di Vittorio Messori
Tratto da Il Corriere della Sera
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E’ un ebreo di origine francese nato in Inghilterra ma si dichiara agnostico, ha avuto simpatie per i comunisti, ha cambiato parecchie mogli.

Eppure, c’è nel regista Roland Joffé un attenzione viva per la spiritualità che si fa dramma, come testimoniano innanzitutto Mission, ma anche La città della gioia e Urla dal silenzio, con accluse nomination agli Oscar. Questo era, probabilmente, il solo uomo di cinema radicalmente “laico” che potesse darci un film non a tesi preconcette il cui protagonista fosse nientemeno che san Josemarìa Escrivà de Balaguer. Ma sì, il fondatore di quell’Opus Dei che è miele per dietrologi e complottardi, sempre alla ricerca di burattinai occulti che tirerebbero le fila della storia: gli indemoniati per i medievali, i gesuiti per gli illuministi, gli aristocratici per i giacobini, i borghesi per i comunisti, i massoni per i fascisti, gli ebrei per i nazionalsocialisti, le multinazionali per i brigatisti rossi… Da qualche decennio, il benpensante liberal è convinto che molti dei “grandi vecchi” che occultamente ci governano si annidino in quella che, in Spagna, ha un nome tenebroso: La Obra. La diffidenza per il sacerdote aragonese che ne è alle origine è tale che mai, nella storia della Chiesa, si erano viste contestazioni tanto violente -non solo da laicisti ma anche, soprattutto, da clericali del genere “adulto” – quando Giovanni Paolo II fu felice di dichiararlo beato, nel 1992 e, nel 2002, santo. Come gli aveva chiesto, del resto, un terzo dell’episcopato mondiale.

Ecco ora che Joffé, laicissimo eppure aperto alle avventure dello spirito, ha incontrato sulla sua strada don Josemarìa, El Padre per i 90.000 aderenti all’Opera, il 98 per cento laici. Un incontro che è divenuto conoscenza coinvolgente, tanto che ne è uscito questo There be Dragons, là i draghi, giù uscito con clamore negli Stati Uniti e in Spagna dove, nelle prime tre settimane, ha avuto 300.000 spettatori. In Italia dovrebbe essere nelle sale tra autunno e inverno ma abbiamo potuto vederlo nell’edizione originale inglese.

E’ subito evidente che non si è badato a spese nella produzione e nel cast che annovera, tra gli eccellenti protagonisti, Charlie Cox, Wes Bentley, Dougray Scott e anche Geraldine Chaplin. C’è la Obra dietro la quarantina di milioni di dollari investiti per il film? Alla domanda, il regista anglo-francese ha risposto con chiarezza: “Chi conosce l’Opus Dei sa che non si muove in prima persona, che non suggerisce e non finanzia, lasciando ai suoi aderenti libertà nello loro scelte professionali. Un produttore spagnolo ha trovato un centinaio di investitori, alcuni dei quali dell’Opera, che hanno creduto nel progetto”. Viste le prime reazioni del pubblico, pare proprio che l’investimento sarà fruttuoso. Ma sarà utile anche per aiutare a capire “chi” davvero sia stato questo santo, tra i più amati ma anche detestato dai tanti che lo scambiano per il solito prete spagnolo tra fanatismo religioso e simpatie franchiste.

Se è lecito un riferimento personale, su suggerimento di Leonardo Mondadori (tornato alla fede anche grazie all’amicizia con alcuni numerari) nel 1994 pubblicai un libro inchiesta sull’Opus Dei, frutto di una ricerca sul campo. So bene, dunque, quanto sia tenace la “leggenda nera” su quell’uomo chiamato a vivere in un tempo in cui si scatenarono the dragons del film, i draghi dell’odio e della violenza della guerra, prima civile tra spagnoli, e poi mondiale. Il film di Joffé può essere un primo passo per, almeno, far riflettere e spingere a conoscere meglio il personaggio. Un merito del regista, ci pare, è non avere nascosto la volontà, da parte delle sinistre spagnole, di genocidio del clero, massacrato solo perché cattolico. La parola genocidio non è eccessiva: nella diocesi di Barbastro, città natale di don Escrivà, l’88 per cento dei sacerdoti fu ucciso, nei modi più barbari, nelle prime settimane di guerra civile e la mattanza si estese ai laici se “amici dei preti”. Le suore furono stuprate, spesso da decine di “compagni”, fino alla morte. Le salesiane di Madrid furono massacrate dalla canaille, cui era stato fatto credere che, alle bambine dei loro oratori, davano caramelle avvelenate. Alla fine, questo il bilancio: uccisi, non solo senza alcun processo ma tra torture inenarrabili, 4.184 sacerdoti diocesani, 2365 frati, 2830 religiose nonché 13 tra vescovi e arcivescovi. Inoltre, decine di migliaia di laici cattolici. Alcuni furono crocifissi alle porte delle loro chiese, impalati, legati a bocche di cannone, squartati. Anche i genitori furono puniti per la colpa di avere tali figli: la madre di un gesuita fu soffocata cacciandole un crocifisso nella gola, molti furono bruciati vivi, altri gettati davanti ai tori, con gli assassini in divisa ad acclamare nell’arena. Papa Wojtyla ha proceduto alla beatificazione in massa di alcune centinaia di questi martirizzati solo perché cristiani. Nessuna chiesa, nelle zone tenute dai governativi, scampò all’incendio o, almeno, alla devastazione: scomparve così la metà del patrimonio artistico spagnolo. Quanto ai franchisti, non furono di certo cherubini né serafini: lavorarono anch’essi molto con i plotoni di esecuzione (sia durante che, ancor più grave, dopo la guerra) e fucilarono essi pure dei preti: ma per ragioni politiche, non religiose. Si trattava di alcuni sacerdoti baschi, militanti per la secessione dalla Spagna.

Sfidando la rimozione attuale di quei massacri (i più sanguinosi dopo quelli della Francia del Terrore) l’ebreo agnostico Joffé fa certamente opera politicamente scorretta, dunque meritoria. Ma fa opera di informazione onesta anche mostrando come il giovane don Josemarìa non solo non ebbe parte alcuna in quella guerra, ma pur tra i perseguitati, scampando a stento alla strage, non chiese vendetta, non esortò alla crociata ma cercò in tutti i modi di portare pace e tolleranza. Nessun schieramento di parte, in lui, ma solo la pratica di quella che don Bosco chiamava “la politica del Pater Noster”. Franco? Nei suoi ultimi governi alcuni economisti membri dell’Opus Dei posero, come ministri (accettando l’incarico da tecnici e per libera scelta personale) le basi della spettacolare rinascita spagnola. Ma ben pochi parlano dei tanti associati della stessa Obra costretti dalla dittatura all’esilio, al silenzio, talora al carcere. Invitato una sola volta a predicare davanti a Franco, il futuro santo parlò della morte che attende tutti, anche i potenti, e del giudizio di Dio, particolarmente severo per loro. Non fu mai più invitato al palazzo del Caudillo.