Il gip di Udine archivia le accuse di omicidio per Englaro e l’équipe • Il 9 febbraio 2009 il decesso «senza una progressione sintomatologica legata alla disidratazione» • Secondo il giudice «la prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale non era legittima»
di Pino Ciociola
Tratto da Avvenire del 12 gennaio 2010
Qualcosa continua a non tornare. Per Eluana, dopo la sospensione di cibo e acqua, «la morte è sopraggiunta improvvisamente, senza una compiuta progressione sintomatologica legata alla disidratazione», fa sapere il gip di Udine, Paolo Milocco, dopo i risultati degli esami eseguiti sul corpo della donna, morta il 9 febbraio 2009. Nonostante ciò, «i consulenti hanno potuto escludere cause di morte di natura traumatica e tossica», concludendo che toglierle cibo e acqua «ha innescato una serie di complicazioni all’apparato cadiovascolare fino all’arresto cardiaco», perché «sia la tetraplegia che la patologia polmonare da cui la paziente era affetta l’avevano resa particolarmente vulnerabile sotto tale aspetto». Eppure Eluana – come dichiarò Carlo Alberto Defanti, suo neurologo dal 1995 – non aveva mai avuto bisogno di antibiotici in 17 anni di stato vegetativo persistente.
Il gip ha così deciso l’archiviazione del procedimento relativo a Beppino Englaro e altre 13 persone per omicidio volontario: il decesso di Eluana non è stato «conseguenza di pratiche diverse da quelle autorizzate e specificate nei provvedimenti giudiziari».
Restano aperte molte contraddizioni, cui il gip non fa cenno. Una per tutte: l’autorizzazione al ricovero di Eluana nella casa di cura ‘La Quiete’ di Udine (dove venne portata il 3 febbraio per esser fatta morire) fu concessa dalla Asl locale il 23 gennaio 2009 per un ‘Piano di assistenza individuale’ finalizzato al «recupero funzionale e alla promozione sociale dell’assistita» e al «contrasto dei processi involutivi in atto»: ovvero ufficialmente per curarla. Solo il 4 febbraio la presidente de ‘La Quiete’, Ines Domenicali, comunicò al direttore dell’Asl, Giorgio Ros (e all’assessore regionale alla Sanità, Vladimir Kosic) che la paziente veniva affidata all’associazione ‘Per Eluana’ con una nuova finalità: «Attuare i contenuti del decreto della Corte di appello di Milano», che aveva offerto a Beppino Englaro la possibilità di condurla alla morte. Una grave irregolarità che già il 4 febbraio il direttore dell’Asl contestò alla presi- dente (con lettera spedita invano anche alla Procura udinese e all’assessore Kosic)… La Domenicali non gli rispose mai. Anche nella relazione degli ispettori inviati il 6 febbraio a Udine dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi (consegnata sempre in Procura), come pure in quella dei Carabinieri del Nas, si leggeva che Eluana «risulta ammessa con specifiche finalità di accudimento e recupero», mentre «la situazione appare non conforme a norme e regolamenti vigenti nella realtà regionale del Friuli Venezia Giulia». Ma ancora una volta tutto invano.
Eppure ieri, fra chi ha commentato soddisfatto l’archiviazione (a partire da Beppino Englaro e l’anestesista Amato De Monte, che guidò l’ équipe a Udine: «Ci siamo sempre mossi nella legalità») c’è stato anche il governatore friulano Renzo Tondo, che rifiutò d’interrompere il protocollo per la morte di Eluana sostenendo che ‘La Quiete’ nella vicenda fosse «assolutamente in regola» con norme regionali e convenzioni fra Regione e istituti socioassistenziali.
Altra contraddizione è quanto confidò – mai smentito – il 4 febbraio al Gazzettino Maurizio Mori (presidente dell’associazione ‘Consulta di bioetica onlus’, che dal 1996 seguì da vicino il caso Eluana e il padre Beppino): per ottenere il ricovero a ‘La Quiete’ c’era «una lista d’attesa, ma le gravi condizioni di Eluana hanno richiesto una sorta di procedura d’urgenza». Però il dottor Carlo Alberto Defanti nella documentazione che la precedette a Udine certifica che Eluana «non ha avuto in passato patologie rilevanti» ed è in «buone condizioni di salute». E le ‘gravi condizioni’ citate da Mori? Eluana a Lecco viveva, senza chiedere nulla: qual’era l’«urgenza»?
Secondo noi • Ma era vita. E «legittima»
Lo chiama «trattamento», il gip, ma si riferisce al cibo e all’acqua che Eluana riceveva ogni giorno per vivere. E sostiene che proseguire a darglielo – questo «sostegno vitale» – «non era legittimo». Perché? «Contrastava con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente». Eluana non era una malata terminale, era una disabile, grave, gravissima, come migliaia e migliaia d’altri. Nati così o così diventati. Basterà la volontà di un «legale» rappresentante per deciderne la sorte come se la loro vita fosse una cosa o una casa? Nessuna legge lo afferma.
Ma tutto è avvenuto «regolarmente», dice un altro giudice, impugnando un protocollo. E questo dovrebbe bastare. Eppure no, non basta: Eluana era vita, non attaccata a macchine né a farmaci. Spenta in quanto imperfetta.
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