riguardo a quest’ultimo, l’Olanda è stato il primo paese a legalizzarlo, determinando, immediatamente, quel fenomeno che va sotto il nome di “china scivolosa” o “pendio inclinato”, già presente all’epoca dell’eutanasia nazista, iniziata con i casi estremi, “pietosi”, e via via allargatasi a malattie non gravi. Infatti solo qualche giorno dopo la legalizzazione dell’eutanasia, il ministro della sanità Els Borst ha proposto di “consentire il suicidio di anziani che non hanno più voglia di vivere, pur non essendo malati terminali“. E’ giusto, ha affermato il ministro, che “persone molto anziane le quali ne abbiano abbastanza della vita” siano aiutate dallo stato con delle pillole liberanti (Repubblica, 14/4/2001).

A ruota sono nati un manuale per il suicidio, compilato con “l’aiuto di scienziati e psichiatri”, “il primo del genere mai pubblicato”, volto a incentivare una pratica già piuttosto diffusa: se in Italia i suicidi sono circa 3000 all’anno, in Olanda sono 4500 circa, con una popolazione quattro volte inferiore!

Molti suicidi continua l’agenzia dell’Aduc del 24/3/2008, sono compiuti con l’aiuto di familiari e amici, e la pratica più comune è quella di rifiutare il cibo e l’acqua, oppure con una overdose di medicinali“. A questo numero già alto di suicidi olandesi, si aggiungano ora i casi di eutanasia: dal 2002 al 2004, secondo Micromega, si parla di 7.637 casi. Ma il numero è destinato a crescere.

Non si dimentichi infatti, accanto alla china scivolosa, il cosiddetto “effetto Werther“, cioè il fatto che i suicidi tendono a moltiplicarsi per emulazione, imitazione, come all’epoca in cui il famoso romanzo di Goethe, “I dolori del giovane Werther”, determinò un’epidemia di suicidi tale da indurre alcuni governi a vietare la diffusione del libro.

Ebbene, quando una cultura finisce per accettare e legalizzare il suicidio assistito, anche le barriere religiose, culturali e morali, di fronte a questo gesto estremo, cadono, ed è inevitabile che l’eutanasia legale di qualcuno, influenzi e determini altre eutanasie, a catena. Si faranno uccidere malati in preda allo sconforto (è questa l’autodeterminazione?), ma anche malati che in una cultura eutanasica finiscono per sentirsi un peso, in una società che finisce gradualmente per concepirli come tali. Quale sarà la libertà, l’autodeterminazione di costoro? Quale è, in generale, la libertà, l’autodeterminazione, di chi si suicida?

Un esempio riportato da un personaggio non sospettabile come Umberto Veronesi, ci dice dove possa portare l’idea di una società che invece di farsi carico del dolore dei suoi membri, si fa carico di eliminarli. Scrive Veronesi: “Mi ha raccontato un amico, un medico in un paese in cui la legge consente il suicidio assistito: ‘Ho accompagnato un mio paziente, che voleva essere aiutato a morire. L’inviato dell’organizzazione ha preparato la pozione letale, il paziente ne ha bevuta la metà e poi ha avuto un ripensamento. L’incaricato gli ha detto: ‘Guardi che così rischia di avere delle sofferenze indicibili. Beva tutto perché io sono venuto qui perché lei finisca di bere!’Il paziente ha obbedito ed è morto” (Umberto Veronesi, Il diritto di morire, Mondadori).

Quale la libertà del suicidio? Quanto più probabile, in una società eutanasizzata, più dell’accanimento terapeutico, l’abbandono terapeutico e l’eutanasia “imposta”, come nel caso citato? Ma non è tutto: se torniamo all’Olanda vediamo che il fenomeno della china scivolosa ha dimostrato la sua realtà con l’introduzione dell’eutanasia sui bambini, evidente dimostrazione, anche qui, di come l’autodeterminazione costituisca un alibi per introdurre una cultura di morte. Nessuno infatti potrà sostenere che l’infanticidio praticato in Olanda su decisione di mendici e genitori è un caso di autodeterminazione!

Ebbene in Olanda, secondo il protocollo di Groningen, bambini con la spina bifida vengono tranquillamente uccisi. Repubblica del 2/9/2004 esordisce così, in un articolo intitolato “Così aiutiamo i bimbi a morire”: “Sorridono, sorridono tutti, nella clinica della dolce morte bambina. Anche l’asino dipinto alla parete con un buffo cappellaccio in testa. Sorride anche lui, il DottorDolce morte, bello come un attore americano, alto e biondo…”.

Cosa fa l’eroe alto e biondo di Repubblica? Uccide, ma lui preferisce farisaicamente il verbo “terminare”, la vita di bambini nati con spina bifida! Li uccide, perché per lui, per la cultura eutanasica, è la vera pietas.

A differenza dell’Olanda, l’Italia è ancora, sebbene in piccola parte, un paese cattolico: benché il suicidio abbia perso gravità, persino agli occhi della Chiesa- in quella corsa al buonismo che è stato il Concilio Vaticano II-, è ancora considerato per quello che è, un dramma immenso, una sconfitta per il singolo e la società. Così anche l’eutanasia non è ben accetta agli occhi del popolo, meno che meno quella dei bambini.

Per questo, dopo il caso  Eluana non c’è stato, almeno sino ad ora, quella corsa all’eutanasia che ci si sarebbe potuti aspettare, essendoci altre 2500 persone nelle sue condizioni. Eluana non è ancora entrata nella nostra cultura, con la sua china scivolosa e il suo effetto Werther. La vita, insomma, è per gli italiani, almeno in parte, ancora sacra, un “dono” di Dio, e per molti medici non solo non siamo i padroni della vita, ma siamo responsabili della nostra e di quella dei nostri fratelli. Forse è per questo che abbiamo molti meno suicidi che in Olanda, non abbiamo né droga libera né partiti pedofili, almeno apertamente, e ci sono invece medici come Gloria Pellizzo, di cui hanno parlato recentemente tutti i giornali, che è riuscita a curare in utero alla 24esima un bambino con spina bifida!

Mentre in Olanda si uccide, in nome dell’autodeterminazione divenuta arbitrio dei medici e dei genitori sui figli (il vecchio ius vitae ac necis), la cultura della vita e della speranza cura, guarisce, crea vero progresso. (da: Scritti di un pro life, Fede & Cultura)

Francesco Agnoli

© http://www.libertaepersona.org/dblog – 28 ottobre 2009