Un malinteso concetto di libertà esteso a «tutto ciò che voglio», le scelte private erette a diritti, la confusione tra i credenti, le domande dei giovani: ecco perché i temi della vita umana sono diventati terreno prioritario di una grande «emergenza»
di Paola Ricci Sindoni
Tratto da Avvenire del 27 gennaio 2011

Uno dei sintomi più inquietanti dello spaesamento del nostro tempo riguarda la diffusa povertà del linguaggio, vera sindrome di Babele, dove ogni parola, smarrito il suo senso, rincorre significati ambigui che non le appartengono. Il termine «libertà» partecipa in pieno a questa usurpazione semantica e viene facilmente scambiata e confusa con altre parole di significato diverso, come «autonomia» e «autodeterminazione». Basta sentire, specie in ambito bioetico, gli intellettuali laicisti, che bene sposano questa indebita sovrapposizione: libertà significa conquista della propria autonomia e scelta di autodeterminarsi da parte del soggetto.

Nascono da qui le sconsolanti conseguenze: l’aborto, ad esempio, è un atto di libertà da parte della donna, dunque di autonomia, dunque di autodeterminazione. O, detto in altri termini, opzione individuale e scelta privata, quasi che il sogno postmoderno ci consegni ormai il mondo come somma di tante solitudini che, singolarmente compiono atti, indipendentemente da quanti vivono intorno.

Non è quanto vanno predicando i tanti Soloni del relativismo? Quelli che accolgono in pieno l’idea che ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, scegliendo di volta in volta ciò che «vale» per lui, senza ulteriori condizionamenti nei confronti degli altri. Espressione compiuta del liberismo ideologico ed economico, il relativismo valoriale attraversa ormai ogni sfera dell’etica, l’ambito in cui le scelte individuali – autonome, dunque libere da ingerenze esterne – abbracciano tutte le sfere vitali, dall’inizio alla fine.

Il bene perciò si identifica con la scelta giusta per me, la verità sta nella capacità di vivere autonomamente sino alla completa autodeterminazione di sé. Anche i credenti, immersi in questa atmosfera, sembrano impotenti di fronte a una simile deriva, che finiscono per accettare come ineluttabile, specie quando premono le obiezioni laiciste, che reclamano a gran voce, in nome del mondo pluralista, spazio illimitato per atti di libertà illimitati. Ma è proprio questo nostro mondo a ricordarci che siamo immersi in molti condizionamenti che ci limitano, non solo a causa dell’interdipendenza della globalizzazione – tanto per fare un esempio –, ma anche della nostra stessa costituzione umana che ci rende liberi di realizzarci all’interno del contesto in cui viviamo: siamo figli di certi genitori e non di altri, viviamo in una determinata città, incontriamo persone che dividono con noi quella porzione di mondo.

La libertà, in altri termini, non è sinonimo di autonomia, dal momento che le nostre scelte dovrebbero essere il frutto di un equilibrio fra condizionamenti, valori, con cui confrontarsi, al di là del nostro immediato desiderio, ed anche riconoscimento della presenza di altri, che inevitabilmente vengono investiti dalle nostre azioni. Insomma ogni atto di libertà è come una parte della vita che condividiamo con quanti ci vivono accanto, è una ricchezza che appartiene a tutti. In questo senso ci si (auto)determina, ma nel significato ampio di realizzazione di sé, alla luce del bene che ci nutre.

Nell’universo della fede cristiana la vita è una preoccupazione e un compito solo quando la si condivide con Dio, così che la libertà si intreccia con l’interesse del Maestro per le cose del mondo. È dunque dono del Creatore alla sua creatura, il cui scopo è di cercare quel bene che dice come nessuno sia nato per caso e che compito speciale per ciascuno è realizzare in pieno la verità che incontra. Dentro questo scenario il credente impara che non è mai solo, non soltanto perché si affida a Dio, ma si scopre compagno e fratello di quanti condividono con lui l’avventura umana nel mondo.

Senza la chiara percezione di questo «essere-con», che ci fa essere «noi», è difficile reimpostare le questioni più urgenti della bioetica, come quelle più ampie del vivere sociale quotidiano. Non c’è altra strada per entrare in comunicazione con i giovani, se non quella della formazione e della testimonianza ed è quest’ultima a dare valore alla prima: si educa solo se si è credibili, se si accetta di confrontarsi a viso aperto con le esperienze difficili e dolorose di chi ci sta accanto ed è afflitto, molto spesso, dalla malattia della solitudine.

È quanto ci indica il cardinale Bagnasco nella prolusione di lunedì scorso: l’emergenza educativa è ‘la’ questione che abbiamo di fronte e dalla quale non possiamo prescindere. Anche quando lo scoramento ci avvolge e l’oscurità sembra prendere il sopravvento; ma è proprio allora che si fa più radicale l’esigenza di mettersi completamente in gioco e, come la sentinella di Seir, di continuare a vigilare, finché sopraggiunge la luce dell’alba.