Parla il rev. Godfrey Igwebuike Onah, “esperto” al Sinodo per l’Africa

di Mariaelena Finessi

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La causa dei problemi del mondo? Il cuore dell’uomo. «Si, è questo ciò che direbbe un africano vero». Reverendo Godfrey Igwebuike Onah, vice rettore della Pontificia Università Urbaniana di Roma, parlando il 1° ottobre ad un incontro dell’Osservatorio sul Sinodo africano che si sta tenendo in Vaticano in questi giorni, non accetta altre risposte.

I disastri che attanagliano l’umanità nascono dalle decisioni di coloro che non sono in comunione con Dio: «Per un cristiano, la pace, la giustizia e la riconciliazione si trovano solo in Cristo». E allora si, è vero, i Paesi che sfruttano il continente nero hanno messo in ginocchio milioni di persone, ma la verità è «che tutto questo è stato possibile con la collaborazione di quei fratelli che hanno venduto la propria coscienza».

Ciò nonostante, spiega il sacerdote nigeriano – alle cui parole fa da sfondo un telo su cui è dipinto il volto di santa Josephine Bakita, del Nobel per la pace Nelson Mandela, dell’atleta kenyota Paul Tergat e dell’economista ed ex presidente della Tanzania Julius Nyerere, per il quale nel 2005 è stata aperta la causa di beatificazione – non ci si deve arrendere ma lottare per riportare la speranza tra coloro che non ne hanno più.

Parole, quest’ultime, che compongono un discorso “di parte”, e come potrebbe essere altrimenti? “Certe cose si possono veder bene solo da chi ha gli occhi pieni di lacrime”, amava dire il Romero d’Africa, monsignor Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu-Congo, ucciso nel 1996 per le sue prese di posizione durante la guerra congolese, quando gridò che nessuna logica politica vale più della persona umana.

Allo stesso modo, il reverendo Onah si sente coinvolto al punto di non fare sconti a nessuno. Ce n’è per tutti: per chi ha depredato e continua a depredare la sua terra, per chi in Italia è contro la convivenza etnica, per chi pensa con malinconia all’Africa lontana, quando sarebbe già tanto «preoccuparsi degli africani che vivono qui» e contro chi molto spesso ha tradito il vero messaggio evangelico.

A tal proposito, ricorda come nel 1994, anno della I Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, il segno più drammatico della distanza tra la vita reale degli africani e un certo modo d’intendere il cristianesimo stava nella tremenda coincidenza dell’inizio del Sinodo e l’inizio del genocidio in Rwanda, «uno dei Paesi più cristiani d’Africa».

Ma ricorda pure come oggi questo continente sia «l’imbarazzo del mondo, coinvolto nella crisi economica ma non nella ricerca della sua soluzione». E come, ancora più grave, sia «la marginalizzazione dell’Africa», clochardizzazione la chiamava il teologo Jean Marc Ela: uomini e donne che non contano perchè non servono al mercato e che oggi trovano la tomba nelle acque del Mediterraneo. Comportamenti indegni che alimentano la rabbia, anche perché «se al posto degli uomini morissero giraffe e scimpanzé la comunità internazionale si mobiliterebbe».

L’avvertimento del religioso non ha allora bisogno di commenti: «Se il mondo fa credere ai giovani africani delusi, come già accade in Medio Oriente, che la risposta ai problemi è nell’assalto al resto del mondo, a tremare saranno tutti».

Per il momento la presenza dei missionari che insegnano il perdono rappresenta un deterrente all’esplosione della rabbia. «Se non per ragioni umanitarie, almeno per questo la sorte degli africani dovrebbe interessare tutti – termina Onah –. Qualsiasi cosa la Chiesa fa per rinnovare lo spirito cristiano in Africa, lo fa per il mondo intero».

Lo svolgimento dell’assemblea episcopale dal 4 al 25 ottobre – appuntamento al quale il reverendo parteciperà nelle vesti di “esperto” – rappresenta allora una grossa opportunità di comprensione: «Il Sinodo, che vuol dire “camminare insieme”, è un incontro dei vescovi della Chiesa nella sua universalità e non solo dei vescovi africani. Ed è bene che sia fatta a Roma perché solo così possiamo sperare di essere ascoltati da quella comunità internazionale che è espressione dei paesi più ricchi e potenti». In finale, da quei Paesi che decidono il destino di troppa umanità.