di Angela Maria Cosentino*

ROMA, martedì, 16 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La Giornata per la vita, che si è celebrata in Italia la prima domenica di febbraio, per riaffermare – dopo l’approvazione della legge sull’aborto (L.194/’78) – il fondamentale valore della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, richiama, quest’anno, nel Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente, passaggi che, nel Magistero di Benedetto XVI, si sono chiariti sempre più, quali ad esempio, il legame tra l’etica della vita e l’etica sociale.

Tale intuizione, che risale a Paolo VI, con l’Enciclica Humanae vitae, ha preso corpo e si è arricchita di ulteriori riflessioni con l’Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II e con l’Enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in veritate; è stata poi riconfermata nel Messaggio per la Giornata della Pace del 1 gennaio 2010 e nel Discorso al Corpo Diplomatico dell’11 gennaio scorso.

Il Messaggio della Giornata per la vita tocca diversi temi, a volte appena accennati (punta di iceberg di interventi precedenti) che si possono coagulare attorno alle parole chiave vita (rispetto della persona, in ogni condizione, anche di fragilità), povertà (economica e valoriale), cura (solidarietà).

Le problematiche relative alla vita, per troppo tempo sono state declinate (a livello sociale, politico e pastorale) separatamente rispetto a quelle riconducibili alla pace, alla solidarietà, alla povertà e all’immigrazione. Eppure la Chiesa (Caritas in veritate, 15) propone con forza il collegamento tra etica della vita ed etica sociale perché “non può avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (Evangelium vitae, 101).

Una persistente mentalità materialista, egoista e consumistica, concausa della crisi economica e valoriale, conduce anche ad una crisi ecologica quando l’uomo scorda di essere apice della Creazione, custode e non padrone del Creato. Non si può separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita.

La questione ecologica, diventa così, per diversi motivi, la nuova emergenza della questione antropologica. L’uomo non è un “problema” da eliminare (secondo alcune correnti culturali), ma una risorsa creativa per il futuro della società. La denatalità rappresenta la causa e non la conseguenza della crisi economica.

Tutti siamo chiamati ad uno stile di vita sobrio e solidale, a non confondere la ricchezza economica con la ricchezza di vita, anche perché l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica (Caritas in veritate, 44), che richiede di essere accompagnata dalla solidarietà verso quelle madri che, spaventate dai problemi economici, “possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza” .

Ogni tempo dell’uomo è un tempo di prova che ha caratteristiche sue proprie. “Nessuno si salva da solo”, affermava Charles Peguy. Ed è opportuno ricordarlo in questo periodo di crisi. In un momento storico caratterizzato dall’egoismo, l’autodeterminazione diventa il nuovo cavallo di Troia per far passare nuovi presunti “diritti” individuali (diritto all’aborto, all’eutanasia, al libero “orientamento” sessuale…) e il mito della “qualità della vita” si impone sulla “sacralità della vita”, a livello personale e sociale, trascinando il concepito “imperfetto” o non ricercato, il disabile, il malato grave, l’anziano non autosufficiente…

L’attuale crisi economica, se da una parte rischia di oscurare il valore della vita umana, dall’altra può essere occasione di crescita perché può spingere a riscoprire la capacità di prendersi cura gli uni degli altri. Recuperare la consapevolezza del valore della vita può restituire forza al singolo e può generare la spinta necessaria a mobilitare le forze sociali per superare le difficoltà, e dimostrare nelle parole e nei fatti che c’è sempre un’alternativa.

Nessuno è padrone della vita, bene indisponibile da custodire e rispettare come un tesoro prezioso, dall’alba al tramonto. Denunciare quei meccanismi economici che producono disuguaglianza sociale e offendono la vita rappresenta un modo per vigilare e non rassegnarsi ad una diffusa cultura di morte; testimoniare la verità sulla persona (non riducibile alla materia, fine e mai mezzo) è un’alta forma di carità non solo perché risponde alle domande di senso, esigenza morale profonda di ogni uomo, ma anche perchè può produrre importanti e benefiche ricadute sul piano economico (Caritas in veritate, 45).

Diventa urgente, anche per prevenire le “nuove povertà” (non solo economiche), in una sinergia di alleanze educative e pastorali, riscoprire il senso della vita, che non risiede nella ricchezza economica, ma nella capacità di crescere, a Sua immagine e somiglianza, nella disponibilità al dono.

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* La prof.ssa Angela Maria Cosentino è docente di Tutela della vita e della salute procreativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.