di Domenico Bonvenga

In questi giorni di discussione sulle spese e gli sprechi della politica italiana, ritorna l’idea di abolire alcuni enti locali, come le province, ma non solo, anche i piccoli comuni. Possiamo permetterci ancora di tenere in vita certi piccoli comuni con   sindaci, assessori, esperti, consiglieri di maggioranza e di minoranza, il tutto per amministrare centinaia di abitanti? E’ una cosa sensata ogni cinque anni organizzare per questi comuni, quella ritualità che sono le elezioni, è serio dividere un paese di 200 abitanti come Roccafiorita in provincia di Messina, con una maggioranza e una minoranza?

Italia Oggi, la settimana scorsa riporta la notizia della signora Maria Teresa Verda in Scajola, la signora è insegnante ma in congedo dalla propria scuola, per mandato amministrativo, infatti è assessora in un piccolo comune dell’imperiese, Aurigo, 346 abitanti. Naturalmente tutto regolare, registra il giornale economico.

Però una domanda sorge spontanea, “È mai possibile che un comune di meno di 400 abitanti abbia bisogno di un assessore alla Cultura? È mai possibile che un mandato elettorale o amministrativo in un Comune simile sia parificato al comune di Roma, per le conseguenze che può portare per esempio in tema di contributi figurativi ai fini pensionistici? È mai possibile, e questa è la domanda più rilevante, che si tengano in vita comuni di così ridotta dimensione demografica?”( Cesare Maffi, Quei piccoli comuni che si atteggiano a capitale, 27.5.2010 ItaliaOggi).

I tentativi in Italia di ridurre i comuni sono quasi sempre falliti, con l’eccezione del periodo fascista, ma subito dopo la guerra, sono stati ricostituiti.

I Comuni, nel 1951 erano 7.810, mezzo secolo più tardi risultavano quasi trecento di più (+3,7 per cento) e cioè 8.101, dei quali il 56 per cento al Nord, meno del 13 per cento al Centro e il restante 31 per cento nel Mezzogiorno, con una preoccupante polverizzazione in Calabria (409 Comuni dei quali 58 sotto i mille abitanti), in Sicilia e in Sardegna. La loro dimensione territoriale è, più o meno, quella del Medio Evo e cioè la distanza che il viandante poteva percorrere a piedi nelle ore di luce (sulle strade di allora). E in alcune grandi regioni è rimasta quella, mai influenzata da riforme amministrative successive.

Qual’è la situazione negli altri Paesi europei? “Negli altri Paesi europei c’è stato un grande fervore riformatore in materia nell’ultima parte del Novecento. Nella Germania Federale i Comuni erano addirittura 24.476. Il governo centrale ha affidato ai Laender il compito di accorparne la maggior parte lasciando però piena libertà di utilizzare le ricette ritenute più convenienti. Così in Baviera è stato individuato un Comune-guida per ogni comprensorio sul quale intervenire affidando ad esso i compiti dell’amministrazione. In Renania-Westfalia invece si è proceduto più risolutamente a fusioni vere e proprie.
Nel Canton Ticino si sono istituiti nel 1995 opportuni incentivi alle fusioni inducendo così 45 Comuni ad unirsi in 15 nuove aggregazioni amministrative. In Danimarca hanno ridotto i Comuni da 1.388 a 275 (e le Province da 22 a 14), in Belgio da 2.500 a 600, nel Regno Unito da 1.830 autorità locali si è scesi a 486”.
(Vittorio Emiliani, Comuni da accorpare. Si può, 30.3.2008 L’Unità).

Dunque l’Italia è l’unico Paese europeo dove non ha proceduto a una politica di accorpamento dei micro-comuni, anzi siamo i soli in Europa ad aumentare gli organismi locali e provinciali anziché ridurli. “Lo stesso piccolo Molisescrive Emiliani – conta un numero di Comuni quasi pari a quello del Lazio vasto oltre quattro volte di più. Insomma, un compito storico per il quale, dopo quasi quarant’anni, le nostre Regioni dovrebbero cominciare a lavorare con la solerte attenzione, per esempio, dei Laender tedeschi”.

Qualche anno fa una proposta per ridurre i comuni, veniva fatta da Walter Veltroni, si intendeva accorpare  i micro Comuni sotto i mille residenti. Invece, contro tali ipotesi si scagliano un po’ tutti, dai vertici dello stato alla lobby dei comuni minori, passando attraverso le province e organi inutili come le comunità montane, le quali traggono pretesto proprio dalle insufficienze dei Comuni per motivare la propria esistenza. Già le Province, accusate da decenni di pratica “inutilità” (una volta le loro competenze consistevano negli Ospedali psichiatrici, ora dismessi, nell’agricoltura-caccia-pesca e nell’infanzia abbandonata) sono balzate da una novantina ad oltre cento.
E’ probabile, come scrivono gli esperti, che l’abolizione delle Province e dei piccoli comuni non risolve il problema del grande debito economico del nostro Paese ma certamente la loro riduzione porterebbe razionalità e risparmi e poi serve un segnale forte dalla politica, dato che a ogni tornata elettorale, l’astensionismo aumenta.

Per le province, la loro eliminazione è più complessa serve addirittura la modifica della Costituzione, non basta un decreto del governo. Ma ci sono quelli che dicono che la Costituzione non bisogna toccarla, che è sacra.

Nel 1970 quando furono istituite le Regioni a statuto ordinario, “Ugo La Malfa disse quello che ora pensa la stragrande maggioranza degli italiani: cancelliamo le province. Non era cattiveria, ma un banale ragionamento: se si trasferiscono le funzioni (all’epoca della Costituzione le Regioni erano solo sulla carta) che ce li teniamo a fare gli enti locali svuotati? Sono passati quaranta anni, da quando le province divennero inutili, ma nel frattempo sono aumentate. Conservano competenze su questioni stradali o scolastiche, benché sia sicuro che se andate a chiederle ai consiglieri provinciali manco loro le conoscono”. (Davide Giacalone. Perdersi in provincia, 28.5.2010 Libero).