di Uberto Crescenti* e Luigi Mariani**

E’ interessante domandarsi come mai gli storici, che avevano messo in luce con una notevole messe di prove documentali la rilevanza delle grandi fasi calde che in epoca storica hanno marcato il clima della Terra (Optimum Miceneo, Romano e Medioevale) non abbiano praticamente reagito di fronte a ricostruzioni quantomeno opinabili che mirano sempre più spesso a negare l’esistenza di un Optimum Climatico Medioevale. Di tali tesi si fanno da oltre un ventennio portatori non solo le Nazioni Unite tramite l’IPCC ma anche riviste scientifiche ritenute autorevoli come ad esempio Nature e Science.

Fra le ricostruzioni che negano l’esistenza di una fase calda medioevale è famosa quella operata da Mann e nota come “mazza da Hockey”. Tale ricostruzione si basa sullo studio delle cerchie di crescita degli alberi, per le quali si adotta in genere l’ipotesi che alle medie latitudini, in presenza di temperature estive elevate, si abbiano cerchie di crescita più ampie, Su tale tema nel 2000 la rivista “Current anthropology” ospitò uno scritto polemico in cui si accusavano i ricercatori che studiano le cerchie di crescita di trascurare il fatto che l’Optimum Medioevale negli USA fu segnato da grandi siccità. Tali siccità, ricorda Rein in un suo articolo del 2004 uscito su Geophisical Research Letters, furono guidate da anomalie di El Nino e furono dunque con ogni probabilità eventi globali, in grado di alterare in modo consistente la crescita degli alberi.

In sintesi dunque, se vi è siccità le cerchie crescono poco, per cui la limitazione pluviometrica può essere erroneamente interpretata come limitazione termica. E’ con sistemi di questo tipo che l’Optimum medioevale viene fatto come per incanto scomparire.

Altro luminoso esempio di ricostruzione quantomeno opinabile è dato dall’articolo uscito su Nature nel settembre 2009 a firma di Darrel Kaufman e di altri 9 autori e dal titolo significativo “Recent warming reverses long-term cooling” (“Il riscaldamento recente inverte un precedente raffreddamento globale di lungo termine”). Il titolo si riferisce ad un raffreddamento che avrebbe interessato il periodo che va dalla nascita di Cristo al XIX° secolo e la cui entità per l’Artide viene ahimè stimata in –0.22°C per 1000 anni.

E qui ci si domanda come, partendo da dati assai poco accurati (cerchie di crescita di alberi e varve glaciali), si possa giungere a una stima di –0.22°C su 1000 anni e per giunta utilizzare una tale informazione per parlare di “long-term cooling” nel titolo di un articolo scientifico.

In tutta franchezza se in una nostra ricerca avessimo trovato un dato di questo tipo, l’avremmo pubblicato nella parte finale dell’articolo, quella dedicata alla discussione, e l’avremmo accompagnato con tutta una serie di “se” e di “ma”.

Sono queste note stonate che ci hanno indotti a scrivere un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientifica GEOITALIA. In tale scritto a partire da prove, documentali e non, prodotte da vari studiosi, abbiamo tentato una ricostruzione delle temperature medioevali in Pianura padana. Molte delle informazioni da noi utilizzate sono desunte dal lavoro scientifico “E’ mutato il clima della Alpi in epoca storica” pubblicato nel 1937 per i tipi del CNR dal Professor Umberto Monterin, illustre glaciologo e geomorfologo che diresse per lungo tempo i RR. Osservatori di Meteorologia e Geofisica del M.Rosa.

Ovviamente la ricostruzione da noi operata, come qualsiasi lavoro scientifico, si presta al dubbio. Possibile infatti, diranno i lettori più scettici, che nel medioevo le temperature medie annue in Val Padana fossero di ben 15-16°C, più o meno quelle che si ritrovano oggi ad Alghero?

A supporto di una tale tesi citiamo ad esempio l’autorevole testimonianza di Sant’Alberto Magno (Lauingen, 1206 – Colonia, 1280), secondo il quale alla sua epoca l’olivo era coltivato e fruttificava nella valle del Reno. E’ noto che oggi l’olivo non alligna nella valle del Reno ed ha altresì gravi problemi di sopravvivenza in Pianura Padana e ciò perché è oggi noto che temperature inferiori a –9°C ne provocano la morte.

Ma i nostri progenitori erano ignoranti e queste cose non le sapevano, per cui coltivavano con successo l’olivo sia in Pianura padana sia nella valle del Reno!

* Università degli Studi di Chieti
** Università degli Studi di Milano