di Rino Fisichella
Tratto da L’Osservatore Romano del 24 luglio 2009

Sono diversi i punti da cui poter partire per immettersi nell’ultima enciclica di Benedetto XVI.

Un testo che intende affrontare la questione sociale alla luce del termine “sviluppo” che aveva avuto un posto determinante nell’insegnamento della Populorum progressio di Paolo VI del 1967. Una prima nota che balza evidente in queste pagine è il richiamo alla peculiare condizione storica che stiamo vivendo e che direttamente coinvolge la comprensione dei concetti e la loro interpretazione. A differenza degli anni Settanta in cui lo sviluppo era identificato preferibilmente come “L’obiettivo per far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall’analfabetismo” (n. 21), il termine assume oggi nelle pagine di Benedetto XVI una connotazione più ampia. Esso si pone come l’obiettivo per verificare la totalità della persona nel suo armonioso sviluppo della conoscenza di sé, delle relazioni interpersonali, sociali e del mondo che lo circonda e all’interno del quale è inserito; in una parola, “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28). Per usare un’espressione sintomatica dell’enciclica, si potrebbe dire: “Il libro della natura è uno e indivisibile” (n. 51); ciò significa, che richiede non solo di essere mantenuto integro nella sua totalità, ma soprattutto che nel momento in cui lo si sfoglia, non si saltino le pagine per non correre il rischio di non comprendere lo sviluppo logico impresso nella natura stessa. Ricorda il Papa quanto sia necessario per l’uomo sentirsi profondamente legato al libro della natura senza cadere in una sorta di schizofrenia facilmente verificabile in diverse situazioni del mondo contemporaneo.

A volte, infatti, è difficile seguire il percorso di alcuni movimenti culturali e di atti legislativi tesi a salvaguardare l’ambiente, il creato o le diverse tipologie di animali più o meno in via di estinzione. Ciò che colpisce di più è che questi, mentre da una parte difendono l’ecologia ambientale, dall’altra dimenticano la vita umana e la sua salvaguardia. Per paradossale che possa sembrare, la loro posizione contraddice le tesi che sostengono in quanto a esse sacrificano la vita dell’uomo. Per dirla con le stesse parole dell’enciclica: “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e con esso quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non lo aiutano a rispettare se stesse” (n. 51). La natura, insomma, non è al di sopra dell’uomo né questo avulso dalla sfera naturale; è determinante, pertanto, un equilibrio basilare che non esalti l’uno umiliando l’altro, cadendo in forme di neopaganesimo.

Questa dimensione, a nostro avviso, conduce al cuore dell’argomentazione della Caritas in veritate: lo sviluppo genuino e coerente che la nostra società è chiamata a perseguire è quello di un umanesimo integrale (cfr. n. 78). Solo nella misura in cui la persona conosce se stessa e si mantiene in quella sfera di tensione costante verso la verità, allora può garantire che nella società e nelle diverse forme in cui essa si articola si possa concretamente realizzare uno sviluppo coerente, non traumatico per la mancanza di regole e soprattutto fondato su principi etici che garantiscono il rispetto verso tutti e l’applicazione della giustizia come “prima via della carità” (n. 6). In questo orizzonte diventa altamente significativo l’incipit dell’enciclica dove, in due termini si sintetizza il suo intero contenuto. La famosa espressione dell’apostolo Paolo veritas in caritate trova il suo corrispondente nel titolo dato a questa terza enciclica: Caritas in veritate. Nella mente dell’apostolo l’espressione indica che l’annuncio della verità del vangelo non è solo coniugato con l’amore, ma vive in esso; l’annuncio della verità si compie nella forma dell’amore. Nel pensiero del Papa, l’espressione chiude la circolarità e afferma che l’amore e la carità vivono primariamente di verità; la verità è lo spazio in cui l’amore si realizza. Questa prospettiva, per nulla teorica come potrebbe apparire a prima vista, tende a mostrare la via per uscire dal tunnel dell’emotività generalizzata e dall’arbitrarietà. Assumere la verità come principio universale, infatti, permette alla carità di diventare essa stessa principio universale oltre il sentimentalismo o il fideismo di turno: “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità” (n. 3). Questa visione applicata alla dottrina sociale della Chiesa evidenzia da subito la vera sfida che è posta sul tappeto della nostra società nel momento in cui vuole affrontare con coerenza il tema del progresso e dello sviluppo.

Per permettere questo, Benedetto XVI si fa propositivo. Quanti in questi anni ripetono pedissequamente il ritornello diventato ormai un luogo comune che “La Chiesa dice sempre dei no”, dovranno ben rileggere le pagine di questa enciclica per verificare la progettualità, anche coraggiosa in alcuni momenti, a cui essa rinvia. Penso, in modo particolare, a come vengono trattate tematiche quali il mercato, l’impresa, la finanza che in un periodo di crisi come l’attuale sono richiamate a esprimere al meglio se stesse facendo ricorso, anzitutto al rispetto delle “esigenze intrinseche alla loro natura” (n. 45), e da qui farsi forti delle forme di “solidarietà” (n. 35), di “retta intenzione e trasparenza” (n. 65), per recuperare quel necessario senso di fiducia senza del quale il mercato, la finanza e la stessa imprenditoria non possono avere futuro. In un contesto di globalizzazione come il nostro, queste tematiche richiedono una lettura del fenomeno in termini rinnovati, capaci ad esempio di verificare in maniera più coerente le dinamiche sottese al mercato e all’impresa, la funzione sociale che svolgono e il valore di genuino apporto al progresso che possiedono nel momento in cui pongono al centro la persona. Relazionarsi al solo sistema economico, dimenticando che siamo a un crocevia alquanto affollato di situazioni complesse che richiedono l’apporto incondizionato di quanti sono coinvolti nel processo, equivarrebbe a vivere in una miopia che non porta lontano. Riportare alla centralità della persona equivale a evidenziare che oltre alle inevitabili situazioni di rischio che il mercato, l’impresa e la finanza possiedono, esiste anche – per non dire soprattutto – una serie di qualità quali l’abilità, la fantasia, l’intelligenza, la conoscenza scientifica e tecnologica che permettono di produrre reale sviluppo in quanto impegnano costantemente alla curiosità intellettuale che sa produrre nuovi e positivi “stili di vita” con al proprio fondamento una scelta etica e morale che completa il semplice prodotto economico.

Non potrà passare sotto silenzio, in questo frangente, l’impegno prettamente culturale a cui il Papa richiama. L’espressione citata nelle pagine dell’enciclica: “Il mondo soffre per la mancanza di pensiero” (n. 53), evidenzia lo sforzo che è necessario compiere per la formazione di personalità che a tutti i livelli della società siano in grado di porsi responsabilmente come classe dirigente in modo da condurre lo sviluppo verso le tappe di un vero e continuativo progresso. Lo stato di crisi culturale in cui siamo inseriti non necessariamente conduce a passive condizioni di staticità del pensiero; al contrario, è possibile vedere nella crisi una provocazione a saper discernere il momento presente per farsi carico di nuova progettualità che con realismo, fiducia nella ragione e certezza di riuscita possa pervenire a una nuova sintesi carica della ricchezza umanistica del passato e forte delle conquiste tecnologiche del presente. Da questa prospettiva nessuno può sentirsi esonerato dall’assunzione di una responsabilità per il progresso della società. Un’espressione di Benedetto XVI lo indica in maniera evidente: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune” (n. 71).

Pregio dell’enciclica è certamente il richiamo all’istanza etica. È facile verificare come in questi ultimi anni da più parti e in modi svariati si sia fatto sempre più insistente l’appello all’urgenza etica per evitare di precipitare in situazioni irrimediabili. È necessario ricordare, comunque, che l’etica non può essere assunta come la panacea di tutti i mali che la società oggi vive per la crisi generalizzata che non è solo di ordine economico, ma principalmente di carattere antropologico. Etica non è una parola magica e tanto meno può essere assunta come un mero richiamo estemporaneo in particolari momenti di crisi; etica dice molto di più. Indica la strada che l’uomo è chiamato a percorrere con fedeltà e perseveranza se vuole raggiungere realmente la felicità e vivere in un mondo dove il rispetto e la responsabilità sono patrimonio di tutti. Ci si dovrà pur chiedere come mai questi decenni hanno visto spesso l’infrangersi di molte regole con l’imporsi del cinismo e della prepotenza? Di fatto, dove non c’è etica subentra il sopruso del forte sul debole, la legge viene aggirata dal più furbo a scapito del cittadino onesto e un senso di ingiustizia e impotenza diffuso pervade il sentire comune. Come si legge nell’enciclica: “Si nota un certo abuso dell’aggettivo “etico” che, adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell’uomo” (n. 45). È necessario, pertanto, poter coniugare “etica della vita ed etica sociale” (n. 15), per fornire alla singola persona e alla società intera un fondamento solido su cui costruire il proprio futuro.

Benedetto XVI non ha timore di affrontare la questione mostrando che un’etica coerente con il suo fondamento e le finalità che si prefigge richiede che si espliciti anche in una duplice dimensione: accogliendo sia l’orizzonte dell’uomo come “immagine di Dio” sia la “inviolabile dignità della persona umana” (n. 45). Proprio questa prospettiva permette di verificare l’apporto positivo che viene dato a diverse problematiche che sono oggi particolarmente oggetto di dibattito pubblico e politico; si pensi, ad esempio, all’immigrazione, alla disoccupazione, agli investimenti internazionali per ognuna di queste tematiche l’istanza etica che pone a suo fondamento la dignità della persona mostra quanto sia impossibile trattare l’immigrato come “merce o una mera forza di lavoro” (n. 62); come non si possano procrastinare politiche per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro andando oltre la precarietà; quanto sia importante il giusto salario che è dovuto al lavoratore e la sicurezza che gli deve essere garantita sul posto di lavoro (n. 63); inoltre, mostra come sia urgente educare le persone per non cadere in forme di sottosviluppo, di sfruttamento o nella trappola violenta dell’usura (n. 65); non da ultimo, viene ricordato come determinare la natura degli investimenti anche internazionali per non dimenticare che non sono un semplice atto tecnico, ma inevitabilmente legati a un fattore umano, sociale ed etico (cfr. n. 40).

In una parola, Caritas in veritate ripropone gli elementi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa dinanzi alle nuove provocazioni del mondo contemporaneo; si presenta come una proposta valida e perseguibile anche per noi oggi. Essa avverte che la solidarietà non è sufficiente se manca il riferimento alla sussidiarietà e che questa senza l’altra mancano di qualcosa di essenziale e quindi permangono sterili nella loro azione di creare progresso: “La sussidiarietà senza solidarietà scade nel particolarismo sociale (…) la solidarietà senza sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia” (n. 58). In fondo anche questa prospettiva non è altro che un richiamo a un dato antropologico: il valore della libertà che si rende responsabile nei confronti dell’altro riconosciuto come persona perché portatore di dignità inalienabile.

“Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (n. 78). Un’espressione come questa posta a conclusione di Caritas in veritate getta molta luce sull’insegnamento che Benedetto XVI ha voluto offrire con questa enciclica. L’orizzonte spirituale della persona non è appendice aggiuntiva per la comprensione di sé e del rapporto con gli altri, ma la sua essenza. Se la persona fosse limitata alla sola sfera della relazionalità interpersonale, senza la capacità di andare oltre l’umano per affidarsi a quel senso di trascendenza che si percepisce dentro di sé, allora sarebbe distrutta la componente di mistero che permane come dimensione determinante per la coerente collocazione di sé all’interno del creato e della società. Per questo motivo non può passare inosservata la riflessione sul valore sociale della religione e sull’apporto peculiare che il cristianesimo ha dato nel passato e continua a offrire per il raggiungimento del bene comune (cfr. nn. 55-56). Ogni persona è un mistero, ma proprio la possibilità di affidarsi a un mistero più grande, quello di un Dio che si fa uomo per condividere in tutto la realtà umana, consente al cristianesimo di raggiungere l’apice dell’evento religioso. Nella costituzione pastorale Gaudium et spes ritroviamo le parole più intense riguardo a questo tema soprattutto là dove si dice che: Cristo Gesù “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, amato con cuore di uomo” (n. 22). Questa espressione permette di cogliere ancora di più l’originalità della terza enciclica di Benedetto XVI dedicata alla vita sociale. Pagine da cui emerge con forza non solo la capacità argomentativa del credente, ma soprattutto la possibilità di comunicare le ragioni della propria fede anche a quanti ci guardano con attenzione e desiderano compiere con noi un percorso fatto almeno alla luce della ragione se non ancora della  fede.