di Vito Punzi
Tratto da La Bussola Quotidiana

Come qualsiasi altra dittatura anche il Terzo Reich s’è nutrito dell’accecamento, della menzogna e della disinformazione.

Per questo motivo la verità, cioè lo “svelamento della realtà”, come l’ha definita il filosofo tedesco Josef Pieper, è sempre anche il più grande nemico delle dittature. E fu un vero e proprio svelamento quello compiuto il 3 agosto 1941 dal vescovo di Münster, Clemens August von Galen (1878-1946), quando in una predica condannò il piano di eutanasia predisposto dai nazisti, che prevedeva l’omicidio di massa dei malati di mente. “Nell’epoca più oscura lui ha sollevato la lampada della verità ed ha mostrato il coraggio dell’opposizione al potere della tirannia”, ha detto Benedetto XVI il 5 ottobre 2005 in occasione della beatificazione di von Galen, divenuto successivamente cardinale.

Allora questo coraggio non l’ebbero tutti i vescovi. Tant’è che von Galen non riuscì a convincere la Conferenza episcopale tedesca per un comune pronunciamento a difesa della vita e del diritto naturale. Da qui la decisione di salire da solo sul pulpito, sebbene fosse ben cosciente del rischio che avrebbe corso: “Ci sono doveri di coscienza”, disse, “dai quali nessuno ci può liberare e che vanno compiuti, costi quel che costi, anche la stessa vita”. Quella predica, insieme ad altre due altrettanto accese (quelle contro la Gestapo e contro l’espropriazione dei monasteri) vennero riprodotte più volte e gli stessi Alleati le lanciarono dai loro velivoli sulle città tedesche. Grazie alla sua predica del 3 agosto i suoi connazionali vennero dunque a conoscenza dell’annientamento già in corso dei malati psichici e degli handicappati e si può supporre che da quel momento il regime sia stato costretto ad usare una maggiore discrezione, dunque che in molti possano aver visto salva la propria vita.

La legge sull’eutanasia era stata promulgata il 1° settembre 1939, il giorno stesso dell’inizio della guerra, ma il regime fece il possibile perché l’opinione pubblica ed il popolo tedesco non venissero a conoscenza della sua applicazione. Il primo a denunciarla fu il cardinale di Berlino, Adolf Bertram, con un duro scritto inviato alla cancelleria del Reich nell’agosto 1940, col quale richiamava l’attenzione sul “riconoscimento del valore insostituibile della persona umana”. Quello che però ebbe il coraggio di fare von Galen, dopo aver scoperto quale fosse la realtà della Germania nazista, fu un passo ulteriore. Gli esempi che fu in grado di citare resero la sua denunzia ancor più incisiva: “Il primo convoglio dei condannati a morte senza alcuna colpa è partito da Marienthal. E dalla casa di cura di Warstein, ho saputo, sono già stati portati via ottocento malati”.

La predica di von Galen fece accrescere enormemente la rabbia dei nazisti. Alti funzionari del partito chiesero che il vescovo venisse sottoposto ad un processo pubblico e fosse infine impiccato nella piazza del duomo della sua città. Goebbels e Hitler ritennero tuttavia che una soluzione simile, in tempo di guerra, avrebbe causato loro più danno che vantaggio; il “leone di Münster”, come già veniva chiamato tra i fedeli della sua diocesi, era diventato ormai troppo noto. La repressione si concentrò dunque sui sacerdoti (dieci di loro vennero portati in campi di concentramento) e sui laici (molti furono imprigionati per aver diffuso quella predica). Il regolamento dei conti con il clero e con von Galen, secondo gli intenti dei vertici nazisti, sarebbe dovuto avvenire dopo la “vittoria finale”.

Al di là del drammatico contesto storico nel quale esse vennero pronunciate, nelle parole di von Galen va riconosciuta anche una forte valenza profetica; “Non uccidere! Questo comandamento di Dio, l’unico Signore che abbia il diritto di decidere circa la vita e la morte, è scritto nel cuore dell’uomo fin dall’inizio dei tempi, molto prima che sul Monte Sinai Dio annunciasse ai figli di Israele con brevi frasi incise su pietra, la sua legge morale”. Rilette oggi ci si rende subito conto quanto esse abbiano a che fare con il nostro tempo, sottoposto non più ad una dittatura politico-militare, ma a quella del mainstream. “Se si ammette che qualcuno abbia il diritto di uccidere i propri simili giudicati improduttivi […]”, ha scritto ancora il ‘leone di Münster’, “allora si potrà dare liberamente la morte agli ammalati inguaribili, agli handicappati, agli invalidi del lavoro e di guerra e a tutti quelli che, invecchiando, diventano improduttivi”. La domanda radicale posta allora da von Galen risuona oggi più cha mai nella sua verità: “Abbiamo forse il diritto di vivere solo finché siamo produttivi, solo finché altri ci riconoscono come produttivi?”