di Enzo Nardi

Il mito del buon selvaggio è un pestifero bacillo che il Settecento illuminista inoculò nella cultura occidentale e del quale siamo oggi, nel migliore dei casi, portatori sani.

Fu Rousseau il principale diffusore dell’epidemia. L’uomo appena nasce è buono come il pane, anzi è una vera e propria brioche. Ci pensa la società a corromperlo instillando in lui la brama della ricchezza. In base a questo ragionamento dovremmo arguire che Tarzan, Pocahontas, i Lillipuziani e Venerdì siano più gentili, civili e profumati di Padre Pio e di Madre Teresa. Al di là della boutade, l’idea che la natura sia per l’uomo la miglior pedagogista è un dardo avvelenato che va a conficcarsi nel cuore del Cristianesimo.

Se l’uomo nasce buono, non solo viene spazzato via d’un colpo il peccato originale ma la croce di Cristo diviene inutile. (In tal caso gli ecologisti esulterebbero dal momento che la fabbricazione di una croce comporta il taglio di un albero e questo ai seguaci di Rousseau, cuoricini sensibili, proprio non va giù.). C’è un’altra conseguenza. : se l’uomo nasce buono come un bigné, non c’è nemmeno bisogno di educare. E’ la natura che ci pensa, lei che è santa, come riteneva il giovane Leopardi. Ma davvero Tarzan è una pasta d’uomo e Pocahontas addirittura una focaccia ?

Da questo ottimismo peloso e un po’ cornuto nacquero quelle idee libertarie e radicali che sul finire degli anni sessanta spinsero molti giovani a conficcarsi siringhe nell’avambraccio per meglio cogliere, in un afflato dionisiaco, la voce della Natura. Se la Natura educa allora le regole non servono. Vietato vietare.

Educare, invece, per noi marcellinipanevini, significa liberare il logos che Dio ha posto in ciascun essere umano. Liberare la libertà dal vizio che rende schiavi. Ma non la Natura sarà in grado di farlo bensì la famiglia le leggi, la scuola. Sono questi tre fattori a mettere in atto il cosiddetto intelletto possibile. Ebbene, se nel Sessantotto essi erano entrati in crisi, oggi sono stati assimilati da quelle ideologie (un tempo rosse, adesso sorprendentemente patriottiche e coccardesche) che li avevano sviliti e ridicolizzati. Ma lo sdoganamento ha imposto una condizione: la laicizzazione forzata. Ed allora, passando dall’anarchismo hippy a una forma camuffata di fascio littorio, l’uomo illuminato di oggi ha cacciato via dalla vita pubblica non tanto il sacro (è curioso notare quanto l’intellighenzia italo-europea abbia a cuore le religioni d’oriente) quanto piuttosto Gesù Cristo. Insomma prima volevano maestra la Natura, poi hanno voluto la Storia, nessuno vuole riconoscere Gesù come maestro, Lui che è l’inventore della Natura e della Storia.

Cosa dovrebbe fare allora l’educatore cattolico in uno Stato sempre più laico che ingabbia allievi ed insegnanti nelle griglie valutative, nei saggi brevi, nelle analisi del testo, nei progetti di offerta formativa ? Chi gli darà la forza di uscire da un tipo di cultura fenomenologica (con forti venature strutturalistiche) e di avere il coraggio di proclamare l’essenza delle cose ? Di proclamare Gesù Signore?

Nella scuola italiana alligna una cultura atea che, rifiutando Dio, riduce la Divina Commedia a una squallida contesa tra Guelfi e Ghibellini, i Promessi Sposi a una vicenda di bravi e di parroci servili e l’Infinito di Leopardi a una tabella di figure retoriche. Gli insegnanti cattolici, intimoriti dal politically correct, provano spesso vergogna di proclamare che Cristo, il Cristo di Dante e di Manzoni, è Verità. E’ tempo di guarire da questa sindrome schizoide. Forse un po’ di Spirito Santo in più nella scuola farebbe in modo che le griglie servano allo scopo per cui sono nate: il barbecue.