Nella convulsa fase di transizione hanno pagato un prezzo in vite umane. E adesso temono che la Costituzione provvisoria li emargini ancor di più

GIORGIO BERNARDELLI
da Vatican Insider

Digiunano anche i copti in queste ore in Egitto. Come i musulmani entrati oggi nel mese di Ramadan, anche loro si astengono dal cibo: è il digiuno in preparazione alla festa del martirio dei santi Pietro e Paolo, che questa chiesa d’Oriente celebra il 12 luglio. Preghiere e gesti che si intrecciano tra moschee e chiese in un momento così delicato per il futuro del Paese.

Il bilancio di questi giorni è stato pesantissimo per i copti, contro cui soprattutto fuori dal Cairo si è scatenata la rabbia degli islamisti. Non c’è stata solo l’uccisione a sangue freddo di padre Mina  Aboud Sharubim, avvenuta sabato scorso a El Arish nel Sinai: altri quattro cristiani erano già stati uccisi venerdì nel villaggio di  Al Dabaya, alla periferia di Luxor. Un musulmano era stato trovato ucciso e subito gli islamisti reagito additando come responsabile un cristiano locale, reo di essersi schierato a favore dei Tamarod, i «ribelli» che hanno raccolto le firme per la destituzione del presidente Mohammed Morsi. È stato assalito lui e altri tre cristiani copti presso i quali aveva cercato rifugio. Nella zona del Sinai e a Luxor non si contano ormai più gli atti intimidatori nei confronti delle chiese: l’ultimo è stato ieri mattina, quando uomini armati e mascherati hanno esploso dei colpi di arma da fuoco contro una chiesa a Port Said; fortunatamente non ci sono state vittime, ma la paura è stata comunque tanta. È il prezzo che i cristiani pagano per il sostegno esplicito dato all’intervento dell’esercito che – sull’onda delle manifestazioni del 30 giugno – ha tolto di mezzo Morsi, imponendo una fase di transizione verso nuove elezioni. «Questa road map – aveva assicurato papa Tawadros in diretta tv una settimana fa, subito dopo l’annuncio del generale al-Sissi – è stata messa a punto tenendo conto di tutti i fattori che possono garantire un futuro pacifico all’Egitto. Ha di mira esclusivamente il bene del Paese, senza l’intenzione di escludere o emarginare nessuno». Adesso – però – anche nel nuovo contesto sancito dalla nomina dell’economista Hazem el-Beblawi a capo del governo cominciano a emergere tutte le ambiguità della situazione al Cairo. Pur continuando a guardare all’esercito come propria garanzia di protezione c’è perplessità in queste ore tra i cristiani per il testo della Dichiarazione costituzionale provvisoria varata dal presidente ad interim Adly Mansour. Proprio lo scontro sulla Costituzione imposta dagli islamisti era stato il principale terreno di scontro tra i copti e i Fratelli Musulmani: si guardava con grande preoccupazione al ruolo più forte riconosciuto alla Sharia, la legge islamica.

Da parte cristiana ci si attendeva che il presidente ad interim andasse a modificare subito quei punti. Invece sul tema del rapporto tra Stato e religioni anche nella Costituzione provvisoria resta confermato l’impianto voluto dai Fratelli Musulmani. Dietro a questa scelta di Mansur c’è la volontà di non perdere il sostegno alla fase di transizione da parte dei salafiti – gli islamisti ancora più radicali -. Ed è vero che il ruolino di marcia per i prossimi mesi prevede una commissione in cui si ridiscutano tutti i punti controversi della Costituzione. Ma i dubbi tra i cristiani restano, vista anche la prontezza con cui l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo (i grandi sponsor dei salafiti) sono saliti sul carro del nuovo corso al Cairo: «Ci prendono in giro – ha dichiarato oggi in maniera molto netta all’Agenzia Fides, il vescovo copto cattolico di Minya Botros Fahim Awad Hanna -. Le disposizioni che nella vecchia Costituzione apparivano pessime agli occhi dei cristiani vengono messe addirittura in risalto nel nuovo testo. Se non parliamo adesso, poi non potremo dire più niente».