Occorre un cambiamento culturale e nei comportamenti sessuali

di Mirko Testa

RIMINI, giovedì, 27 agosto 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha ragione: i preservativi non  sono la panacea nella lotta all’Aids, perché la prevenzione del contagio investe tutti gli aspetti di una persona e quindi richiede una risposta culturale.

E’ quanto ha affermato Edward Green, antropologo e direttore dell’Aids Prevention Research Project della Harvard School of Pubblic Health and Center for Population and Developement Studies, intervenendo il 25 agosto al Meeting di Rimini a una tavola dal titolo “Aids, un problema culturale”.

Con una esperienza più che trentennale nei Paesi in via di sviluppo, Green aveva già presentato nel gennaio del 2004 uno studio presso il Medical Institute for Sexual Health a Washington D.C. che dimostrava gli scarsi risultati prodotto dalla distribuzione dei preservativi nel Continente africano, in particolare nell’Africa sub-sahariana.

Nel suo intervento, Green ha accennato alle dichiarazioni rilasciate dal Papa sull’inefficacia del preservativo nella lotta all’Aids e sulla necessità di un “risveglio spirituale e umano”, durante il volo per Camerun, in occasione del suo primo viaggio apostolico in Africa, nel marzo del 2008, che suscitarono da più parti indignazione e critiche.

“Mi ha colpito la vicinanza dei commenti del Papa alle più recenti scoperte scientifiche”, ha commentato l’antropologo.

Infatti, ha spiegato, “non c’è alcuna prova che i preservativi abbiano una qualche efficacia nella riduzione dell’Hiv su larga scala, in particolare in caso di epidemie molto estese come l’Africa”.

“E’ uno strumento che può forse funzionare per singoli individui ma non necessariamente per popolazioni e nazioni”, ha precisato.

“E perché non funziona in Africa? Innanzitutto, perché non viene usato regolarmente, perché c’è una bassa richiesta, perché riduce il piacere, perché indica una mancanza di fiducia all’interno della coppia e soprattutto perché c’è la cosiddetta ‘compensazione del rischio”, ha spiegato.

Quest’ultimo è il fenomeno generato dalla falsa percezione di protezione legata al preservativo che porta le persone a esporsi a maggiori rischi e quindi ad aumentare le possibilità di contrarre il virus.

“Tutti questi principi sono immutabili e generali – ha però affermato Green – e quindi non basta dire ‘bisogna che tutti usino sempre il preservativo’ perché questo non succede”.

In particolare “le strategie incentrate sui preservativi inizialmente sono state sviluppate negli Stati Uniti, pensando ai gruppi più vulnerabili, a quelli più esposti all’infezione, cioè agli omosessuali maschi, agli eroinomani e alle prostitute”.

Allora, “le risorse per la prevenzione venivano impiegate, principalmente, per la riduzione del rischio oppure per sviluppare soluzioni mediche”.

Inizialmente, per prevenire l’Hiv si usavano in primo luogo il preservativo, test diagnostici su base volontaria, il trattamento massiccio di altre malattie veneree che possono facilitare la trasmissione del virus, microbiocidi vaginali e farmaci antiretrovirali.

“In realtà non c’era alcuna prova che queste misure preventive riducessero la diffusione dell’Hiv in Africa, perché non hanno avuto un impatto generale sull’epidemia”, ha detto precisando però poi che questi interventi si sono rivelati al contrario fruttuosi in Paesi come Thailandia e Cambogia, dove l’Hiv viene trasmesso soprattutto dalle prostitute.

In realtà, in base ai risultati di alcune ricerche, “la fedeltà e la circoncisione maschile sembrano aver sortito i giusti effetti in Africa portando a una riduzione del 60% nella riduzione dell’Hiv”.

Negli Stati Uniti, tra il 1982 e il 1985, quando non si parlava più dell’Aids come della slim disease, “gli omosessuali ed eroinomani erano considerati gruppi molto spesso stigmatizzati ed emarginati” e “nessuno poteva lanciare un giudizio morale sulle loro abitudini sessuali perché si trattava della sfera privata e quindi era intoccabile”.

La libertà sessuale, ha chiarito Green, veniva considerata dalla comunità gay come una conquista frutto di una lunga battaglia cui era impossibile rinunciare.

Quando poi gli Stati Uniti hanno cominciato a lanciare programmi a livello internazionale, esportando il modello incentrato sul preservato agli altri Paesi indipendentemente da quelle che erano le modalità di diffusione dell’epidemia, le persone che si sono mostrate più interessate sono stati gli attivisti gay e gli esperti in pianificazione familiare.

Essendo poi il preservativo una tecnologia a basso costo, ha continuato Green, “la prevenzione dell’Aids è divenuta una sorta di business”.

In Uganda, al contrario, che dal 1986 è colpito pesantemente da questa malattia che causa ogni anno oltre 900.000 morti, “l’Aids è stato considerato come un problema comportamentale e non soltanto medico”, ha raccontato Edward Green.

“Si è cercato di evitare non di ridurre il rischio”, utilizzando anche nella campagna dei poster finalizzati ad incutere timore nelle persone, senza però stigmatizzare i sieropositivi, al fine di rovesciare il paradigma allora dominante.

Si è quindi puntato sull’approccio “ABC” all’AIDS (Abstain, Be faithful, use Condoms, cioè Astinenza, Fedeltà, Preservativi) con una campagna avviata nel 1987 e finalizzata a sensibilizzare le persone sull’importanza di rimanere vergini fino al matrimonio, evitare i rapporti sessuali occasionali e avere uno solo partner.

Questa mobilitazione nel paese simbolo dell’Africa sub-sahariana ha portato a una riduzione della prevalenza di sieropositivi dal 21% alla fine degli anni Ottanta al 6,4% nel 2000, e una riduzione della prevalenza dell’Hiv del 75% nel gruppo di età tra i 15 e i 19 anni, e del 60% tra i 20 e i 24 anni.

Rose Busingye, la responsabile a Kampala del Meeting Point International, uno dei maggiori partner di AVSI – una Ong, nata nel 1972 e impegnata con oltre 100 progetti di cooperazione allo sviluppo in 39 paesi del mondo, che solo nel Continente nero sostiene circa 5 mila persone quasi tutte malate di Aids –, ha quindi raccontato la sua esperienza.

“Il mondo di oggi – ha affermato Rose – produce un modo di sentire le persone come un aggregato di frammenti e segmenti” da curare e trattare separatamente, così che quella che si genera è solo “confusione e contraddizione”.

“Ma io non sono un particolare – ha detto –. Per curare un uomo non si deve partire dal particolare dell’Aids. L’uomo non è una malattia, l’uomo non è il sesso”.

“L’Otorinolaringoiatra non è solo di fronte ad un naso ma è davanti ad un uomo col suo naso”, ha poi scherzato.

In questo modo, ha spiegato, “si perde l’interezza dell’uomo”.

Nel Meeting Point, le donne di Rose – attualmente circa 2000 e quasi tutte malate di Aids e con altrettanti bambini che godono del sostegno a distanza dell’AVSI e di altri progetti – si aiutano a vicenda nel prendere le medicine, e se una di loro muore, i figli vengono presi in casa da un’altra.

Quelle donne, ha continuato, “sono malate eppure attraverso il virus hanno scoperto veramente chi sono, e quando scopri che la vita ha un valore, lo proteggi”.

“La battaglia – ha concluso – è contro ciò che non ha al centro il vero valore della dignità umana. Il problema è trovare il senso di tutto”.