di Massimo Pandolfi
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 13 settembre 2010

Ieri, tornando a casa dopo un week end di riposo, sono venuto a conoscenza della notizia di quel ragazzo italiano morto a Ibiza dopo aver probabilmente fatto ‘balconing’, la moda cioè che spinge i giovani d’oggi a saltare da un balcone all’altro di un hotel o di un palazzo oppure di gettarsi in una piscina d’hotel dal quinto, sesto o settimo piano.

Mentre vedevo scorrere le immagini di quella assurda tragedia, mi sono passati davanti agli occhi i volti di quelle ragazze che avevo incontrato poche ore prima a Pietrarubbia, nel Montefeltro. Ragazze, perlopiù giovanissime, che stanno preparandosi a fare un grande salto ben diverso da quello del balconing, ma per certi versi simile: diventare suore.

Ma cosa c’entra, direte voi, il ‘balconing’ con le suore? Ma che assurdo paragone si mette a fare Pandolfi stavolta?

Chi fa balconing o chi si fa suora, o io che scrivo, o tu che leggi, ha in fondo il medesimo desiderio in fondo al cuore: essere felici. Il problema è: come faccio io ad essere felice? Come fai tu ad essere felice? Come fa l’aspirante suora ad essere felice? Come fa il ragazzo che pensa di fare balconing ad essere felice?

Ecco, come si raggiunge la felicità? Il problema di oggi è che tutto è considerato opinabile e ognuno, secondo questo criterio, può trovare la sua felicità, magari facendo balconing, o magari facendosi suora: qualunque cammino va rispettato. Manca però un passaggio, decisivo. E provo a farmi aiutare dal grande Louis de Wohl con il suo libro ‘La liberazione del gigante’. Ad un certo punto Tommaso D’Aquino e Piers discutono proprio sulla felicità e arrivano alla conclusione che ‘la felicità consiste nel possedere il bene desiderato, qualunque esso sia, senza timore di perderlo’. Tommaso aggiunge però: ‘Ora, nella vita terrena, abbiamo non solo il timore, ma la certezza di perderla, questa vita, perchè un giorno dovremo morire. Dunque, la vera felicità completa e perpetua non possiamo trovarla qui. La felicità perpetua non è che un’ altra parola per indicare Dio. Amare Dio, ecco il vero scopo dell’uomo’.

Ora mi aspetto una marea di obiezioni: cos’è, uno deve ‘soffrire’ tutta la vita terrena, rinunciare a chissà cosa, farsi suora per essere poi felice nell’aldilà, un bel giorno? No, non è così!

Io a Pietrarubbia ho visto ragazze gioiose, felici, che si divertono, che si (come diciamo noi romagnoli) spataccano. I loro occhi brillano, il loro amore per il presente, per ciò che stanno facendo si tocca con mano. Sono certo che un ragazzo che fa balconing non ha quegli occhi lì.

Insisto: ma cos’è, uno per farsi felice deve diventare prete o suora? Ma neanche per idea! Figuriamoci! Ognuno ha la sua storia, la sua vocazione, il suo talento da esprimere. Il guaio è che tante volte non trova per la sua strada questo talento, questa vocazione e la strada diventa sempre più confusa, sempre più nebulosa e allora si cercano gli effetti speciali, magari ci si butta dal balcone in cerca di chissà che.

La chiamiamo libertà, ma in fondo quella è la prigionia più grande.

Cerchiamola la verà libertà, la vera felicità: io in quegli occhi di suore ho visto una libertà, una felicità, che raramente mi capita di incontrare in giro. E vorrei tanto imparare da loro. Vorrei tanto essere come loro. Non prete, non suora. Ma libero e felice, sì.

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