di Tommy Cappellini
Tratto da Il Giornale del 10 ottobre 2010

Esce in questi giorni in Italia – a quasi novant’anni dalla prima apparizione in lingua russa a Berlino nel 1923 – Il terrore rosso in Russia. 1918-1923 di Sergej P. Mel’gunov (Jaca Book, pagg. 336, euro 29).

Si tratta di un libro che – pochi mesi dopo aver visto la luce – venne subito ristampato in una doppia edizione in russo e in tedesco accresciuta con estratti provenienti dall’archivio della commissione Denikin, preposta a indagare sulle atrocità bolsceviche. Due anni dopo, nel 1925, venne pubblicata la traduzione inglese, nel 1927 uscirono la francese e la spagnola. In America il libro di Mel’gunov arrivò nel 1975, mentre nel 1990, in piena glasnost’ gorbacëviana, fu stampato anche in Russia (circolava già in fotocopia presso alcune case editrici dell’emigrazione). Fino a oggi non si poteva avere accesso nella nostra lingua a questo che ormai è uno dei documenti imprescindibili sulla Rivoluzione d’ottobre (e sarebbe interessante capire cosa ne ha ritardato così tanto la pubblicazione).

È un libro agghiacciante. «Si devono veramente avere i nervi di acciaio per soffrire ed elaborare interiormente tutto l’orrore che si dispiegherà nelle pagine che seguono» scrive Mel’gunov nella prefazione. Lo ricordiamo di sfuggita: erano gli anni di poco precedenti allo «spreco dei talenti» raccontato da Roman Jacobson in Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, di lì a breve si sarebbero suicidati il malinconico Esenin (nel 1925) e Majakovskij (nel 1930), mentre il genio di Andrej Bielyj aveva già smesso di irradiare. In questa atmosfera decadente ma feconda Sergej Mel’gunov, nato nel 1879 da una illustre famiglia di intellettuali e diplomatici decaduta a causa degli stravizi del padre, si occupava di religione (tema russo per eccellenza), andava a fare visita a Tolstoj (di cui curerà insieme alla figlia, dopo la morte dello scrittore, le opere complete), fondava la leggendaria casa editrice Zadruga (che pubblicò 500 titoli) e scriveva articoli sempre più favorevoli a una larga coalizione democratico-socialista che scongiurasse (siamo al 1917) un «ritorno di fiamma della controrivoluzione». Già, perché Mel’gunov non era contrario, agli inizi, alla Rivoluzione. Un anno più tardi, però, tutto cambia: Mel’gunov viene arrestato più volte dalla Ceka ed espulso dalla Russia nel 1922 insieme ad altri membri dell’intelligencija.

Stabilitosi in Francia, è già un anticomunista viscerale: si direbbe «per averne viste troppe» (in altre parole: 23 perquisizioni, cinque arresti, sei mesi di clandestinità, un anno e mezzo di prigione). Campa facendo il redattore per alcune riviste di politica e muore nel 1956. Per lui vale l’aforisma di Stanislaw Lec: «Chi ha preceduto il proprio tempo, ha poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi».

Mel’gunov, di fatto, visse in prima persona il massacro sistematico e allo stesso tempo assurdo che Lenin e soci misero in atto per «raddrizzare l’umanità» e portarla alla felicità, quella comunista, ça va sans dire: e di questo volle testimoniare in presa diretta con Il terrore rosso. «Nelle varie Ceka – scrive – e non soltanto in provincia ma anche nelle capitali, sevizie e torture erano all’ordine del giorno». Lo erano pure le uccisioni di massa: in una sola notte del 1921 a Kronštadt, durante la repressione bolscevica della rivolta socialista-libertaria, «trecento marinai vennero passati per le armi». Solo un esempio tra centinaia. Nel 1920 a Odessa le fucilazioni «si susseguivano senza sosta, cento e più  al giorno, i cadaveri venivano sgomberati con autocarri». Idem a Sebastopoli, Balaklava, Astrachan’, per non parlare di quel che accadeva alle isole Solovki, per esempio. A volte non si aveva nemmeno il tempo di uccidere con un colpo alla nuca ogni vittima: si usava la mitragliatrice. Come «proseguirono» le cose lo sappiamo poi da Solzenicyn e Šalamov, di cui Mel’gunov è un tragico precursore, Un figlio degli anni terribili per usare il titolo di un racconto biografico di Nina Berberova su Aleksandr Blok.

L’unicità dello scritto di Mel’gunov è però di ordine filosofico: composto soltanto da fatti – quasi un reportage – si configura tra le righe come una critica radicale a qualsiasi rivoluzione «ideologica» imposta dall’alto. Lenin ne esce malissimo: uno sperimentatore sociale che non esitò a far colare fiumi di sangue sulla Russia. O forse, semplicemente, un uomo più «piccolo» e indeciso di quel che si crede: d’altra parte, come fa dire Heiner Müller in un suo dramma a un rivoluzionario del ’700, «la difficoltà di una rivoluzione è che si è sempre costretti a fare qualcosa».