di Benedetta Frigerio
Tratto da Tempi del 25 agosto 2011

Un nuovo sondaggio inglese sul suicidio assistito sta facendo scalpore.

La ricerca condotta da Luoise Bazalgette, ricercatrice dell’ Istituto demografico e segretaria della Commissione per la cosiddetta morte assistita, ha scatenato l’ennesimo dibattito in merito al fine vite. Resa nota ieri dai tabloid, la ricerca rivela che circa il 10 per cento delle persone che si suicida in Gran Bretagna sono pazienti affetti da malattie croniche o terminali. «Tutto per arrivare a dire altro», sostiene Josephine Quintavalle, intellettuale laica inglese e fondatrice del Core (Comment on Reproductive Ethics). Colpisce l’analisi delle interviste realizzate con alcuni medici, che introducono un fattore preoccupante, di cui però non sono note le cifre. I medici intervistati dicono di aver «voltato la faccia di là» in casi di suicidio assistito. Alcuni di loro hanno riferito di aver fatto come se nulla fosse accaduto, preferendo «fare finta di niente». Un altro si è giustificato così: «Non vorrei creare ulteriori problemi a chi ha commesso l’omicidio». Tutto senza conseguenze legali, né per il medico né per i responsabili, in un paese dove l’eutanasia è vietata. Se è vero che la Bazalgette sul Daily Telegraph di ieri scrive che la scoperta «costringe a ripensare a quelle persone che vivono malattie croniche e che spesso sono lasciate sole, perché gli si dia un maggior supporto medico, pratico e psicologico», il messaggio che sembra passare è che la pratica sia ormai di uso comune e per giunta non perseguibile.

Lo sottolinea anche l’editoriale del giornale di Stephen Adams, corrispondente per la sanità: «Lo scorso anno nonostante i 19 casi di suicidio assistito emersi dalle indagini dal pubblico ministero Keir Starmer, nessun provvedimento è stato preso nei confronti dei colpevoli». Se dunque esiste un problema di «mancanza d’attenzione da parte della comunità, e una grossa mancanza di responsabilità da parte del sistema sanitario nazionale», come ha commentato Bazalgette, occorre capire quale sia la conclusione dell’indagine pubblicata. Serve più assistenza ai malati e alle famiglie? O forse si vuole sottolineare, come fa l’autrice della ricerca dalle colonne del Guardian, senza citare la parte sulle mancate denunce dei casi di eutanasia, che «con malati gravi che ogni anno viaggiano verso la Svizzera per ottenere il suicidio assistito, e la crescente evidenza del legame fra suicidio e malattie croniche, la politica nazionale non può continuare a evitare il problema»? Come dire che la legge vigente è troppo restrittiva. «Questo, infatti, è proprio l’argomento usato dai promotori dell’eutanasia», spiega Josephine Quintavalle. «Si dice che non è giusto spendere soldi per andare all’estero a morire. Ora in Inghilterra c’è un uomo che ha chiesto alla Corte inglese di essere ucciso a carico dello Stato. Una coppia invece vuole che alla figlia, in stato di minima coscienza, siano tolti cibo e acqua. Non sappiamo cosa avverrà, ma se ottenessero il consenso sarebbe gravissimo». Oggi, infatti l’eutanasia è ancora vietata in Gran Bretagna. «E questo è buono. Ma se la Corte desse il via libera, non sarebbe più così. A differenza che in Italia, dove una sentenza come quella Englaro (fatta da una corte minore) non può cambiare la legge, qui l’opinione di una corte la sovverte. Nel caso suddetto depenalizzerebbe l’eutanasia».

Il fenomeno dell’eutanasia clandestina, però, si sta comunque allargando e, come sottolinea la pubblicazione, si continuano a chiudere gli occhi: «In Inghilterra il pubblico ministero ha un potere tale per cui può decidere, nonostante la legge, di denunciare ma non di perseguire un reato. Avvalendosi di attenuanti diverse di volta in volta. In questi casi si appella alla pietà, alla debolezza del malato o della famiglia. Il movimento che sostiene la legalizzazione dell’omicidio, il “Dignity in Dying”, ha molto potere, Contatti con i media e il mondo delle lobby economiche. Ha poi reclutato come suo sponsor uno degli scrittori più amati del paese, Terry Pratchett, per cui il pubblico nostrano va in visibilio. Terry ha l’Alzaimer e si è messo a dire che l’eutanasia è giusta. Ha addirittura accompagnato un uomo, rifiutato da sua moglie perché malato, in una clinica svizzera e la tv ha mandato in onda il filmato in cui veniva ucciso fra le braccia di quella stessa moglie che non lo voleva più. E’ agghiacciante, ma è quello che avviene qui». Difficile combattere una violenza tanto subdola e sentimentale. «Soprattutto perché anche dando voce a coloro che, disabili, vogliono vivere e dicono di non desiderare la morte, ma un assistenza migliore, i prochoice non si ravvedono. Li comprendono, ma poi dicono che è una questione di scelta personale».

Ma c’è una possibile soluzione al problema, allora? «Basterebbe guardare le persone che non hanno paura della morte e l’amore dei parenti che giornalmente accudiscono i malati. Ma non c’è mai spazio per queste cose». Il problema è davvero economico? «Sicuramente c’è un aspetto per cui “liberare i letti” fa comodo alla sanità. Ma un malato cronico non costa molto. La questione economica è una conseguenza di quella culturale, per cui la vita non è più ritenuta un bene in sé, ma solo a certe condizioni». Chi difende la vita dovrebbe almeno spingere affinché i pubblici ministeri applichino la legge. «Vero, ma intanto meglio che sfuggano certi casi clandestini, purché la legge resti com’è. Mettere mano alla norma sarebbe peggio. Non si abbasserebbero i casi d’eutanasia. Anzi, si moltiplicherebbero. Allo stesso modo di quanto avvenuto con la legalizzazione dell’aborto, che non solo non ha fermato quelli clandestini (che ci terremo sempre come qualsiasi reato), ma ha aumentato spaventosamente il numero dei bambini abortiti».