Una delle relatrici del secondo congresso internazionale “Mística y pensamiento contemporáneo”, svoltosi ad Ávila e dedicato alla figura di Edith Stein – nel decennale della sua proclamazione a compatrona d’Europa – ha sintetizzato per “L’Osservatore Romano” il suo intervento.
di Cristiana Dobner
Tratto da L’Osservatore Romano del 15 ottobre 2009

L’avventura esistenziale di Edith Stein mostra due volti: conoscitivo, con la sua proiezione sulla scena filosofica, e mistico, nello sviluppo della sua vita interiore; senza luogo di frattura, di dicotomia e neppure di soggezione dell’uno all’altro, evitando lo scoglio di pesanti ricadute dal sapore di rinuncia antropologica. Come vi riuscì? Con la scoperta dell’empatia, dell’Einfühlung. L’aspetto quanto mai intrigante è il reale nesso fra tutto il suo pensiero antropologico e la sua spiritualità carmelitana: abitavano in lei due fonti, la “fonte vitale”, il soggetto e il corpo, intesi secondo la scuola di Husserl, e la “fonte nascosta”, l’essere dell’anima che vennero ricomponendosi in una sintesi, in cui ciascun elemento acquisì la sua portata e la sua consistenza esatta, un continuum che non conosce frattura fra vita della mente e relazione con Dio, secondo la spiritualità del Carmelo.

Per la fenomenologa la riflessione filosofica è “un abbozzo del senso del suo vivere”, mentre la relazione personale fra la persona e Dio, cioè la mistica, si trova al vertice di somiglianza e differenza. Stein ha letto, con metodo fenomenologico, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, il loro esperire la relazione con Dio, e vi ha portato chiarezza di pensiero, in sintesi di ragione filosofica, riflettendo sulla figura umana, delineata non come oggetto di leggi deterministiche ma quale fulcro di intersoggettività con se stessa, gli altri e Dio, in un tempo storico e culturale in cui tale ottica si stagliava fra il disorientamento e i frammenti abbandonati che non riuscivano a ricomporsi in un’unità. Chiaramente consapevole della possibile confusione che si potrebbe creare fra ambiti creduti affini; per questa ragione ne definisce i campi.

Stein delinea la genesi della sua ricerca sull’empatia e la colloca in un seminario di Husserl sulla natura e lo spirito, in cui il maestro parlava di un’esperienza che definiva Einfühlung, “ma non spiegava in che cosa consistesse”. L’empatia però conobbe in lei uno sviluppo ulteriore. Nel corso della fatidica notte di Bad Bergzabern, la filosofa sperimentò Dio come fonte di senso, salvezza nel dolore, nell’angoscia e nell’assurdo, e Gesù Cristo come “la “via” al di fuori della quale nessuno arriva al Padre”. Cercava non essendo ancora credente, ma “accolse” il dono di grazia.

Da questo momento in poi, Edith Stein esprime due sfaccettature di sé: la vita dello spirito e la vita nel mondo, con la certezza della “strada del cielo”. L’esperire l’iniziativa di un Altro è simultanea per lei alla sua percezione di vita carmelitana e quindi della “salita” al senso dell’essere, cioè il cammino dei mistici che intraprese sui due fronti: intellettuale ed esperienziale. È possibile quindi un’affermazione, per certi aspetti audace: “Stein luogo di riflessione filosofica e di esperire mistico”, che vuole dedicarsi a una filosofia costruita in modo particolare, una “filosofia della vita”. Apre infatti sentieri e riflessioni proprie, illuminando le modalità dell’alterità, quando questa si presenti alla coscienza conoscente, proprio con l’atto empatico, cioè con il “rendersi conto”, tuttavia si schiude pure a una conoscenza mistica perché l’incontro postula due persone che si riconoscono. In questa intuizione, Edith Stein traduceva il suo profondo ascolto della vita femminile.

Negli scritti posteriori alla conversione di Stein però non troviamo una ricerca specifica di approfondimento sull’empatia; non solo, il termine spesso neppure ricorre. Tuttavia rimane l’impianto preciso dell’empatia che dimostrerà un volto di pienezza diverso, ormai teologico e diventerà l'”atto della relazione personale-esistenziale Io-Tu” e investirà tutta la sfera dell’esperienza religiosa esprimendosi come agape, come dono.

Stein vive l’adesione e l’accoglienza interiore, che diventano esperire vitale e oggettivo, e si palesano nella preghiera contemplante, nell’ascoltare e nel gustare, in quella che Giovanni della Croce chiama “avvertenza amorosa”; ormai coglie per via empatica il Signore Presente, non cerca giudizi, ma esperisce immediatamente. Giovane studentessa aveva definita l’empatia lo strumento per la conoscenza di sé nel rapporto con gli altri, ormai carmelitana e studiosa matura, ne Il castello dell’anima, aveva indicato la stessa postura come “la porta del rapporto con gli uomini”, senza peraltro servirsi del termine empatia, perché ormai la sua indagine si muoveva in campo prettamente spirituale.

Su questa postura si apre, quasi a fioritura, la via della conoscenza di sé attraverso l’unione con Dio. La relazione fra la persona e Dio non è forse un atto personale ed esistenziale di relazione, non è atto empatico? Edith Stein non aveva definito l’empatia “atto fondamentale degli atti”, “atto dell’amore”, apertura amorosa in cui trovano senso tutti gli atti di un essere umano. La relazione con Dio non si dimostra quindi l’atto fondamentale, l’atto di amore per eccellenza? Se l’empatia è rivolta e sperimentata con tutte le altre persone, perché non si può sperimentare anche con l’Uomo-Dio, con Gesù?

Perché Edith Stein, in questo contesto e in tutto il laborioso travaglio della ricerca non si è mai servita del termine empatia, mentre il procedimento si lascia scorgere ed è usato? Perché è la fede ormai a determinare questa scelta optata deliberatamente. La visione del mondo e della persona instauratasi è prettamente teologica e mistica, in questo rapporto l’Io di Dio non è soggetto o oggetto di empatia ma di accoglimento nella fede; nella relazione invece fra Dio e la persona l’empatia è atto fondante e mostra il suo volto di orazione. In questo senso scrive: “La preghiera è la più grande opera di cui lo spirito dell’uomo sia capace. Ma non è solo opera umana. La preghiera  è una scala di Giacobbe, su di cui lo spirito dell’uomo sale a Dio e la grazia di Dio scende all’uomo”.

In Edith Stein, giovane fenomenologa, mancava l’interesse metafisico con il suo fondale che, invece, emergerà quando conoscerà Teresa di Gesù e Il castello interiore, mentre Giovanni della Croce le donerà il centro interiore che lei saprà assumere e declinare fenomenologicamente, diventando così canto di unità dell’intera esperienza vissuta della fenomenologa e dell’esperire della mistica.