Intervista a patriarca cattolico copto

ALESSANDRIA D’EGITTO, lunedì, 27 settembre 2010 (ZENIT.org).- Sebbene l’Egitto sia un Paese musulmano, con una piccola minoranza cristiana, la convivenza armoniosa tra le due religioni costituisce spesso la norma, secondo il patriarca della Chiesa cattolica copta del Paese.

Sua Beatitudine Antonios Naguib è il capo della principale comunità cattolica d’Egitto. Oltre ai cattolici copti vi sono anche le comunità dei cattolici ortodossi e dei copti evangelici o protestanti.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il patriarca Naguib parla della pacifica convivenza in Egitto, pur riconoscendo le particolari sfide con cui si confrontano i cristiani.

Lei è nato a Minya, in Egitto, nel 1935. La sua era una famiglia profondamente religiosa?

Patriarca Naguib: Sì, certamente. Noi vivevamo a Beni Suef, vicino Minya, e la famiglia era molto vicina alla Chiesa. Sono stato abituato a frequentare la chiesa per la Messa e le funzioni religiose sin dalla mia infanzia, con i miei genitori, fratelli e sorelle.

Quali sono i più profondi e importanti valori che i suoi genitori le hanno instillato da quando era bambino?

Patriarca Naguib: Sono i valori dell’onestà, della preghiera e del dovere di fronte a Dio, e dell’amarci gli uni gli altri ed essere aperti al prossimo. A quel tempo, i rapporti tra i vicini, tra cristiani e musulmani, e cristiani di altre Chiese erano molto stretti.

Lei è stato ordinato sacerdote all’età di 25 anni, quindi deve essere entrato in seminario piuttosto presto?

Patriarca Naguib: Sì, sono entrato al seminario minore quando avevo nove anni e ho proseguito fino a quando ho dovuto decidere se entrare all’università o al seminario maggiore per studiare filosofia e teologia. I miei genitori, a quel punto, mi hanno lasciato completamente libero di decidere.

Non cercavano di persuaderla o dissuaderla in nessun modo?

Patriarca Naguib: I miei genitori mi hanno sempre detto: se vuoi andare all’università, pagheremo per i tuoi studi, ma dipende da te. Dipende da te, di fronte a Dio.

Come patriarca della Chiesa cattolica copta, molti cattolici in Egitto la considerano quasi come un Papa. Si può fare questo paragone?

Patriarca Naguib: Sì e no. Sì, se si considera che ogni patriarca della Chiesa orientale è il capo di quella Chiesa, ma nella Chiesa orientale cattolica noi siamo uniti a Roma, il che significa che non siamo la principale autorità e seguiamo la gerarchia del Papa di Roma. Apparteniamo alla Chiesa cattolica romana. Quindi si può dire che siamo “Papa” o capo delle nostre Chiese, ma non siamo l’autorità principale.

Come vede il suo ruolo in Egitto?

Patriarca Naguib: Il patriarca della Chiesa cattolica copta in Egitto ha tre ruoli. Anzitutto è il capo della Chiesa cattolica copta e delle sette diocesi. Egli ha anche il ruolo di coordinare e animare la Chiesa. Ha poi il compito di parlare a nome della Chiesa, insieme agli altri vescovi, perché la Chiesa orientale è una Chiesa sinodale, in cui i vescovi lavorano insieme al Patriarca.

In secondo luogo, il patriarca è il vescovo della diocesi di Alessandria, che è suddivisa in tre zone: Cairo, Delta e Alessandria.

In terzo luogo, egli è il presidente della gerarchia cattolica dei patriarchi e dei vescovi in Egitto.

Molti cattolici copti hanno un piccolo tatuaggio nella parte interna del polso. Qual è il suo significato?

Patriarca Naguib: È un segno di appartenenza al Cristianesimo. Il tatuaggio non è riservato ai solo copti, ma a tutti i cristiani. È in uso soprattutto tra gli ortodossi e tra molti cattolici. È il segno di chi è cristiano; un modo per dichiarare la propria identità cristiana e di riconoscersi reciprocamente.

Lei non ne ha uno?

Patriarca Naguib: No, io non ho il tatuaggio, anche perché è solitamente una tradizione di famiglia. Nella mia famiglia la tradizione era di essere un membro attivo della Chiesa, piuttosto che portare questo segno.

La comunità cattolica copta costituisce una realtà piuttosto minoritaria nel Paese. Come si svolge la vita quotidiana per i cristiani copti o cattolici in Egitto?

Patriarca Naguib: Dal punto di vista religioso, ciascuna Chiesa ha i suoi membri che sono liberi di rendere culto e di partecipare alle attività senza restrizioni, problemi o contrasti. Tutti i cristiani sono molto integrati nella società. Non esistono aree speciali per i cristiani. Sono molto pochi i villaggi dove i cristiani sono la maggioranza. I cristiani sono ben integrati nella società, dove ogni tanto si verifica qualche contrasto, ma così come avviene ovunque tra vicini di casa.

Quando si è una minoranza esistono difficoltà che emergono nei rapporti con la maggioranza. Noi viviamo in armonia e da parte dei musulmani riscontriamo la stessa apertura e lo stesso atteggiamento, anche se – come avviene ovunque – alcuni gruppi sono un po’ aggressivi.

Anche se in generale la situazione dei cristiani in Egitto non è semplice. La Costituzione riconosce la libertà religiosa, ma l’Egitto è uno Stato islamico e, se non vado errato, la Sharia è la fonte di tutta la legislazione. Ciò significa che per certi versi i cristiani trovano molti ostacoli nel vivere la loro fede. Con quali sfide si devono confrontare i cristiani in Egitto, soprattutto in questo contesto?

Patriarca Naguib: Come dicevo, dipende tutto dal comportamento personale e dalla mentalità delle persone. Quando si incontra una persona che è aperta mentalmente e ha un’apertura di cuore verso gli altri, il rapporto diventa facile e buono. Talvolta incontriamo chi ha una diversa predisposizione e i rapporti possono diventare difficili. Questo può capitare anche nell’ambito dell’amministrazione pubblica, ma le questioni spesso si risolvono facilmente grazie alla nostra cultura orientale – e non solo egiziana – che in generale si affida ai rapporti personali: si troverà sempre qualcuno con cui si ha un’amicizia personale che ti possa aiutare a risolvere il problema.

Ciò nonostante vi sono alcuni ostacoli. Per esempio è difficile se non impossibile costruire nuove chiese?

Patriarca Naguib: Sì, è difficile. Ciò deriva da leggi molto antiche.

Ci può parlare un po’ di queste leggi?

Patriarca Naguib: Sì. Questa legge è stata emanata alla fine del XVIII secolo, durante l’Impero ottomano. Vi sono diverse interpretazioni su questa legge. Alcuni dicono che il suo scopo principale era di proteggere i cristiani dale aggressioni. Altri dicono che era un modo per impedire ai cristiani di avere luoghi di culto propri. Si può scegliere l’una o l’altra interpretazione e spesso discutiamo con le autorità – secondo cui sarebbe sempre per la nostra protezione – di non renderci la vita difficile. In questo ambito troviamo difficoltà e notevoli lungaggini, ma alla fine siamo sempre stati in grado di risolvere il problema.

E per quanto riguarda la vita politica? Un cristiano non può diventare Presidente; il Governo ha solo due membri cristiani; i cristiani non possono diventare sindaci di città o villaggi. In che misura sono rappresentati i cristiani?

Patriarca Naguib: Direi che ciò deriva da diversi fattori. Anzitutto la questione politica. Quando ci sono elezioni, se si considera che per ogni 10 egiziani, uno è cristiano, crede che quel cristiano potrà avere un consenso sufficiente ad essere eletto come membro dell’Assemblea? Questo è il motivo per cui il Presidente nomina sempre tra i quattro ai sette cristiani, per consentirgli di avere voce nell’Assemblea. Nell’amministrazione pubblica, il personale non è eletto, è nominato, e quindi ai cristiani viene riservata qualche posizione, anche se in misura simbolica. Nelle amministrazioni locali, le funzioni di sceriffo, capo o governatore dei villaggi, solitamente non sono svolte da cristiani; solitamente le nomine sono per tradizione.

La Chiesa non si batte per avere maggiore rappresentanza politica?

Patriarca Naguib: Effettivamente i giornali cristiani parlano di questo e vi sono alcuni intellettuali musulmani che si battono per una migliore rappresentazione dei cristiani. Anche i gruppi per i diritti umani in Egitto esprimono le loro preoccupazioni per questo. Quindi una voce esiste e si fa appello a questo. Esiste anche la pressione sociale/religiosa per farlo.

In Egitto si è obbligati ad avere una carta d’identità in cui è riportata la propria appartenenza religiosa. Questo obbligo può essere considerato come uno strumento di discriminazione, se per esempio un cristiano facesse domanda di assunzione e dovesse mostrare la propria carta d’identità?

Patriarca Naguib: Anche questa questione è oggetto di discussione pubblica. Negli ultimi anni vi sono stati molti articoli nei giornali locali sia cristiani che musulmani, sull’argomento. La questione può essere interpretata o vista in due modi. La prima è che si tratti di una discriminazione, mentre per l’altra, che è una necessità sociale.

Chi sostiene la seconda visione, dà esempi di decisioni giudiziarie su questioni di famiglia come matrimonio e divorzio, ecc. Dicono che se l’appartenenza religiosa non fosse indicata, come potrebbe un giudice emettere una sentenza giusta in base alla legge che vincola l’individuo? Egli sarebbe costretto a decidere solo sulla base della legge islamica.

La legge egiziana consente a ciascun individuo di essere giudicato secondo le leggi che lo vincolano in base della propria appartenenza religiosa. In questo senso la legge è giusta: per esempio, il divorzio non sarà consentito ai cattolici perché la loro religione non lo ammette. Gli ortodossi hanno regole specifiche sul divorzio e quindi il giudice – che spesso è musulmano – baserà il suo giudizio sulle leggi della Chiesa ortodossa. Molti, tuttavia, sostengono che è meglio basare la propria identità sulla sola cittadinanza e lasciare ogni cosa che riguardi matrimonio e famiglia alle comunità religiose.

Alcuni sostengono che certe conversioni dal Cristianesimo all’Islam sono fondate su motivi o interessi economici. Abbiamo appena detto che talvolta i cristiani hanno difficoltà a trovare lavoro per la loro appartenenza religiosa. Considerato l’alto tasso di disoccupazione in Egitto, che si aggira intorno al 10%, può essere positivo per un cristiano convertirsi alla religione islamica solo per avere maggiori possibilità di lavoro? Si verificano casi di questo tipo?

Patriarca Naguib: Alcuni casi esistono, ma non direi che questa sia la principale ragione delle conversioni. Esistono, a mio avviso, due motivi fondamentali.

Il primo è il divorzio: il modo più facile per un cristiano di porre fine al proprio matrimonio – sia per gli uomini come per le donne – è di diventare musulmano. Per loro è infatti più facile divorziare e beneficiare  dei pieni diritti, rispetto all’altro partner o sposo, e di ottenere la custodia dei figli.

Il secondo motivo è quello della debolezza nella propria fede, dovuta alla scarsa formazione religiosa. Vi sono alcune regioni, villaggi e quartieri della città che avrebbero bisogno di maggiore cura pastorale. L’attrattiva islamica e la laicità dei media influenzano fortemente e contribuiscono all’abbandono della propria fede, carente di solidi fondamenti.

Uno degli ambiti in cui la Chiesa cattolica sta lavorando particolarmente bene è quello dell’istruzione scolastica. Come vede l’importanza dell’educazione per il futuro del Cristianesimo in Egitto?

Patriarca Naguib: Abbiamo 186 scuole cattoliche nel Paese, con più di 150.000 studenti, dei quali almeno il 50% sono musulmani. Quindi si comprende l’importanza dell’istruzione. Anzitutto essa dà sicurezza alla nostra gente, per avere buoni e solidi fondamenti morali e religiosi, e un elevato livello di educazione.

In secondo luogo, essa dà l’opportunità, sia ai cristiani che ai musulmani, sin dalla prima fanciullezza di socializzare insieme. Essi quindi crescono insieme, sviluppano le loro amicizie e la conoscenza dei rispettivi genitori che arrivano ad apprezzare la Chiesa cattolica e il Cristianesimo in generale. Questi studenti, sia maschi che femmine, che sono cresciuti insieme nelle nostre scuole cattoliche diventeranno poi dei membri responsabili della società, ed i non appartenenti alla nostra fede saranno capaci di essere aperti e di avere una migliore comprensione di noi – non solo della nostra fede ma di noi come individui – e di aiutarci quando avremo problemi.

Quindi l’educazione cattolica – si potrebbe dire – è essenziale per la moderazione del futuro panorama politico?

Patriarca Naguib: Moderazione e anche dialogo interreligioso; molto importante.

Sua Beatitudine, che appello vorrebbe rivolgere ora alla comunità internazionale?

Patriarca Naguib: Alla comunità internazionale direi che apprezziamo molto ciò che si fa per migliorare, ovunque, la democrazia, la libertà e per aiutare a migliorare le condizioni economiche di tutti i Paesi e dell’Egitto in particolare.

Dal punto di vista religioso siamo molto grati per le preghiere delle comunità spirituali e del loro interesse nel condividere le nostre difficoltà; del loro aiuto nell’estensione delle nostre Chiese e delle nostre istituzioni; per consentirci di adempiere alla nostra missione, non solo in favore dei cristiani ma di tutti. Vorrei anche cogliere l’occasione per ringraziare Aiuto alla Chiesa che soffre e le altre organizzazioni cattoliche per il loro sostegno e il loro aiuto.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

[Per maggiori informazioni: www.WhereGodWeeps.org]